Ricordo, anni fa, durante un viaggio in India, di essere passato in pullman di notte per le strade di Bombay, oggi Mumbay. Dal finestrino vedevo file interminabili di marciapiedi occupate da oscure figure umane dormienti, incastrate l’una nell’altra come tessere viventi di un enorme puzzle, costrette a passare la notte all’aperto, perché altro ricovero non c’era. Certo, chi era più fortunato poteva distendersi sulle traversine in legno della ferrovia ; godeva del vantaggio di non avere nessuno di fianco durante il sonno, fondamentale era però conoscere gli orari del passaggio dei treni.

Chi ha avuto la ventura di visitare l’India, difficilmente non ha cambiato la sua concezione della vita, ridimensionando molto le proprie ambizioni materiali ed apprezzando di più quel tanto o poco che aveva. Non mi ha stupito quindi nel leggere in “Shantaram”, il libro, in gran parte autobiografico scritto da Gregory David Roberts, pagine di una crudezza tremenda sulla sorte di molti bambini indiani, la cui veridicità non è possibile nascondere.

Riporto un brano che mi ha molto colpito, dove l’autore si addentra nei quartieri più nascosti e miserabili della città di Mumbay.

“Ci spostammo in un angolo tranquillo, accettammo il tè che ci fu offerto e lo sorseggiammo in silenzio. Poi parlando lentamente e a bassa voce, Prabaker (la guida n.d.r.) mi raccontò di quel posto che lui chiamava il mercato degli schiavi. Gli schiavi erano i bambini seduti sotto il telone sbrindellato. Erano scampati ad un ciclone in Bengala, a una carestia nell’Orissa, a un’epidemia di colera nell’Haryana, negli scontri secessionisti nel Panjab. I bambini venivano localizzati, reclutati e comprati da appositi agenti , e raggiungevano Bombay, spesso da soli, percorrendo in treno centinaia di chilometri. Gli uomini nel cortile erano compratori o agenti. Anche se sembrava che non mostrassero un grande interesse- parlavano fra di loro ignorando quasi del tutto i bambini sulla panca di legno – Prabaker mi assicurò che era in atto una contrattazione discreta, e che venivano stipulati affari proprio sotto i nostri occhi.

I bambini erano piccoli, magri e fragili. Due tenevano le mani intrecciate, e le dita formavano un complesso groviglio. Un altro teneva un braccio sulla spalla di un compagno come per proteggerlo. Tutti fissavano i compratori e gli agenti ben pasciuti e ben vestiti, seguendo ogni mutamento d’espressione e ogni gesto enfatico delle mani ingioiellate. Gli occhi dei bambini erano come bagliori neri sul fondo di un pozzo… Udii gli echi sonori di un battito di mani. Una ragazzina si era alzata dalla panca e si era messa a danzare e cantare, con una voce eccezionalmente forte, acuta e sottile. Dimenò le anche e sporse i seni inesistenti nell’imitazione infantile di un’adescatrice, suscitando l’interesse di agenti e compratori. …Prabaker mi spiegò che i bambini sarebbero morti se non fossero stati portati al mercato degli schiavi . I reclutatori professionali, i cosiddetti “talent scout”, battevano i luoghi colpiti da catastrofi, siccità, terremoti, inondazioni. I genitori affamati, che avevano già visto morire di stenti uno o due figli, accoglievano quei visitatori come una benedizione, si chinavano a sfiorare i piedi dei talent scout in segno di rispetto. Li supplicavano di comprare un figlio o una figlia, perché almeno loro avessero una possibilità di sopravvivere. I bambini in vendita erano destinati a fare i fantini sui cammelli in Arabia Saudita, Kuwait ed altri stati del Golfo. Alcuni sarebbero rimasti invalidi partecipando alle gare che sollazzavano i ricchi sceicchi. Alcuni sarebbero morti. I sopravvissuti , quando diventavano troppo grandi per correre sui cammelli, venivano abbandonati al loro destino. Le bambine lavoravano come serve nelle case mediorientali. Alcune facevano le prostitute. Ma se non altro erano vivi. Erano i fortunati. Per ogni bambino che arrivava al mercato degli schiavi, cento pativano sofferenze indicibili e morivano.”

Di fronte a questo racconto o ad altri simili in altre parti del mondo , non posso trattenere un senso di rabbia a pensare che mentre accadono queste cose, in Europa si faccia di tutto per rendersi complici dei trafficanti di uomini, che in Africa reclutano con l’inganno migliaia di giovani illudendoli di portarli ad una vita fatta solo di piaceri e di agi in Europa. Molti finiranno come nuovi schiavi succubi del caporalato mafioso, le poche ragazze, in gran parte, nel giro della prostituzione nigeriana.

Mi dà fastidio pensare che a coloro che raggiungono il nostro paese, quella minoranza che sopravvive all’attraversamento del deserto, sia concesso di non fare niente a trentacinque euro al giorno, mentre con quindici euro al mese mantieni un bambino nelle missioni delle suore e dei frati italiani nei luoghi più disperati del mondo; con tre euro paghi la mensa ad un bambino in Mozambico per tutto un mese.

Rabbrividisco all’idea che qualche bambino per anni, in Occidente, abbia provato gli stessi timori di quei suoi coetanei indiani, entrando in un seminario, dove su di lui si concentravano gli abusi di qualche alto prelato. E che a nascondere queste situazioni ci sia stata la “Ragion di Stato”, dello Stato più buonista del mondo.

Penso con rammarico che quei bambini indiani descritti nel libro, se sopravvissuti, oggi divenuti adulti, siano gli schiavi, insieme ad altri, impegnati a costruire gli stadi per i prossimi campionati del mondo di calcio, in Qatar nel 2022. Mi indigna vedere che una signora cilena, una poveretta, divenuta commissario per i diritti umani per conto dell’Onu, voglia dare lezioni all’Italia.