La “bomba” africana sta per esplodere. Un miliardo e 314 milioni di abitanti attendono per lo più fatalisticamente lo sconvolgente evento che, non diversamente da altre aree della Pianeta, dovrebbe abbattersi su di loro. I cinquantaquattro Paesi indipendenti e i dieci di status controverso africani hanno guardato finora il coronavirus massacrare popoli e nazioni non certo con indifferenza, ma ponendosi l’angoscioso interrogativo su quanto sarebbe arrivato nel Continente. Ci ha messo un po’ di tempo, ma è giunto a destinazione.

L’Africa,  finora ha registrato tremila contagi (stando ai rilievi dell’OMS alla fine della settimana scorsa) e cinquanta morti accertate.  Un numero contenuto, ma approssimativo per la difficoltà di operare gli accertamenti soprattutto in alcune nazioni militarizzate o occupate da milizie jihadiste e da pirati spietati come nel Corno d’Africa. Ma non si è che all’inizio.

Naturalmente governi ed autorità sanitarie stanno cercando di limitare il contagio.  Impresa improba. Intanto per la vastità del Continente che non può contare su una direzione ed un coordinamento unici nel fronteggiare il morbo. Poi per la scarsità di presidi sanitari e di specifiche attrezzature. E soprattutto per i pochi medici, ancorché molto qualificati in alcuni Paesi, avendo studiato in Europa e in America.

In Africa il coronavirus è arrivato tardi e lentamente. Il primo caso si è stato rilevato il 14 febbraio in Egitto. Poi è incominciata una diffusione costante in una decina di Paesi; poi in altri venti e  fanno trenta. I paesi più colpiti sono quelli nordafricani: in particolare l’Egitto che ha registrato finora 166 casi di contagio e quattro morti e l’Algeria con sessanta casi e quattro decessi, mentre Sudan e Marocco hanno avuto un morto ciascuno. Tra gli altri Paesi colpiti, il Sudafrica con 62 contagiati, il Senegal 27. Degli altri Paesi si hanno notizie scarse e contraddittorie per la difficoltà di accertare lo stato dell’infezione da  parte dei funzionari dell’OMS che ha ammonito sui rischi legati alla diffusione dell’epidemia in Paesi con malnutrizione e molti casi di Hiv. Secondo i calcoli dell’Organizzazione sanitaria dell’Onu, nei Paesi già contagiati si prevede una media di 300 casi al giorni. 

Secondo qualcuno sarebbe necessario lanciare un piano internazionale per fronteggiare la pandemia. A cominciare da un maggiore accesso all’acqua pulita, al miglioramento delle condizioni igieniche generali, alla costituzione capillare di centri sanitari di intervento locale. Occorrono ingenti risorse umane e materiali. Di questi tempi chi è in grado di assicurarle?

L’Africa è stata depredata dai neocolonialisti che si sono impossessati di imponenti risorse appoggiati da governi-fantoccio che altro non erano e non sono che clan criminali arricchitisi con i piani di intervento delle organizzazioni umanitarie e del Fondo monetario internazionale le cui risorse sono state privatamente gestite da sedicenti “statisti”. Classi dirigenti nella maggior parte dei casi inadeguate e corrotte possono gestire un cataclisma come quello che si sta per abbattere sul loro Continente?  Se è vero che vi sono Paesi poveri, ma strutturati politicamente come quelli nordafricani, il Sudafrica, la Namibia, la Tanzania, l’Uganda e pochi altri, con un sistema di istruzione ed una struttura sanitaria decente, il resto manca praticamente di tutto e per di più è segnato dalle guerre islamiste e dalla corruzione.  Una situazione nella quale nessuno, tantomeno gli occidentali, ha intenzione di mettere le mani, mentre la Cina coltiva i propri interessi in quelle aree dove si è insediata pressoché stabilmente e governa indirettamente grazie alla compiacenza di politici assoldati allo scopo.

Un ulteriore fattore di allarme  riguarda le ricadute economiche della crisi sanitaria globale sull’Africa che per due terzi vive di assistenza in cambio di sfruttamenti indecenti da parte di potenze straniere.

La Commissione Economia delle Nazioni Unite per l’Africa ha stimato una caduta dal 3,2% all’1,8% della crescita del Pil continentale  a causa della crisi dell’industria energetica e turistica e  del crollo delle rimesse. La perdita di introiti fiscali, inoltre, sarebbe determinerebbe un aumento insostenibile del debito, con conseguenze destabilizzanti. La contrazione della domanda di petrolio  causerebbe perdite per circa 65 miliardi di dollari agli Stati produttori africani. L’impatto del Covid-19 sull’industria estrattiva porterebbe ad  un calo verticale degli introiti per il 2020, valutato in  101 miliardi di dollari. A essere colpiti saranno soprattutto paesi come l’Angola, dove il petrolio rappresenta il 97% circa dell’export, occupando una quota di Pil del 30%; la Nigeria che ne esporta  il 92% pari  all’11% al Pil nazionale; il Sudafrica, che pur contando su una maggiore diversificazione produttiva, esporta petrolio per 9 miliardi di dollari annui.

In particolare, gli effetti del blocco della produzione e del contrazione della domanda costituiscono una minaccia grave per gli stati subsahariani. Due dati su tutti danno un’idea della forte interconnessione sino-africana: sono circa 200.000 lavoratori cinesi in Africa e 80.000 studenti africani in Cina,  5.000 dei quali nello Hubei, dove è nato il coronavirus . La Cina, dunque,  è il principale partner commerciale e “formativo” dell’Africa: il volume degli scambi  commerciali nel 2018 ammontava a 204 miliardi di dollari, soprattutto in risorse energetiche e minerarie. Sarà la Cina ad occuparsi dell’epidemia che sommergerà l’Africa? Sembra proprio di sì. Anche perché Pechino in tal modo intende tutelare i propri interessi, più che dare un apporto umanitario.

All fine dell’emergenza Covid-19 l’Africa si scoprirà quasi interamente “cinesizzata”? Una specie di Tibet migliaia di volte più grande tra Pacifico, Atlantico e Mediterraneo. Non si era mai visto prima che una epidemia mutasse la geopolitica mondiale.

(Il Dubbio)