A Bologna il Vescovo Monsignor Matteo Zuppi, prossimo al soglio cardinalizio, pretende di lasciare un eredità indelebile ad un gregge colpevole di nascondere il maiale nell’impasto del tortellino. Per riparare all’evidente islamofobia, vuole sostituire il porco con il pollo e condividere così con i “fratelli” musulmani le gioie gastronomiche della festa del Patrono. A Roma Lorenzo Fioramonti, ministro grillino dell’educazione, auspica di veder le aule scolastiche spogliate dai crocifissi per sostituirli con mappamondi e brani della Costituzione.

I sogni del Vescovo e del Ministro sono il segnale poco serio, ma sicuramente grave della crisi identitaria e della deriva anti-Cristiana che affligge il paese. Una deriva largamente velleitaria nel suo tentativo d’abbraccio con quegli islamici che – come ricordava Monsignor Giacomo Biffi, rimpianto predecessore di Zuppi alla Curia bolognese, “vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità” … in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro”. Ma è anche singolare che il “tortellino dell’accoglienza” escluda gli ebrei costretti, dalle regole kosher, a evitare la carne mescolata, come nei tortelli, a ricotta o altri derivati del latte.

Sviste a parte c’è da chiedersi cosa pensi Monsignor Zuppi della sorte dei confratelli di Mosul o delle comunità cristiane costretti al martirio o all’esilio per non abiurare alla fede. Un martirio o un esilio conseguenza non solo, come spiegherebbe Zuppi, dell’Islam deviato dell’Isis, ma anche delle delazioni dei musulmani pronti a trovare nel Corano la giustificazione per impadronirsi delle case degli “infedeli” cristiani dopo generazioni di convivenza. La solidarietà al tortellino trova, del resto, ben pochi parallelismi nei regni islamici di Arabia Saudita, Qatar o Emirati Arabi dove come sottolineava già nel 1993 la Cei “si pone il difficile problema della reciprocità”. Paesi, ricordava la Cei di un tempo dove “è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo” e dove “non esistono luoghi di culto, non sono consentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime”.

E per quanto sia sproporzionato e sconveniente accostare i vaniloqui del grillino Fioramonti all’insegnamento del Cardinale Biffi varrà la pena ricordare al ministro che il compianto Cardinale e Vescovo di Bologna bollò come “intolleranza sostanziale” qualsiasi tentativo di eliminare dalle scuole i crocefissi o altri segni o usi della fede cattolica. “Il cattolicesimo rimane – spiegò Biffi in un memorabile discorso sull’immigrazione del settembre 2000 – la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze”.

Un discorso che liquida, con 19 anni di anticipo, anche la “teologia del tortellino” del suo successore. “E’ una singolare visione della democrazia – spiegava allora Biffi – far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non-rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana”. Sante, ma dimenticate parole.