Dopo i terribili fatti di Parigi sentiamo il dovere di ragionare sulla minaccia fondamentalista senza isterismi e con un minimo di analisi dello scenario nel quale siamo immersi. Diciamo subito che alcuni commenti sulle cause della strage di venerdì sera, che hanno avuto come incipit  il tema dell’immigrazione sui barconi, non hanno reso un buon servizio all’intelligenza. A fronte di un fenomeno terroristico che si è sviluppato all’interno del mondo arabo, che agisce con mezzi e risorse senza precedenti e che ha mostrato notevoli capacità organizzative, non si può essere credibili innescando una polemica sul tema dell’immigrazione. E’ un po’ affrontare il problema del riscaldamento globale del pianeta dando la colpa al fumo delle sigarette.

Il controllo dei flussi migratori è fondamentale, l’identificazione dei profughi altrettanto, ma tutto ciò è un problema “tecnico” delle forze di polizia, non un tema politico connesso alla lotta alla jihad. Altro argomento affrontato grossolanamente e senza uno straccio di approfondimento è il rapporto tra l’Islam e i kamikaze dell’Isis. La citazione dei versetti coranici usati come armi improprie sia dai sostenitori dell’equazione musulmano=terrorista, sia dai difensori della religione di Allah e Maometto impedisce di comprendere una cosa elementare quanto fondamentale, ovvero da cosa nasce la follia dell’attentatore suicida.

Shahid, vengono chiamati in arabo i terroristi fondamentalisti che scelgono il “martirio”, il termine indica “colui che testimonia la fede” e lo fa con la jihad fino alle estreme conseguenze.  Secondo una credenza non condivisa da tutti i musulmani, chi si immola volontariamente per uccidere i nemici nel nome di Allah entra direttamente in paradiso senza passare dal via, ovvero  dal giudizio previsto dal Corano. Questa è una interpretazione che, secondo i canoni della religione cristiana potremmo definire “eretica” dal momento che togliersi la vita è assolutamente vietato dalla dottrina islamica fin dall’epoca del Profeta. Ma fu un’autorità spirituale molto cara ad una parte del mondo islamico sciita, l’ayatollah Khomeini, a sdoganare l’azione suicida contro il nemico elaborando e diffondendo la teoria del “martirio per la Jihad” nelle scuole coraniche dove si indottrinavano i mujaheddin, subito emulato dai mullah delle madrasse di mezzo mondo. L’unione della teoria del leader iraniano con l’altra “eresia”, quella Wahabita, ha prodotto l’ideologia mefitica della quale sono imbevuti, tra gli altri, i militanti di al Qaeda e dell’Islamic State.

Il Wahabismo è una deviazione dei principi islamici, nata in un’area dell’attuale Arabia Saudita, nella metà del ‘700 attraverso un accordo tra lo sceicco Ibn ‘Abd al Wahab e l’emiro Muhammad ben Saud. Gli aderenti a questa dottrina hanno interpretato in maniera rigida e restrittiva i già pesanti divieti e prescrizioni della Shari’ha. Se a queste componenti ideologico-religiose aggiungiamo la mancanza di un’unica autorità spirituale riconosciuta,  capace di sintetizzare il messaggio maomettano (il ruolo interpretato dal Papa nella Chiesa Cattolica) ecco che ogni singolo versetto del Corano può diventare una cintura esplosiva o un commando di terroristi. Ma schiacciare tutto il mondo musulmano in una visione monodimensionale collegandolo sic et simpliciter  alla perversione del fondamentalismo è un errore concettuale e strategico, così come lo è la reazione isterica della chiusura dei luoghi di culto.

