Finalmente un ottimo risultato conseguito dall’Unione europea. Siamo su “Scherzi a Parte” ? Era meglio. Se fino a qualche tempo fa, l’Italia era alle prese con il rompi capo degli approvvigionamenti energetici, da qualche giorno la cortina fumosa che ha avviluppato le poche certezze degli ultimi dieci anni, è più fitta del calar della sera. Ancora una volta la Commissione europea tergiversa, sottraendo alla vista l’unica nazione che nel corso degli ultimi anni aveva attivato dei canali privilegiati con la Russia di Vladimir Putin. L’Italia ? La Germania. Nonostante la poca incisività e le astuzie socialdemocratiche di una classe dominante: costante nell’infondere i suoi dettami alla Cancelliera tedesca. Cosa ben diversa dall’avvicendamento italo-russo che nell’ex premier S. Berlusconi, escludendo ogni possibile decisione in merito alle energie e dibattuta tra i due amici durante i corsi intensivi di danze Khorovod in cui, perlomeno noi, avevamo un canale privilegiato. Bei tempi per la Corte dei miracoli del Cavaliere, poco propensa a fare i conti con due disastri annunciati. Il “novello” partito e l’inchino ai governi italiani che si sono succeduti.

 

L’era Berlusconi è finita da un pezzo. A rappresentare gli interessi italiani in Europa, con una certa aria sorniona e accondiscendente, c’e’ Matteo Renzi. E alla presidenza del Consiglio di Amministrazione dell’Eni ? Emma Marcegaglia. Vogliamo allora per una volta, metterci nei panni e nelle magagne di chi ci osserva dagli impercettibili confini europei, quasi certamente provvisti di magagne anche peggiori delle nostre ? Pur di farli contenti ce la stiamo mettendo tutta. Tornando al nocciolo della questione, la Russia rinuncerà al progetto del gasdotto South Stream che doveva, inizialmente, collegare le acque vitalizzanti della Moscòva e tutto ciò che ne consegue, all’Unione Europea. Da Mosca invece, sembra che il Presidente russo sia convinto che l’UE non abbia nessuna intenzione di sostenerne la pianificazione del progetto e la sua messa in opera. Nel frattempo, settimana prossima, il vicepresidente della Commissione responsabile dell’Energia, Maros Sefocovic, ha confermato una riunione d’urgenza con gli Stati interessati per discutere in maniera approfondita il da farsi. Insomma, l’incidente diplomatico ha tutta l’aria di essere una partita di poker on line di bui e controbui, dove ognuno gioca a seconda dell’obbiettivo che si è prefissato. Tranne noi che giochiamo a carte scoperte.

 

Le aziende coinvolte nel progetto sono: l’italiana Eni, la russa Gazprom, la francese EDF e la tedesca Wintershall. Occupandoci della compartecipazione che ci riguarda, quella dell’Eni, da quanto si apprende nell’articolo del Il Messaggero, Primo Piano-Esteri, Gas, Ue contro Putin sul South Stream. Renzi: «Lo stop non ci preoccupa» del 3 Dicembre 2014, ecco cosa ne pensa della questione il presidente del Consiglio Renzi: «South Stream era un progetto che non consideriamo fondamentale per l’Italia». Sciapò, clap, clap, clap. Ora lo scherzo si fa serio e siamo convinti che, l’eccelsa categoria dei lampredottai fiorentini, dall’alto della loro nobile arte (per fortuna non li ha sterminati e dotati di chip), saprebbero ben spiegargli che gli azionisti di controllo dell’Eni, sono così ridistribuiti: Ministero dell’Economia e delle Finanze il 4,34% (157.552.137 azioni), Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. 25,76% (936.179.478 azioni) e in mano a People’s Bank of China va il 2,102 %.

