L’incubo dello Stato islamico anche nel martoriato Afghanistan. La vicenda era rimasta sotto traccia, trascurata dai media, ma il ritrovamento di sette persone, tra le quali un bimbo, di etnia hazara decapitate, la conseguente manifestazione di protesta a Kabul e l’ammissione degli stessi talebani ha scoperto il velo di riservatezza che avvolgeva l’evidenza.

Una verità prevedibile e sottovalutata, ma che adesso costringe lo stesso governo italiano a fare dietrofront rispetto al disimpegno previsto per fine anno dal teatro afghano. L’Italia, quindi, si allineerà agli Stati Uniti. Il contingente di ottocento militari, quasi tutti schierati a Camp Arena, ad Herat, proseguirà nella missione “Resolute Support” anche nel 2016.

A confermarlo sono stati sia il ministro della Difesa Roberta Pinotti che il collega degli Esteri Gentiloni. Per gli esponenti del governo Renzi “C’è un’esigenza nuova”, ovvero le infiltrazioni dell’Isis all’interno del territorio afghano, con tentativi di dialogo con al Qaeda ed una ripresa delle azioni insurrezionali in molti distretti.

La Regione Ovest, dove ci sono gli italiani, è finora la più sicura, ma anche lì non sono mancati gli attacchi. I nostri militari in Afghanistan stanno proseguendo l’attività addestrativa delle forze armate e di polizia di Kabul, delegando le operazioni di antiterrorismo e protezione del contingente alle forze speciali della Task Force 45.

Intanto, a conferma di quanto ormai sia concreta la presenza dell’Isis nel Paese asiatico la tensione crescente e gli scontri tra le due principali fazioni nelle quali si è diviso il movimento degli studenti coranici. Tensioni che si sono tramutate negli ultimi giorni in duri scontri nell’est e nel sud del Paese, con almeno cinquanta morti da entrambe le parti.

L’ultimo episodio in ordine di tempo di quello che si sta configurando come uno scontro senza quartiere di fazioni con interessi contrapposti è stato registrato nelle nella provincia meridionale di Zabul dove alcuni talebani, hanno impiccato 15 militanti dell’Isis. E lo hanno fatto, ha detto un loro portavoce all’agenzia di stampa Pajhwok, perché sono stati ritenuti corresponsabili della decapitazione realizzata dai seguaci del “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi dei sette hazara prigionieri, fra cui due donne e un bambino, passeggeri di un autobus sequestrati nella provincia di Ghazni nell’ottobre scorso.

Gli scontri dello scorso fine settimana segnano l’acme di una avanzata del Daesh che prosegue da quasi un anno, soprattutto nella provincia orientale di Nangarhar, dove ha ottenuto la sottomissione di numerosi comandanti talebani radicali, e l’appoggio di combattenti stranieri fra cui quelli del Movimento islamico dell’Uzbekistan.

Questo ha generato una sorta di guerra intestina tra talebani, divisi dopo la morte del mullah Omar, con periodici scontri fra afghani. Il motivo di dissenso fondamentale fra le fazioni è che i talebani “ortodossi”, hanno un progetto di conquista del potere in Afghanistan dove vogliono costituire un governo basato sulla sharia come fu fra il 1996 ed il 2001, mentre l’Isis e i suoi alleati locali non mostrano interesse nei confronti dell’entità statale afghana in quanto tale, ma puntano al controllo dell’area per inserirla nel “Califfato” transnazionale.

Nel corso dei mesi scorsi, nel silenzio totale dei principali media, i talebani del mullah Mohammad Mansur, succeduto al defunto mullah Omar, si sono divisi fra scontri con le forze di sicurezza afghane e altri con i militanti dell’Isis ed i loro alleati. In più, alcuni giorni fa, un gruppo di comandanti che non riconoscono la leadership di Mansur, considerato troppo filo-pachistano e contrario alla penetrazione Daesh, ha creato una scissione, dando vita all’Alto Consiglio dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ed eleggendo come suo capo il mullah Mohammad Rasool (nella foto) e suo vice il signore della guerra mullah Dadullah. E sono proprio questi ultimi due a rappresentare la sponda politico-militare sulla quale punta al-Baghdadi.