Vauro, il noto sinistro vignettista, ha recentemente dichiarato in un talk show televisivo che l’attribuzione del reddito di cittadinanza alla brigatista Federica Saraceni è giusto. La terrorista comunista è stata condannata per la partecipazione al delitto del giurista Massimo D’Antona, ucciso in un agguato il 20 maggio del 1999; sta scontando ancora la pena ai domiciliari ed ha chiesto ed ottenuto dallo Stato Italiano il reddito di cittadinanza.

Ora immaginiamo che tra vent’anni il giovane criminale neonazista che ha ucciso due innocenti per le strade di Halle in Germania, chieda ed ottenga una sorta di reddito di cittadinanza nel suo paese, una volta inopinatamente detenuto anch’egli agli arresti domiciliari.

Credo che Vauro, di fronte a questo ipotetico caso, adeguandosi ai sentimenti di tutte le persone di buon gusto e di buon senso, manifesterebbe la più totale indignazione ed a nulla varrebbero i cavilli legali e burocratici che giustificherebbero la conformità di quella domanda di reddito di cittadinanza.

Anche nel caso di Federica Saraceni dovrebbero valere prima di tutto vincoli morali e di rispetto per le vittime di terrorismo ed i loro parenti; ma nel caso di Vauro e di tanti compagni suoi prevale il richiamo della giungla. Prima viene l’appartenenza ideologica e poi il giudizio di merito. Non si giudica l’efferatezza di un delitto, che comporta la privazione di una vita umana e la sottrazione di una persona ai suoi affetti familiari per sempre ; si valuta prima da chi è stato commesso l’omicidio e conseguentemente si conforma l’indignazione al contesto ideologico politico, cercando alibi e giustificazioni nel caso che l’assassino provenga da una identica storia d’appartenenza.

Per i sinistri di tal fatta non esiste il concetto di vergogna che è intrinseco in ogni uomo con una coscienza.

Combattere lo Stato con ogni mezzo arrivando ad uccidere innocenti e poi chiedere a quello stesso Stato il sussidio, di vile denaro, per pagarsi la propria sussistenza è semplicemente vergognoso, oltre che contraddittorio.

Il padre di Federica Saraceni è un magistrato in pensione, un vecchio servitore dello Stato si dovrebbe dire, certamente un appartenente alla casta con una pensione d’oro. Avrà anche avuto qualche responsabilità nell’educazione della figlia all’adesione ai principi del marxismo leninismo, dottrina che li ha accomunati nel momento delle scelte di vita.

Un padre con una coscienza etica dello Stato dovrebbe dire alla figlia :” Non preoccuparti della tua situazione economica, sarà tutta sulle mie spalle, la mia coerenza di magistrato e la tua di ex terrorista, convergono sul rifiuto categorico di richiedere alle Istituzioni un qualsiasi aiuto che sarebbe inopportuno ed immorale, anche se la legge, fatta male, ce lo permette. Il rispetto poi per chi è morto innocente, ce lo impone due volte: io parlo da magistrato e tu devi dimostrarlo da detenuta che si è pentita.”

Se in Italia continuiamo a rilevare comportamenti di lassismo morale in politica, sul lavoro, nei rapporti umani cio’ è dovuto alla mancanza di esempi dall’alto, di insegnamenti etici radicati nei fatti e non affidati al fiato di vuote parole.

Il povero Vauro , con le sue affermazioni in difesa della terrorista ai domiciliari, non sa vedere il mondo oltre la propria trincea, non difende  valori universali ma quel poco che rimane di un tragico passato.