Dominique Venner ha scelto d’uscire di scena con un gesto tragico e definitivo. Come l’eroe de “L’homme a cheval” larochelliano, Venner ha combattuto per l’idea d’impero, “quel qualcosa che strappa gli uomini a se stessi”, e ha conosciuto il sangue, il tradimento, la pietà.  Non domo, dopo la tragedia d’Algeria ha immaginato sulle pagine di  “Europe Action” strategie moderne e disegni complessi, talvolta troppo complessi per i suoi interlocutori. Stanco delle sterili querelles della “droite nationale”, scelse l’impegno culturale, la ricerca storiografica, l’approfondimento. Il pensiero. Un lavoro poderoso quanto minuzioso, attento. Lo testimoniano decine di libri, migliaia di articoli. Poi la decisione. Il 21 maggio a Notre Dame de Paris.

Dalla pagine di “Gilles”, Drieu ci avvertiva “gli Dei che muoiono e rinascono: Dioniso, Cristo. Niente si fa senza sangue. Bisogna morire incessantemente per rinascere incessantemente”. Dominique Venner lo sapeva, ne era consapevole. Ecco la sua ultima lettera. Il suo testamento spirituale. Da leggere e meditare. (Marco Valle)

 

Il saggio vive quanto deve, non quanto può (Seneca)

Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.(Yukio Mishima)

Sono sano di spirito e di corpo e sono innamorato di mia moglie e dei miei figli. Amo la vita e non attendo nulla oltre di essa, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito. Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita con un intento di protesta e di fondazione. Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali.

Mentre tanti uomini si fanno schiavi della loro vita, il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi do la morte per risvegliare le coscienze addormentate. Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà millenaria. Così come difendo l’identità di tutti i popoli presso di loro, mi ribello al contempo contro il crimine che mira al rimpiazzo delle nostre popolazioni.

Essendo impossibile liberare il discorso dominante dalle sue ambiguità tossiche, spetta agli Europei trarre le conseguenze.
Non possedendo noi una religione identitaria alla quale ancorarci, abbiamo in condivisione, fin da Omero, una nostra propria memoria, deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.

Domando anticipatamente perdono a tutti coloro che la mia morte farà soffrire, innanzitutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici fedeli.
Ma, una volta svanito lo choc del dolore, non dubito che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e che trascenderanno la loro pena nella fierezza.
Spero che si organizzino per durare. Troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.

Dominique Venner