Il  foglio berlusconiano, come consueto fiore all’occhiello domenicale, ha presentato l’editoriale dell’ 90enne medico – sociologo, Francesco Alberoni, il quale dall’alto delle sue competenze, si è permesso di sostenere e di teorizzare, a vuoto e senza sostegni logici, che “con il vero federalismo ci saremmo salvati”. Ad avviso di Alberoni – ricordiamo, come prova della sua coerenza più che ideologica ideale, candidato nelle europee del 2019 per il movimento politico “Fratelli d’Italia”, ottavo per le preferenze raccolte proprio nell’area settentrionale – “l’attacco [?] portato a una Regione come la Lombardia, che ha subito una spaventosa epidemia, è un attacco politico al decentramento, un tentativo del potere centrale di impadronirsi delle ricche Regioni del Nord che hanno sempre avuto tendenze autonomistiche”.

Squaderna il suo patrimonio letterario – storico, dal nume del federalismo, Carlo Cattaneo, all’immancabile Pasolini. Del primo ricorda il disegno ideale, rifiutato, grazie al Cielo, con la formazione dello Stato unitario nel 1861 e respinto definitivamente a Vittorio Veneto nel 1918. In pochissime, frettolose, schematiche righe delinea il quadro istituzionale di uno Stato federale, copiato o per dirla, in termini meno secchi, esemplificato sul modello degli Stati Uniti, della Germania, della Svizzera e del Belgio.

Alberoni trova comunque tempo cioè spazio per programmare, recte stabilire le competenze delle Camere e per lasciare alle regioni “il diritto di conservare i propri costumi”, come se dalla Lombardia alla Sicilia esistessero consuetudini diverse e magari contrastanti,  “le proprie tradizioni”, le immancabili “specificità economiche ed [assurdamente] etiche”.

L’editorialista cade nell’incredibile in cui crede di poter escludere, senza presentare anche la più rudimentale garanzia, che “così Venezia e Firenze non saranno costrette a mettere all’asta le loro bellezze e dai porti verranno tenuti lontani i compratori cinesi. Così concepito, lo Stato federale sarà capace di ridurre la burocrazia [a quante decine di migliaia arrivano i dipendenti delle strutture regionali?] e ridare a ciascuno l’orgoglio di un proprio territorio [l’anacronistico campanile], della propria tradizione e di un proprio sviluppo economico [il localismo deteriore]”.

A proposito di questa ultima arma di pressione psicologica, assai più apparente e appariscente che reale, occorre tener presente le conclusioni sui tarli, esistenti alla radice dello stallo attuale del’economia, delineati da Antonella Crescenzi nel suo volume del 2018, La lepre e la tartaruga. L’economia italiana dal boom degli anni Cinquanta alla crisi dei nostri giorni. Restando nello stesso ambito, esprime concetti, più che accettabili addirittura condivisibili, Ernesto Galli della Loggia. Nel suo editoriale Formare una classe dirigente, osserva che “è nelle aziende, nella loro struttura proprietaria, nella loro dimensione, nella scarsità degli investimenti, che troppo spesso si trova la causa prima della debolezza del capitale umano italiano”.

Alberoni, rientrando nell’ambito delle sue competenze consolidate, così da soddisfare l’interrogativo generale, potrebbe trovare le ragioni precise del drammatico primato raggiunto per la pandemia dalla sua regione, capace di surclassare le arretrate e sottosviluppate regioni dell’aborrito e disprezzato Meridione?