Dal punto di vista concettuale, oltre all’analisi di cui sopra, bisogna tenete presente che l’offensiva dell’Isis è lanciata soprattutto verso il mondo arabo, in seconda battuta contro i “crociati” europei e occidentali. I tagliagole di Abu Bakr al-Baghdadi hanno come obiettivo la creazione del “Califfato”,  uno Stato sovranazionale, “altro” rispetto agli attuali confini, all’interno del quale far trionfare la loro personale rilettura del Corano. I loro nemici, prima di noi cristiani colpevoli non soltanto di essere “infedeli” ma anche di sostenere i governi avversari, sono altri musulmani, gli sciiti di Iran, Sira e Iraq, i Giordani, gli Egiziani, i Libanesi e i Paesi del Maghreb innanzitutto. Da sempre il terrorismo islamista ha ucciso non soltanto ebrei o cristiani, ma anche musulmani  che hanno combattuto il fondamentalismo. L’esempio più noto è l’assassinio ordinato da Bin Laden e dal mullah Omar dell’islamicissimo (se possiamo coniare un neologismo) Ahmad Shah Massud, meglio noto con il soprannome datogli dai talebani ai quali tenne testa per anni in Afghanistan, “Leone del Panshjr”.  Così come musulmani sono i Tunisini bersaglio dei terroristi in nord Africa, i Curdi, i Nigeriani, i Kenioti, i Giordani, che hanno visto un loro militare ardere vivo e gli stessi Siriani e Irakeni dei territori occupati. Corretto quindi, fare attenzione a cosa ci riferiamo quando parliamo di pericolo islamico, considerato che i fedeli di Allah nel mondo sono un miliardo e seicentomila e che, immaginiamo, non tutti sognino la notte di tagliarci la gola.

Dal punto di vista strategico la reazione alla minaccia dell’Isis è necessaria e doverosa. Per renderla efficace però, va tenuto presente che prima di mettere a punto l’intervento militare, vanno regolati politicamente i conti interni all’alleanza tra Occidente e mondo arabo cosiddetto “moderato”. Tralasciando la spazzatura complottista che si legge sul web, con le ormai logore teorie per le quali ebrei, americani, massoni e non sappiamo chi altri sono la causa di tutto, è un dato di fatto che Paesi “amici” nei quali ci rechiamo spesso tranquillamente in vacanza sono oggettivamente tra i sostenitori e i finanziatori occulti dei tagliagole di al-Baghdadi. Lo fanno perché nella guerra civile inter-araba di cui abbiamo parlato recitano il loro ruolo. Gli Stati del Golfo sono a maggioranza sunnita così come l’Arabia Saudita e vedono nella crescente potenza economica iraniana una minaccia. Accade così che in Qatar ci siano contemporaneamente una delle più importanti basi militari segrete degli Stati Uniti (e della Nato) ad Al Udeid, la sede di al Jazeera e l’ufficio di rappresentanza diplomatica dei Talebani. Tutto questo mentre un manager e ministro del governo quatariota, Nasser Al-Khelaïfi, è presidente della squadra di calcio del Paris Saint Germain e altre importanti famiglie di Doha, con il meccanismo della zakat   (la donazione ai bisognosi prescritta dal Corano) finanziano i fondamentalisti che hanno seminato il terrore nella capitale francese. Cambiando regione lo scenario non muta. Caso ancora più grave, infatti è quello della Turchia. Paese membro della Nato con la pretesa di entrare nella Ue, per i motivi di cui sopra integrati dalla storica guerra contro i Curdi, tiene aperti i canali attraverso i quali l’Isis contrabbanda petrolio e altro per reperire le risorse necessarie a mantenere la sua rete di assassini. Potremmo continuare, ma gli esempi servivano a spiegare come fosse necessario un chiarimento forte con gli alleati storici del mondo arabo e il loro coinvolgimento politico e militare concreto prima di intraprendere l’azione contro il territorio occupato dai tagliagole. Diversamente dovremmo sempre guardarci alle spalle e daremmo ai nostri nemici l’argomento forte della guerra di religione per definire  quello che invece è una necessaria operazione militare mirante a garantire la sicurezza in Medio Oriente e in Occidente

Tutto questo, come si può vedere, ha poco a che vedere con i barconi carichi di disperati (e forse anche di qualche possibile terrorista) che rappresentano pur sempre un problema da affrontare, ma di diversa natura e portata. Lasciamo a Salvini gli slogan, le risse televisive con le comunità musulmane italiane che, peraltro, spesso collaborano con le forze di polizia e con i nostri servizi per individuare potenziali minacce. La destra, quella vera, è altro. Viene da una identità storica e da un portato culturale che non merita di essere immiserito da analisi e tesi dal peso e lo spessore della carta velina.