Quante Italie abbiamo visto agitarsi, preoccuparsi, lacerarsi, combattersi nel corso dei mesi ardenti del Coronavirus? Non meno di venti, quante sono le Regioni che a guisa di piccoli e ridicoli reami si sono opposti, in varia forma e con finalità diverse, allo Stato centrale che sarebbe meglio definire il simulacro dell’ “ordinatore” politico per eccellenza, posto che la potestas sulla quale avrebbe dovuto fondare il suo potere per ergersi quale decisore nello stato d’eccezione, è svanita una quindicina d’anni fa.

In quel tempo, segnato non meno di questo da un “confusionismo” politico-istituzionale, ci fu una forza trascinatrice in Parlamento alla quale si aggiogarono tutte le altre, con rare e trascurabili eccezioni individuali, che ottenne, con voto plebiscitario, la riforma della Costituzione repubblicana nella parte definita Titolo V, attinente ai rapporti tra Stato, Regioni, Comuni, Aree metropolitane.

La fantasia si fermò qui perché nulla avrebbe vietato di reinserire nel novero egli enti politici anche le Province, cancellate ma non del tutto, sopravvissute ma prive di sostanziali funzioni, non elette da nessuno eppure dotate di organi direttivi e rappresentativi, oltre che di una non trascurabile burocrazia.

Da allora l’Italia degli staterelli arlecchineschi, variamente colorati, istituzionalmente litigiosi per disposizione legislativa, hanno sostanzialmente surrogato lo Stato centrale facendone un loro pari grado, sia pur lasciandogli una parvenza di primazia dal punto di vista della rappresentanza dell’unità politica nazionale e del coordinamento delle attività rilevanti del Paese, come la Difesa e la Politica Estera, il Tesoro ed il Fisco.

Il resto, lo gestiscono gli Staterelli post-unitari, vale a dire le Regioni, dotate di competenze assai importanti che spesso e volentieri impattano con le prerogative dell’altro soggetto il quale, come si diceva, non godendo più di una potestà riconosciuta è costretto periodicamente (ogni giorno, in pratica) a ricorrere alla Corte costituzionale per dirimere controversie con i suoi pari-grado guidate, e non poteva essere diversamente, da Governatori che nessuno ha mai definito legislativamente in tal modo, ma si ci vuole incanaglire per delle arlecchinate?

I presidenti degli Enti Regionali sono governatori perché così hanno decretato loro stessi appoggiati dalla stampa e nel sentire comune vengono in tal modo percepiti: non più che cavalli di carrozza, ovviamente, senza alcuna giuridica giustificazione, né potere in più derivante dalla prosopopea della qualifica che hanno assunto.

Si dà il caso che questo stato di cose, nel quale la mescolanza tra diritto ed opportunismo, occasionalismo giuridico e competenze forzate quando non inventate, mostra la corda soprattutto in alcuni momenti cruciali, dai rapporti con l’Europa alle scelte internazionali implicanti protocolli commerciali, al punto che alcune Regioni si sono dotate di piccole ambasciate all’estero per svolgere meglio il loro lavoro, anzi curare con maggiore sollecitudine i rapporti tra i cittadini che rappresentano e gli Stati. Senza che nessuno si scandalizzi, ovviamente.

Sicché può accadere che l’ambasciatore della Repubblica italiana in una certa nazione venga a trovarsi gomito a gomito con l’ambasciatore (che per pudore, almeno nelle occasioni ufficiali, non si farà chiamare così), ovverosia rappresentante di questa o di quella Regione, senza alcun imbarazzo da parte di entrambi.

