Le luci dei lampioni si erano appena accese per le vie della città, segno che la sera era ormai vicina. Sara non si era accorta del tempo che passava, distratta dalle vetrine del centro, che da mesi non le era più capitato di ammirare. Guar dò dentro la carrozzina, dove il suo piccolo bambino ancora sonnecchiava, ma si rese improvvisamente conto che di lì a poco lui avrebbe reclamato il suo piccolo pasto serale. Ormai non c’era più tempo di tornare a casa, in periferia, occor reva trovare un angolo nascosto dove poter permettere al neonato una fugace popp ata. Infatti da poco nuove disposizioni di legge, secondo i rigidi dettami dell’ Unione Europea, stabilivano non solo il divieto assoluto di esporre il presepe o di eseguire i canti natalizi in un luogo pubblico per non offendere i seguaci di altre religioni, ma anche di allattare i propri bambini in sedi che non foss ero strettamente private, per non colpire la suscettibilità delle coppie gay, formate da due padri. Erano state abolite, per lo stesso motivo, la festa del papà e quella della mamma in tutte le scuole , vietata la commercializzazione di qualunque oggetto , dolce , fiore che facesse riferimento a quelle ricorrenze.

Le pattuglie delle brigate MPC, military politically correct, vigilavano nelle strade perché la legge non venisse in alcun modo violata. Sara si guardò attorno alla ricerca di un rifugio, ma nelle vicinanze c’erano so lo luoghi pubblici, bar, ristoranti, negozi. Si diresse verso la stazione, spera ndo di trovare un angolo nascosto, mendicando magari il silenzio e la complicità di qualche barbone lì di casa. Poi cambiò idea, troppo rischioso e prese a camm inare con passo veloce, in attesa di una opportunità improvvisa. Svoltando per u na strada laterale, meno trafficata, si trovò davanti alla sua vecchia scuola el ementare, un edificio ad un piano , circondato da una siepe e da una striscia d’ erba mal curata. Il cancelletto era aperto, le luci spente, nessuna traccia di p resenza umana ; Sara decise di entrare e di controllare, sempre spingendo la carrozzina, dove il suo bambino dava segni di risveglio ; trovò una porta aperta su un lato, di quelle con il maniglione antipanico, un’uscita di sicurezza che dava su un corridoio buio su cui si affacciavano molte aule, tutte deserte.

Nel sil enzio totale percorse un breve tratto del corridoio e si infilò nella prima aula che trovò , dove sui muri campeggiavano una bandiera arcobaleno e numerosissimi disegni eseguiti con matite a pastello di bambini che si tenevano per mano, sen za segni distintivi, i capelli a caschetto tutti uguali. Quando si adattò al buio, Sara scelse un banco un po’ in fondo, tra le ultime fi le, lo spostò e si sedette sulla piccola sedia che si liberò ; prese il bambino, gli sussurrò qualcosa ed iniziò ad allattarlo. Il neonato si attaccò subito al seno della madre, ed iniziò la poppata. Era trascorso poco più di un minuto quando Sara sentì delle voci dall’esterno ch e si avvicinavano, scorse le luci dei neon nel corridoio accendersi ad una ad una, in rapida successione ; poi accadde quello che aveva temuto più di tutto : vide la porta dell’aula aprirsi e quattro persone entrarvi ; uno di loro accese la luce e subito le loro voci si ammutolirono.

Erano proprio quattro agenti delle pattuglie MPC, con il loro inconfondibile bracciale arcobaleno. “Lei cosa ci fa qui ?” gridò uno, un nero alto e muscoloso, con una maglietta ch iara e senza maniche. “Lo so io cosa ci fa, la signora; guardate, allatta, la signora !” incalzò un al tro ironico, un bianco molto magro, quasi ossuto. “Con che faccia tosta ! Vuole proprio provocarci !” si aggiunse un terzo , uno grassoccio e un po’ pelato.

“Venga con noi, in commissariato, ed interrompa la sceneggiata del latte!” si i ntromise il quarto, un personaggio indefinibile, tanto era ricoperto di tatuaggi . Sara si ricompose, nonostante le rimostranze del suo bambino , che aveva ancora fame e che iniziò a piangere, quasi strozzandosi. Portata nella sede della polizia locale, Sara venne divisa dal suo bambino che fu affidato ai servizi sociali ; un giudice con rito immediato la condannò alla pubblica gogna per giorni due, mentre il piccolo sarebbe rimasto in custodia presso le famiglie di sussistenza che avrebbero provveduto all’allattamento artificiale per tre mesi; solo trascorso questo tempo, il neonato sarebbe stato ricongiunto alla madre.

All’alba del giorno dopo nella piazza dei Diritti Civili, di fronte alla cattedrale dalla cui facciata era stata tolta la croce, ritenuta un simbolo di morte, Sara calcò il palco della pubblica gogna su cui campeggiava una scritta: “Omofoba ”. Una piccola folla si radunò, sostò per tutto il giorno, qualcuno andava, altri si aggiungevano. C’era chi le sputava addosso, chi gridava “Vergogna !”, chi “Maledetta puttana”, ma anche “Fascista !”, “A testa in giù ti vogliamo, a testa in giù !”, ed infine qualcuno urlò : “Strega, maledetta strega !”.

“Data est tormentis ad tempus quartae partis horae circiter”, fu torturata per un tempo di un quarto d’ora all’incirca. Ma questa fu la sorte di Antonia, la str ega che bruciò nella pubblica piazza nel tempi bui del Seicento.* Nel nuovo millennio il progresso sorrideva a Sara, che nella notte scese libera dal palco.

 

*Sebastiano Vassalli “La Chimera”