Il paesino della nostra storia si trova nel Monferrato, in cima ad una collina dove svetta il campanile appuntito della chiesa , se scendi poi poco più sotto trovi il cippo del monumento ai caduti ed a lato il terreno del campo di tamburello a muro, fino a raggiungere, sempre scendendo, la piazza del centro, con il bar e qualche bottega. Ancora più in basso , a pochi metri dall’incrocio con la strada provinciale, si trova l’albergo “La Pace”, fatto costruire negli anni ’50 dai nonni della attuale proprietaria, la signorina Teresina.

L’albergo era frequentato da pochi occasionali avventori, in parte agenti di commercio di passaggio, qualche coppia clandestina nel fine settimana, e ogni tanto da parenti di ricoverati al Santo Spirito, laggiù a Casale, in città.

Teresina aveva fatto aggiungere sulla facciata la bandiera arcobaleno, e tanto per ribadire il concetto del nome dell’ hotel, di fianco alla reception, spiccavano i ritratti di Gandhi e Che Guevara, che volendo sarebbero agli antipodi, ma tant’è, questa è la cultura che passa l’attuale convento.

L’albergo La Pace si trovava in grosse difficoltà e minacciava di chiudere, finché arrivò un dispaccio del prefetto che chiedeva l’accoglienza ed il ricovero di venti migranti.

Teresina accettò con entusiasmo e dopo pochi giorni giunsero in paese venti africani, divisi fra ghanesi, senegalesi e nigeriani. Il sindaco li accolse con tanto di fascia tricolore ma frettolosamente, non sapendo come l’avrebbero presa i suoi concittadini.

I migranti, così dovevano essere chiamati anche se stavano fermi, ricevevano una diaria di trenta euro al dì.

Dopo una giustificabile iniziale indifferenza, molti intravidero i vantaggi di quelle nuove presenze.

Non avendo un granché da fare, per non dire niente, i migranti si recavano ogni giorno al bar dove consumavano sempre qualcosa, sempre più dei soliti avventori, che oltre ad una sbirciatina a Tuttosport, al massimo sorbivano un caffè.

Poi avendo sempre qualche euro da spendere, entravano nel negozio di alimentari del paese, quello che una volta si chiamava posteria ed aveva le strisce colorate anti mosche all’ingresso, come questo.

L’edicolante, la Giovanna, aumentò le vendite di qualche grattaevinci e soprattutto di quei giornaletti che si chiedono con un colpo di tosse per l’imbarazzo.

Fu così che Nino, il proprietario della posteria, saldò il conto con il carrozziere, che a sua volta chiamò il giardiniere a potare le piante nel suo cortile, mentre Teresina fece imbiancare la facciata del ristorante.

Anche la Miranda ebbe qualche nuovo cliente e poté pagare l’affitto arretrato di quattro ore della camera dell’albergo.

Insomma l’economia del paese si era rimessa in moto ma non era tutto rosa e fiori.

I muratori, gli agricoltori , i viticoltori del luogo cominciarono a chiedersi perché loro dovevano spezzarsi la schiena dalla fatica ogni giorno per guadagnare la stessa cifra, pagando le tasse , con il rischio sempre presente che la natura facesse un brutto scherzo con nubifragi o altre calamità.

Ezio, appena licenziato da una multinazionale, si interrogava sul fatto che doveva mantenere una moglie e tre bambini, rispondendosi che poteva solo ringraziare suo suocero benestante, perché lo Stato era distratto con altri.

Così i migranti furono soprannominati “i fancazzisti”, e trovarono il paese diviso in due, i favorevoli ed i contrari.

Ma poi le cose si complicarono ulteriormente quando alcuni “ospiti” cominciarono a lamentarsi del vitto del “La Pace”, a detta loro sempre uguale, e poi delle schede telefoniche insufficienti e quando arrivò il freddo , dei termosifoni al minimo.

Le risposte non furono simpatiche, ma per fortuna qualcuno aderì al “ma va a travajè !” e qualcun altro al “ma torna al tuo paese !”.

Infatti ci fu chi cominciò un’attività, in nero naturalmente per non perdere il diritto alla diaria, e chi migrò verso il nord Europa .

Ci fu anche Kofi, che in ghanese vuol dire venerdì perché quello era il giorno in cui era nato, che sposò la terza figlia del farmacista, quella più difficile da piazzare, e fu un matrimonio ben riuscito che resistette nel tempo.

Finché un giorno , non si sa perché, se la burocrazia si fosse inceppata, se fossero mancati i fondi, la prefettura non mandò più un centesimo ai migranti, senza alcuna spiegazione.

Nel frattempo alcuni si era sistemati con un lavoro vero, altri se ne erano andati, ma uno zoccolo duro di cinque fancazzisti resisteva.

Trascorse qualche settimana e quattro belle ragazze , nere come l’ebano, arrivarono in paese.

Alla Miranda fu detto in modo perentorio dal gruppo dei cinque: “Tu oggi lavorare per noi!”.

A Teresina, allo stesso modo, fu spiegato che tutte le camere del terzo piano dell’albergo La Pace ora erano riservate alle nuove ragazze e alla Miranda, “noi pagare te , tutti i mesi, no problem.”

La vita nel paesino del Monferrato continuò, ma potremmo anche dire che finì in un gran casino.