Alexander Sokurov è un patriota russo innamorato dell’Europa, un grande regista e un intellettuale terribilmente scomodo. Tornato a Venezia — dove vinse il Leone d’oro nel 2011 — con un magnifico film, “Francofonia”, ha subito scardinato il teatrino buonista — la sfilata a piedi nudi e altri stupidaggini — innalzato dallo strambo presidente della giuria Cuaròn. Ma andiamo per ordine.

Con gran rabbia dei suoi detrattori “Francofonia”, una dolorosa riflessione sulle fragilità dell’uomo europeo ormai senza radici, senza forma, senza senso, ha intrigato e convinto anche i critici più faziosi e arcigni. Per Paolo Merenghetti è addirittura “un film di primissima qualità, ambizioso e affascinante”.

La cinepresa indugia nelle sale del Louvre, l’eccezionale scenario della pellicola, e i protagonisti ci ricordano che «ogni popolo ha un oceano intorno a sé, e ogni persona un oceano dentro si sé». Eppure tutto sta per perdersi, per naufragare come la piccola nave inghiottita dalla grande tempesta, su cui sono stipati i tesori d’arte.

Metafore trasparenti e crudeli su un continente perduto, quell’Europa che, per Sokurov, “continua ad accumulare errori su errori”. Inevitabile il richiamo all’attualità. Intervistato il regista non ha celato il suo pessimismo: «Ciò che sta accadendo, queste invasioni senza meta e senza fine, sembrano un incubo irreversibile. E nessuno pensa a difendere la nostra cultura, che tra poco smetterà d’esistere. Per aiutare davvero queste persone bisogna intervenire nei paesi da dove fuggono, provare a risolvere i problemi lì. Invece li ammucchiano da qualche parte senza prospettive, cerchiamo di imporgli il nostro modo di vedere televisivo. I risultati saranno catastrofici per entrambi».

Il tramonto dell’Occidente è il nostro presente e non vi saranno albe o resurrezioni se non sapremo difendere il nostro vissuto culturale. Per Sokurov «La nostra estetica e quella musulmana non sono conciliabili. L’arte del ritratto, cardine della pittura e scultura europee, è inesplorata e inesplorabile per loro. Con rispetto, ma dobbiamo mantenere una distanza. Proteggere la nostra cultura dalla furia iconoclasta di chi la distrugge. Quel che è successo a Palmira nemmeno i nazisti avrebbero osato…» .

“Francofonia” come prologo di un requiem per l’Europa, ha azzardato il Corriere. Di sicuro uno squillo, un avvertimento, un monito in difesa della nostra civiltà che rischia di scomparire nel nulla. Proprio come la nave del film, che svanisce dallo schermo accompagnata dalle note prima alte e poi spezzate dell’inno nazionale russo.