 

E visto che l’80,1% di CDP S.p.A appartiene al Ministero dell’Economia e delle Finanze, va da se che l’ammontare delle azioni detenute dalla banca italiana su Eni, sommate alle quote partecipative dello stesso Ministero, sfiorerebbero appena il 30,1%. Ma allora perché un progetto che vede impegnata una delle maggiori aziende italiane, guarda caso subito dopo essere stata totalmente dilapidata del portfolio azionistico dello Stato, utilizzato con “ottimi” risultati per il taglio del debito pubblico, (trattenete i sorrisi. C’e’ da piangere) dovrebbe accettare un’ulteriore attacco alla sua operosità, riconosciuta in campo internazionale? Non chiedetelo a Renzi. Sarebbe anche ora che lo spieghi a reti unificate e sempre che ne abbia l’intenzione, se gli riesce, di non aggrapparsi alla procedura di infrazione dell’UE. Sono solo quisquiglie. Che però, permettono a Putin di prendere la palla al balzo rivolgendosi alla Turchia: applicando pur di vendere i suoi prodotti energetici uno sconto del 6%. La partita si fa sempre più interessante e, chi ha dalla sua la possibilità di assestare un colpo decisivo per vincere il torneo, lo fa senza esitazioni. Ankara vale Bruxelles e il ribasso del petrolio e del gas, incalza strenuamente chi ne fruisce e chi lo desidera a prezzi calmierati.

 

I maggiori paesi che forniscono milioni di tonnellate di petrolio e miliardi di metri cubi di gas all’Italia, ottimamente illustrati dalla rivista italiana di geopolitica Limes che nell’articolo “L’incognita energetica dell’Italia” del 2/12/2014, inserisce a ragion veduta una carta a colori chiara, sono: l’ Azerbaigian che ci fornisce 10.940 di tonnellate di greggio, la Russia il 10.024 di greggio e il 40% di miliardi di metri cubi di gas, la Libia perduta per sempre circa 8.247 tonnellate di greggio e l’8% di miliardi di gas, l’Arabia Saudita 7.635 di greggio e in ultimo il Kazakistan che provvede a erogare il 5.175 di greggio. Non abbiamo dimenticato l’Algeria che si assesta al 18% delle forniture di gas e il Mare del Nord da dove arriva il 10% della miscela gassosa dello stivale. A fare i conti della serva lo “Zar” detiene quasi il monopolio dell’approvvigionamento energetico. Quasi.

 

Al di là delle motivazioni russe, ampiamente esposte dal sito del think tank Nodo di Gordio (www.nododigordio.org), nell’articolo a cura di Andrea Ursi dal titolo “Russia e Occidente: la difficile conciliazione”, sarebbe prima di tutto opportuno pensare ad una diversa tipologia di sostegno professionale; della formazione, della preparazione e delle capacità utili per la Nazione e di chi ci rappresenta nel campo energico e nelle relazioni internazionali. Almeno che, non si abbia l’intenzione di accondiscendere all’inesperienza dell’ennesimo governo calato dall’alto. Dai loro commessi viaggiatori che dicono di No alla Russia e vanno in Kazakistan a promuovere accordi. Facendo le veci di un intero popolo e pensando che il martedì nero della svalutazione del tenge kazako dell’11 febbraio 2014, sia stata solo un’appendice spensierata del Mardi Gras di New Orleans. Quando a metà di un’ipotetica guerra fredda che non ci compete, la Russia, non aveva i canali privilegiati che ha oggi con la Cina. Un tavolo che esclude il ruolo dell’Italia: per le sue colpe e per un occhio di riguardo alle venature atlantiche belghe e lussemburghesi. E prima di pensare a cambiare l’Europa ? E’ meglio cambiamo prima noi stessi. Certo, è una sfida affascinante e non priva di difficoltà.

 

Basta metter in serbo il ricordo di cosa è scaturito dalle Leopolde e dagli accordi non resi pubblici tra alcune forze partitiche. Occorre qualcosa d’altro. Subito.