Sorprendente Emil Cioran. La sua produzione è un vasto giardino di deliziose ed amare considerazioni sull’essenza umana e sul destino del mondo. Un giardino senza confini. Di tanto in tanto appaiono scritti sconosciuti, e sono già trascorsi quasi venticinque anni dalla sua morte. In questo lungo lasso di tempo abbiamo messo gli occhi su libri insospettabili, memorie intime e personali, carteggi improbabili, annotazioni lasciate qua e là come tracce da seguire, post-mortem, alla ricerca di un’esistenza  impalpabile, mutevole, inafferrabile. Non codificabile, insomma. E lo scrittore rumeno-francese, del quale credevamo di sapere tutto o quasi, si rivela ad ogni uscita di un suo scritto “ritrovato” fonte di cliniche interpretazioni della decadenza, nella dolorosa operazione di auto-sezione come soggetto attivo e osservatore disincantato, paradossalmente allo stesso tempo, nelle metamorfosi dello spirito di un’epoca paradigma delle contraddizioni che si frappongono tra l’uomo e l’assoluto, l’elementarità della materia e la tensione verso l’inconoscibile.

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Cioran ci ha resi avvezzi alla dissacrazione, anche se questa va considerata funzionale alla conoscenza e non gettata alla fruizione del lettore come esibizione di  un cinismo da parvenu, ma nelle sue pagine, leggendole alla rinfusa, anzi rileggendole molte volte, si ritrova la conferma di un’ansia che stupisce chi pure lo aveva “maneggiato” con la cautela del caso tra “squartamenti” e “disperazioni”, “esercizi di ammirazione” e “decomposizioni”, “confessioni e anatemi”. Ansia confermata dall’inquietudine che è evidente nel Breviario dei vinti, appena pubblicato da Voland (nella bella traduzione di Cristina Fantechi e curato da Roberto Scagno che firma un’illuminante postfazione; pp. 148, € 13,00), un volumetto di “divagazioni” assortite composto tra il 1941 ed il 1944 nella sua lingua materna. Documento, se si vuole, nel quale l’inquietudine è come rafforzata nel passaggio tra la identità originaria dello scrittore e quella che stava acquisendo trasformandosi in uno straniero che tale voleva restare in Francia, pur tagliando i ponti (ma non del tutto) con la sua vecchia Patria, i suoi costumi e le sue amicizie: un “armamentario” che invece di buttarlo nella Senna si porterà appresso per tutta la vita come testimoniano i numerosi carteggi finora apparsi con i suoi corrispondenti rumeni e le relazioni coltivate soprattutto con Mircea Eliade e Eugene Ionesco.

La prova ne è un altro piccolo, ma interessantissimo libro, dato alle stampe da Mimesis, L’insonnia dello spirito. Lettere a Petre Tutea (1936-1941), a cura di Antonio Di Gennaro, autore di una “non-prefazione” assai suggestiva (pp.83, € 6,00), nel quale Cioran conferma di essere “uno scettico al servizio di un mondo in declino”, come scrisse di se stesso in Confessioni e anatemi.

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Due libri che si possono leggere simultaneamente, in parallelo, passando insomma dall’uno all’altro senza che muti la prospettiva. Se il secondo è più “personale” – ma tutto è “personale” in Cioran, perfino “intimo” come dimostrano le sue confidenze sentimentali ed il suo atteggiamento nei confronto dell’amore rivelate dalla recente pubblicazione (peri tipi della Scuola di Pitagora)  del carteggio con la giovane scrittrice e filosofa  tedesca Friedgard Thoma, irresistibile “musa” alla cui informale presenza nella vita del marito nulla poté la pur amatissima Simone Boué che stabilì un ottimo rapporto con l’inoffensiva “rivale”, al punto di accompagnarla nell’ospizio dove lo scrittore era ricoverato e restando in contatto con lei anche dopo il decesso – il primo è di “prospettiva”, anzi, di “avvertenza” su quelle che saranno le sparse foglie della sua vita sul sentiero inconoscibile che percorrerà fino a quando la mente non gli si offuscherà.

E qua e là, non diversamente di quanto si può ritrovare tra le righe di altre opere, nel Breviario c’è anche quell’altra inquietudine, tutt’altro che filosofica, che sarebbe esplosa anni dopo proprio con il rapporto “spiritualmente eccitante ma improbabile dal punto di vista anagrafico e fisico” con la Toma, come osservò acutamente il compianto Franco Volpi recensendo su Repubblica l’edizione tedesca del carteggio tra i due. E aggiungendo: “Eppure l’imprevedibile meccanica dell’amore consente uno scambio: lui assapora avidamente la sua giovinezza, lei ottiene la sua intelligenza e pensieri fulminanti”.

Tanto bastava a Cioran per acquietare la sua ansia? Nemmeno per idea. La verità è che il preludio della sua inquietudine lo ritroviamo nelle pagine del Breviario: “La felicità paralizza il mio spirito. La riuscita nella vita mi svuota di me stesso e la fortuna in amore cancella le tracce della grandezza. L’io è assente nella felicità…”.

Confesso di aver più volte meditato sull’infelicità di Cioran ripercorrendo i suoi quotidiani itinerari al Jardin du Luxembourg a Parigi e poi fino a rue de l’Odeon dove abitava con Simone, in una mansarda quasi inaccessibile. E non sono mai riuscito ad astrarmi da quell’inquietudine ingabbiata, quasi strutturata, metafisicamente descritta come se fosse qualcosa di più di uno “stile di vita”, qualcosa che assomigliava ad un’indole originaria. E tale l’ho ritrovata nelle sue corrispondenze e, da ultimo, nelle lettere a Petre Tutea, l’amico caro della sua giovinezza a Bucarest, finito per essere perseguitato dai comunisti, lontano eppur presente nella vita di Cioran, al quale confida, tra l’altro, la percezione della decadenza. Gli scrive: “Per renderesti conto della nostra mediocrità, confronta il mondo moderno con una piazza di Atene o dell’antica Roma. Al giorno d’oggi, essendo la scrittura l’unico modo per progredire, qualunque lavoratore rozzo, senza talento, può tranquillamente elevarsi. Rimpiango i tempi in cui le verità ultime erano proclamate ai crocevia, dove tu eri il pontifex maximus del pensiero”.

E la fine di Roma, quasi seguendo una linea di pensiero “ossessiva”, ritorna nel Breviario come paradigma della decadenza: “Quando il demone dell’angoscia è di ostacolo ai tuoi istinti, impara dai Romani del crepuscolo imperiale quel che significa essere un lottatore decadente . Dibattersi senza speranza, amare la gloria con il morale a terra, essere ipocrita nelle proprie ingenuità. È il solo eroismo compatibile con lo spirito, la sola maniera d’essere che non inganna l’intelligenza”.

Eccolo il Cioran che continua a sorprendere. Lo si può non amare, ma è impossibile ignorarlo. È l’ultimo anatomopatologo di una civiltà agonizzante.