Le “pezze a colore” possono far sorridere, ed in Europa almeno si sorride parecchio quando si parla dell’Italia e del suo vagabondare pittoresco tra le istituzioni. Ma quando il festino volge il suo sguardo non benevolo sull’umanità della quale pure la “Repubblica di Arlecchino” fa parte, allora i sorrisi si smorzano ed il tempo delle lacrime segna solchi profondi sulla martoriata terra che è stata una nazione di riguardo e ancora oggi, non certo per merito di chi ci governa, gode di un prestigio storico, culturale ed anche economico grazie ad imprenditori che sanno fare il loro mestiere, a ricercatori che onorano la scienza e le lettere, umili braccia di contadini – più o meno a tempo pieno – che duramente lavorano vaste aree del paese rendendole fertili, ma non quanto potrebbero se la mano pubblica stringesse le loro, callose e perlopiù povere: non sono, insomma, lo Stato inesistente e le arroganti Regioni che stanno dalla parte della comunità, ma è la comunità stessa a dare un senso alla nazione che le sullodate istituzioni dovrebbero difendere e al meglio rappresentare.

Dunque, quando le nuvole diventano più nere e si addensano sulla Repubblica, è difficile, nel quadro brevemente tratteggiato, che il disordine politico-istituzionale non si manifesti in tutta la sua terrificante geometrica potenza al punto di creare sulle rovine della Repubblica di Arlecchino il disordine istituzionale legittimato da bizantine pandette sotto forme di decretazione d’urgenza o addirittura di decreti emanati dal presidente del Consiglio dei ministri, e usurpando prerogative parlamentari, bypassando passaggi e dibattiti, minacciando spesso la richiesta del voto di fiducia per ammutolire le forze politiche, soprattutto quelle di maggioranza nelle quali potrebbe annidarsi un detestabile e fastidioso dissenso.

I provvedimenti, per la loro stessa natura, come è accaduto nei terribili mesi segnati dal Covid-19, frequentemente entrano in rotta di collisione con quelli adottati dalle Regioni, le quali, come ricordato, godono sostanzialmente se non degli stessi poteri, della stessa forza di imposizione (alle popolazioni afferenti) e di contrapposizione. Gli equivoci, formali e sostanziali, non sono più sul terreno della politica, ma si giocano su quelli del diritto e sul ricatto permanente che mette a dura prova la coesione nazionale.

Mario Landolfi, nell’ accattivante e amaro pamphlet, La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia, molto opportunamente parla di un derby infinito tra le istituzioni rappresentative politiche dal quale vengono fuori mostruosità che talvolta appaiono paradossalmente comiche, talaltra drammatiche.

La vicenda del “morbo alieno” che ha flagellato l’Italia, non meno del resto d’Europa e vaste aree del Pianeta, nato, sviluppatosi e diffusosi per oggettiva responsabilità della Repubblica popolare cinese, ha messo in evidenza, con una crudezza che non immaginavamo, quanto male fa al Paese la disunione nella quale si è venuto a trovare, anno dopo anno, per il tramite di pretese sempre più assurde da parte delle Regioni, fino a ridurre lo Stato all’impotenza, Stato che costituzionalmente – è bene ricordarlo – ha la sua collocazione sullo stesso piano delle prime e, dunque, limitato nel suo potere ordinatorio.

Occorrerebbe che tra macerie politiche ed istituzionali si facesse strada, ben al di là di un incomprensibile “sovranismo”, peraltro morto e sepolto, un sentimento atto a sorreggere l’idea stessa di nazione che, a mio avviso, non può che essere il patriottismo. Esso non è quello della Costituzione, né quello astratto e retorico pronto a farsi giustificazione ideologica a scopo di sopraffazione.

Il patriottismo è il vincolo comunitario tra elementi reali che costituiscono il fondamento della vita; non è escludente, ma il suo contrario; non è la forma politica dell’egoismo collettivo, ma prova di generosità di un consapevole aggregato umano consapevole che la sua sovranità finisce laddove comincia la sovranità degli altri; è il rispetto che si deve ad altre culture perché manifestazioni dello spirito dei popoli che sarebbe delittuoso cancellare.
Patriottismo e democrazia, dunque, si tengono, poiché, come osservava Lucien Febvre, il fondatore della scuola degli Annales, la patria “è una parola astratta, presa in prestito, una parola classica, certo; ma che ben presto si è riempita di sostanza umana, di sostanza individuale, di sostanza vissuta”. È questa “sostanza”che la legittima, in un certo senso. E le radici profonde del patriottismo sono in tante cose che riassumono la nostra identità. Basta cercarle, scansando i gadget del pensiero unico e del materialismo pratico.

