Il trasformista Conte Giuseppi è in pieno road show auto promozionale e non si perde un défilé che sia uno. Che siano feste di partito, convegni associativi, riunioni di varia umanità, dibattiti assortiti o eventi più o meno irrinunciabili, quello che nel fu governo giallo verde era un diligente ed impalpabile maggiordomo apparentemente capitato lì per caso, nel governo giallo rosso si è repentinamente trasformato in un bulimico consumatore di protagonismo mediatico impegnatissimo, saltabeccando da New York a Ceglie Messapico, ad attirare l’attenzione senza farci mai mancare dichiarazioni banali condite di selfie d’ordinanza, persino con i cagnolini (Dudù docet) o divorando hamburger americani (Salvini docet).

Il look azzimato e un po’ provinciale dell’unico uomo capace di guidare due governi diversi espressione di orientamenti politici opposti e con programmi incompatibili viene così riproposto fino alla noia da media accondiscendenti e da siti istituzionali (vedere la pagina web della presidenza del consiglio per credere).

La settimana scorsa tra una comparsata alla festa di LEU e una ad un convegno della CGIL il presidente damerino è transitato anche da Atreju, performance che merita qualche considerazione rivolta più a chi l’ha organizzata che a chi ne ha approfittato.

La domanda è semplice: che senso ha concedere un’altra comoda e compiacente passerella mediatica ad un personaggio del genere in una situazione politica del genere? Perché un conto sarebbe stato un vero confronto, anche aspro, tra posizioni contrapposte per dibattere, magari scontrandosi (civilmente), su temi e problemi politici veri. Un altro collaborare diligentemente, in cambio di un po’ di copertura mediatica, alla strategia di comunicazione di un presidente del consiglio ostile rivelatosi acerrimo nemico di qualsiasi cosa stia più a destra del PD. 

All’ex avvocato del popolo è stata così offerta una comoda e compiacente ribalta grazie alla quale, come un bravo piazzista, ha potuto illustrare al gentile pubblico la sua discutibile merce politica. Niente contraddittorio e niente dissenso quindi, come si conviene ad una ecumenica visita pastorale. Il rito è stato officiato da Bruno Vespa che ha messo in scena il consueto e scontato copione, untuoso e mellifluo, col quale da decenni ingombra le serate della RAI, inossidabile a qualsiasi cambio di regime.

Che senso ha un’esibizione del genere in una manifestazione che si proponeva pomposamente di “sfidare le stelle”? Si sfidano le stelle con il conformismo più scontato e trasversale? Mettendo in scena una mediocre replica di Porta a Porta a beneficio di un avversario politico?

Ovviamente dal punto di vista di audience e visibilità l’operazione è riuscita visto che, come da copione, tutti i media hanno concesso amplissimo spazio all’evento.

Ma spazio a cosa? A contenuti politici, ideologici, culturali o alla piaciona esibizione dell’arlecchinesco Giuseppi? In teoria ad Atreju avrebbe dovuto essere di scena la “destra”, ma in epoca di contenitori e riposizionamenti alla fine omologazione e subalternità sono sempre un buon investimento. Non a caso qualcuno ha subito fatto notare “una certa differenza con quanto accaduto a Pontida con la Lega”.

Il giorno dopo, nel suo discorso di chiusura, la Meloni ha cambiato registro ed ha attaccato tutto e tutti, compreso Conte che ha definito “ maggiordomo in guanti bianchi”. Benissimo. Ma non poteva dirglielo direttamente il giorno prima, quando il “maggiordomo” era lì?