Ultime notizie dal Nuovo Mondo. Prosegue a tutta velocità l’avveramento della profezia orwelliana di 1984: “ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne il presente senza fine in cui il Partito ha sempre ragione”.

I talebani antirazzisti si sono accorti che anche i venerati padri della Patria George Washington e Thomas Jefferson erano schiavisti e quindi “razzisti”, per cui prendersela con Cristoforo Colombo e i combattenti confederati non era più sufficiente.

Effettivamente George Washington a Mount Vernon possedeva 316 schiavi ai quali si aggiungevano i 153 di proprietà della moglie ed altri 40 che aveva affittato. Nessuno di essi fu mai liberato durante la sua vita.

Jefferson, che aveva inserito di suo pugno nella Dichiarazione d’indipendenza del 1776 la famosa frase “tutti gli uomini sono stati creati uguali” per poi diventare il 3° presidente degli Stati Uniti, ne possedeva più di 200 che si rifiutò di liberare persino nel suo testamento nel quale dispose, invece, la loro vendita in pagamento di varie pendenze.

Nel 1814 aveva respinto sdegnosamente la richiesta di John Quincy Adams di esprimere pubblico sostegno alla causa antischiavista.

Anche le loro statue devono quindi essere oltraggiate e buttate a terra e la loro memoria dannata. Hanno iniziato a Portland con quella di Washington, abbattuta dopo averla coperta di graffiti di insulti e bruciandogli addosso una bandiera a stelle e strisce, a seguire quella di Thomas Jefferson, anche lui tirato giù dopo essere stato imbrattato.

Poi Chicago, dove la statua del primo presidente degli Stati Uniti è stata malamente imbrattata dopo averne coperto la testa con un cappuccio tipo Ku Klux Klan, con pressante richiesta di rimozione al più presto possibile da parte delle organizzazioni politicamente corrette.

La rimozione delle statue, però, non risolve tutti i problemi: resta sempre quello delle banconote da 1 e 2 dollari, visto che sui milioni e milioni di esemplari in circolazione campeggiano da sempre i volti di Washington e Jefferson. Per essere coerenti gli anti razzisti dovrebbero chiedere di bruciarle tutte, cominciando da quelle che hanno nel portafoglio.

Chi ha rischiato seriamente lo sfratto dagli amatissimi bigliettoni è invece il 7° presidente Andrew Jackson che l’amministrazione Obama aveva rimpiazzato sulla banconota da 20 dollari con Harriet Tubman (1822-1913) militante abolizionista, soprannominata “Mosè degli afroamericani”, che nata schiava si battè per tutta la vita per la libertà e i diritti della gente di colore. In pratica il massimo della correttezza politica. Solo che il bieco Trump ha sospeso l’immissione dei nuovi pezzi da 20, prevista per quest’anno, rinviandola al 2026.

Non sta andando altrettanto bene per la statua di Jackson posta di fronte alla Casa Bianca e assalita ieri da un gruppo di manifestanti che ha cercato abbatterla e che è stata momentaneamente salvata dall’intervento della Polizia.

Difficilmente, però, Andrew Jackson potrà resistere: lo inchioda, tra l’altro, la sua firma sull’Indian Removal Act del 1830, una legge che autorizzò l’espulsione dei nativi americani dalle terre del Sud, assegnate ai bianchi per piantarci il cotone, e la loro deportazione ad Ovest del Mississippi da dove poi nel corso del XIX secolo saranno cacciati più volte, sempre più lontano e con metodi sempre più violenti e crudeli.

A New York, intanto, è il turno della statua equestre di Theodore Roosevelt, 23° presidente e premio Nobel per la pace nel 1906, che dal 1940 si trova davanti al Museo di Storia Naturale a Central Park West e la cui rimozione è stata richiesta dalla direzione del Museo stesso che la ritiene un simbolo di colonialismo e razzismo.

Teddy Roosevelt, che era stato anche governatore dello stato ed appassionato naturalista, vi è rappresentato a cavallo con a fianco, entrambi a piedi, un nativo americano e un uomo africano il che costituirebbe “una gerarchia razziale che il museo e il pubblico hanno trovato a lungo inquietante” così come “le idee di Roosevelt sulla razza”.

Il sindaco della città, che è proprietaria della statua, l’ultra progressista e politicamente correttissimo Bill de Blasio si è immediatamente accodato: “la città sostiene la richiesta del Museo. È la decisione giusta e il momento giusto per rimuovere questa statua problematica”.

Uno come lui non poteva certo salvare sia Colombo che Roosevelt, uno dei due andava per forza sacrificato.  Ora aspettiamo di capire cosa succederà alle molte statue del nipote di Teddy Franklin Delano, venerato 32° presidente, l’unico confermato per 4 mandati, quando i fanatici antirazzisti si accorgeranno che non era certo meno “razzista” dello zio.