Occorre tuttavia anche indirizzare la ricerca verso forme che garantiscano la coincidenza del sentimento patriottico con la la necessaria sovranità da ristabilire. E la sovranità non può che essere quella dello Stato-nazione, non già dunque del popolo inteso come materia “liquida”, né quella di una nazione indefinita e mutevole a seconda dei processi di aggregazione o di disaggregazione delle comunità soprattutto quando il loro principio ordinatore, cioè statuale, viene meno.

Roberto Michels, il grande sociologo tedesco che scelse l’Italia come sua patria, in Prolegomena sul patriottismo, un testo del 1928 da rileggere di questi tempi, scrisse: “La nazione è il presupposto logico dello Stato, la sua premessa storica. Il rapporto che intercede tra i due concetti si può esprimere anche con la formula paracelsiana anima petit corpus: l’anima sarebbe la nazione, il corpo lo Stato… La storia moderna dei popoli, infatti, non è, in sostanza, che una serie ininterrotta d’irredentismi, in cui le nazioni, già nate e formate nella scienza e nella coscienza, affannosamente e con ogni mezzo hanno cercato il loro scopo, il loro completamento e compimento, nello Stato da creare, o, se già creato altrove, cui aggiungersi. È dunque la nazione che cronologicamente precede, e dà vita allo Stato. Con ciò non vogliamo negare la potenza creatrice che lo Stato esplica anche in riguardo alla nazione. Lo Stato con le sue leggi, con il suo prestigio, foggia la nazione, la raffina, la amalgama meglio”.

Dunque, nazione e Stato sono complementari, ma il secondo non può svolgere la sua funzione nei confronti della prima se non contiene in se stesso gli elementi nazionali che lo legittimano ad operare in vista della tutela della coesione comunitaria. Se, al contrario, gli elementi costitutivi dello Stato contengono troppa disparità tra di essi – dalla lingua alla percezione del senso comune, dalla differenza accentuata tra terre e popoli all’autonomia rende dissimili profondamente le regioni, dell’istruzione scolastica al sistema tributario e via seguitando – se, insomma, non costituiscono le fondamenta su cui costruire uno Stato nazionale, dunque una comunità organicamente omogenea, è fatale la dissoluzione della stessa sovranità dalla quale, inevitabilmente, discenderanno sovranità contrastanti e dunque la dissoluzione della nazione e dello Stato stesso.

Le Regioni sono state un disastro. La subordinazione ad esse dello Stato – perché di questo si tratta – è il principio della fine (la gestione della sanità è emblematica al riguardo, come sottolinea Landolfi). Ci auguriamo che i conflitti che insorgeranno sul dopo-Covid non minino la resistenza dei cittadini che finora è stata esemplare. Ma perché ciò accada c’è bisogno di classi politiche generose con il popolo e rigorose con se stesse. Una scommessa sul punto non la farei nelle presenti circostanze.

Landolfi, a conclusione di questo pamphlet, giustamente osserva: “L’Italia non è apparsa mai tanto debilitata come ora. Ma se lavorare sulla memoria storica è impegno che richiede intere generazioni, a correggere le nostre insostenibili debolezze istituzionali bastano la procedura e i tempi fissati dell’articolo 138 della Costituzione”.

Chi si assumerà l’onere di indire e varare un’Assemblea costituente che riscriva buona parte della Carta? Quali forze politiche prenderanno l’iniziativa di modellare un nuovo ordinamento che contempli il decisionismo politico con le aspirazioni del popolo? Chi affronterà la ricostruzione morale di un nazione disfatta, logorata dai conflitti, irriconoscibile culturalmente? Sono questi gli interrogativi, insieme a molti altri, che le pagine del libro di Landolfi ispirano.

Mario Landolfi, La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia, Rubbettino, pp.172, € 15,00.