La recente occasione di una intesa di giudizio con Angelo Panebianco non poteva che essere, come in effetti è stata, un momento straordinario ed irripetibile. In effetti nell’editoriale del foglio di Cairo “Politica e interessi. L’immobile Italia dei veti”, il collega sottoscrive una lettura della sacrosanta e strameritata sconfitta di Matteo Renzi nel referendum del 2016, antitetica alla verità politica e sociale. L’elettorato italiano, in occasione della votazione del 4 dicembre 2016 sulla cosiddetta riforma Renzi – Boschi, non ha subito condizionamenti di sorta ma ha inteso essere un rifiuto squillante ed inequivocabile alla persona del presidente del Consiglio proponente e ai suoi propositi apertamente intesi come preludio di una repubblica presidenziale.

A detta di Panebianco, che non calcola e dimentica la spinta dei poteri forti, della grande stampa e dei canali televisivi, in prima linea della catena berlusconiani, “non è un caso che tutte le volte che si è cercato di rafforzare della decisione tramite riforme costituzionali, l’Italia dei veti sia riuscita a sconfiggere tali tentativi. Da ultimo è accaduto con il referendum costituzionale del 2016 (la riforma Renzi, l’Italia dei veti capì benissimo quale fosse il “succo” della riforma: dare più potere di governo ridimensionando almeno in parte quantità e vitalità dei poteri di veto. Capì, si mobilitò e vinse”. Il risultato delle urne (60% a 40%) significò cosa profondamente diversa: l’aspirante presidente era profondamente antipatico e fu bocciato dal popolo minuto e rifiutato in misura inequivocabile e spontanea.

Panebianco lancia un’ipotesi fantastica, tale da ignorare (recte, calpestare la realtà, la logica, i reali sentimenti manifestati). L’ex cattedratico offre, nell’esposizione globale, un quadro complesso, concluso da un giudizio negativo senza scampo e soprattutto senza speranza. “Il governo – si dice – deve usare la finestra di opportunità che si è aperta per riformare (nientepopodimeno che) la pubblica amministrazione e la giustizia (persino), rimettere in moto l’Italia delle infrastrutture, rimuovere gli ostacoli che impediscono un rapido ed efficace (di tipo tedesco) impiego dei soldi pubblici , ristruttura la sanità, investire in istruzione (in capitale umano), insomma si chiede al governo di fare quello che (apparentemente) è il suo mestiere: darsi delle priorità, decidere, colpire gli interessi, grandi e piccoli, che, da tanto tempo, funzionano come “tappo” che blocca e comprime le forze vitali del Paese. Lodevoli propositi, rispettabilissime richieste. Ma esse si scontrano con il fatto che un governo in grado di fare le suddette cose non c’è. Ciò vale per il governo Conte come per qualsiasi altro governo”.

Ma il male, pur nella sua perentoria ultimativa, per Panebianco esiste ma non se ne riesce a trovare né la radice e la ragione.  Francamente ed onestamente esse vengono da lontano e trovano il loro cardine nel vuoto di senso dello Stato, della Nazione, della Patria, un vuoto che ha radici remote, aggravato dall’attuale coalizione, fondata sul nulla, posseduta dal nulla e animata dal nulla. Ne è prova la retorica arma del giovanilismo, vuoto e retorico attacco alle classi mature ed esperte.