Milano arde e con lei l’Italia, il suo animo artigianale e un settore, quello del mobile, alla mercé delle grandi firme del design. Il Salone del Mobile apre alla Fiera di Rho la sua 52esima edizione che dal 9 al 14 aprile, molto probabilmente decreterà, nell’anno avverso dell’incedere di una strettoia ininterrotta, tutte le verità evidenti delle Fiere Italiane Antiche e Moderne. Un titolo e, l’augurio (oggi un monito) dall’omonimo libro scritto da Federico Pinna Berchet (edito dalla Casa editrice Dott. Antonio Dilani, Padova – XIV e.f ) che a Milano il 14 aprile 1919 in occasione di una delle tante mostre futuriste tenutesi al Caffè Cova in via Monte Napoleone, fortificò l’esigenza impellente dell’osare vocaboli, poesie e drammi sintetici, dal perfetto balzo in avanti di forgia futurista/fieristica, affrancato dalla presenza di Tommaso Marinetti. Oggi, sfortunatamente, risultano esserci solo momenti di distensione facoltativi per le aziende del settore, in continua apnea. Una fiera e un volto della Nazione: in attesa di 330.000 visitatori da 160 nazioni diverse, dove le novità hanno il tratto produttivo straordinariamente italiano del compianto Berchet, prematuramente scomparso il 3 agosto 1961, nel momento in cui, metteva alla prova ancora una volta la sua ampiezza di vedute nell’organizzazione della prima Mostra Internazionale delle Apparecchiature Chimiche MAC’61. L’importanza di una nuova Piazza d’Armi e del Salone del Mobile che riconquista la toponomastica non solo collocabile lungo i padiglioni del Nuovo Polo Fieristico di Milano situato a Rho/Pero ma nell’interezza dei 301.230 chilometri quadri della penisola.

 

Una sfida culturale più volte richiamata alla mente da F.P.B, sorta sì da una crisi ma di coscienze e, dall’affermazione impellente di una «diga di protezione contro questo fluttuare di azioni discordi che danneggiavano notevolmente le condizioni dell’Italia, duramente provata dalla lunga guerra». Equiparando le annotazioni di allora per l’elaborazione utile di una tendenza per l’anno 2013 improntata a sviluppare affari all’interno del Salone, coinvolgendo al contempo la pluralità degli espositori e dei visitatori in ambito nazionale ed estero. Da intendere, molto probabilmente, come un re-indirizzo dei grandi brand dell’arredamento e dei progettisti dell’avvilente epoca dei social climber del settore; dei “mercanti in fiera” dalle facili disquisizioni, pronti ad assimilare ogni nozione dalle terre emerse dell’export. Quantificabile nello 0,5% nel 2013, riuscendo a smarrire per strada nei viaggi interculturali più del 2% rispetto all’annata 2012 e, di tutte quelle ambizioni mai sopite, vincolante a una forte concorrenza commerciale anche all’interno della Comunità Europea, pervicacemente allettate da idee di sviluppo solo ventilate e riconducibili, dal 2007 all’anno corrente ad un calo della produzione e del fatturato pari al 30%.

 

Dalle prime fiere romane di Feronia in Etruria, Frigene nel Volsci e Voltinia nel Lazio, sembra erigersi solo la via estera delle esportazioni. Nell’annata 2012, infatti, il fatturato del comparto dell’arredamento è cresciuto del 57% con un ampio margine di incremento stimato nell’anno corrente attorno al 62,3%. Un apprezzabile impulso riconducibile all’epoca carolingia, però, rimaneggiato. L’esempio giunge da Federico Pinna Berchet: contrariamente alle rielaborazioni del libero scambio, fece sue tutte le prerogative auspicabili per la fiera più importante d’Italia. Nel lontano 1943 nella funzione di Commissario di Governo all’Ente Autonomo di Fiera Milano e successivamente nel ’46, come Segretario Generale della Mostra della Ricostruzione a Milano, Genova e Venezia, riuscì a racchiudere un’intendere e una prospettiva recuperabilissima attualmente, di nuove relazioni e sbocchi fra l’Europa, l’Africa e l’Asia a livello fieristico; (stimolo evolutivo italiano, relazionale e d’influenza) regolamentandone l’importanza, le località e l’accrescimento repentino dello sviluppo, senza indugi e ripiegamenti di sorta. Verso le più importanti mostre dell’epoca in campo internazionale. Reminiscenze dei due secoli VIIo e VIIIo efficacemente condotte a funzioni attuabili, dall’immediato successo. Contrariamente, all’ atteggiamento in alcuni casi dei design d’autore, della loro distribuzione, quanto a quello delle grandi case del mobile italiane e continentali.

 

Siamo alla soglia di un appuntamento che l’Italia deve varcare a schiena dritta e, forse, l’irriverenza sfavorevole di fiere pianificate sfarzosamente, senza assumere l’onore di una perfetta fusione-interfaccia tra le svariate concretezze prima di tutto interne, dell’artigianato, dell’industria e della meccanica, potrebbe finalmente diventare un lontano ricordo. Prima ancora dei grandi studi di architettura e della filiera distributiva, rivolti all’internazionalismo ed escludendo a priori l’interscambio utile per aiutare le imprese a realizzare delle corrispondenze che non siano uniformate all’implosione del consumismo selvaggio.

E’ ora di riattivare l’archetipo (a trasmissione diretta) dei fondamentali classici della storia delle mostre italiane? Alla speculazione e all’imperizia di una settimana lunghissima, votata completamente all’opulenza terminale del sistema denaro e della gabbia globale, attraverso ogni ostacolo, il Salone del Mobile ha saputo creare e in buona parte, conservare la sua efficienza e la sua utilità. Come si ritrova nell’opera e nella vita di F.P.B. che alle ore 11.00 del 12 settembre 1919, fu uno dei primi ad entrare a Fiume al fianco di Gabriele d’Annunzio e con la stessa disinvoltura nel 1923-1925 divenne il massimo esperto italiano di Fiere e Mostre Specializzate. Sprovvisto di ogni asserto degenerativo d’impaccio alla concretizzazione delle idee, elaborò una proposta che in seguito venne approvata dal Governo in data 15 luglio 1935: passata alla storia con il nome di “E 42” per poi, essere parte integrante del percorso storiografico della civiltà italiana in movimento, dal 1956 in poi con il nome corrente, EUR. “Orpelli irrilevanti” di un’epoca splendente in cui F.P.B. visse fortemente nell’irrealizzabile. Nel ponte sospeso più alto tra l’Europa e l’Oriente e nell’indomabile certezza dell’animo di un italiano, della grandezza e della polarizzante di una fiera. A prima vista, espressione di un comodino in vetro soffiato carico di significati. Meglio se, della Civiltà del Lavoro.