Si chiama  triptorelina ed è un farmaco che blocca lo sviluppo della pubertà, potrebbe essere introdotto in Italia per ragioni che hanno dell’incredibile. La tutela dei minori, delle loro libere decisioni (e delle libere decisioni delle loro famiglie) sembra da noi un argomento intermittente. Lo si evoca solo se a sostenerlo c’è un solido orientamento del mainstream. Altrimenti tutto è possibile. La canea evocata sul tema dei vaccini – con il continuo cambiamento di idee all’interno del governo in relazione agli obblighi – sembra svanita ora che all’orizzonte compare il possibile uso di un farmaco da prescrivere ai preadolescenti affetti da “disforia di genere”.

La diagnosi di disforia di genere riguarda i giovanissimi – in età prepuberale – per i quali si manifestino segnali di incertezza sulla identità di genere. L’Agenzia del farmaco (Aifa) si dovrà pronunciare sul possibile utilizzo – in questi casi – di un medicinale, la triptorelina, che ha l’effetto, tra gli altri, di bloccare la pubertà nei maschi, così come nelle femmine.

L’Aifa ha chiesto un parere preventivo al Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb), che si è espresso a favore dell’uso del farmaco, nonostante si ignori alcuna sperimentazione clinica in tal senso, e sia assai carente la consistenza della letteratura scientifica a sostegno.

Più di un commentatore – tra tutti gli esperti del Centro Studi Livatino, che hanno dedicato lo scorso  21 settembre, a Roma, un seminario sul tema spinoso – ha manifestato preoccupazione circa il contesto che sembra aver orientato il Cnb.

E’ indubbio rilevare una sempre più elevata pressione ideologica a favore del modello “gender fluid”, favorevole a ogni intervento che vada verso la cancellazione della identità di genere maschile/femminile. L’uso della triptorelina avrebbe il “vantaggio” di prolungar nel tempo la fase di indeterminatezza sessuale, influendo attivamente sul blocco dello sviluppo puberale, quindi di fatto bloccando la manifestazione dei caratteri sessuali secondari, come lo sviluppo del seno nelle femmine.

La diagnosi di disforia di genere – se l’Aifa aderisse al parere del Cnb – consentirebbe la prescrizione della triptorelina, con il conseguente allungamento del periodo di limbo sessuale, di fatto favorendo una condizione di ambiguità sessuale, data l’assenza voluta di corrispondenza tra sesso e genere “percepito”.

Al di là della contrapposizione ideologica e culturale  tra chi promuove la teoria del “gender” e chi ritiene la sessualità un insopprimibile dato di natura, crea molta preoccupazione l’intervento medico “autoritativo” che solo in teoria dovrebbe prima incassare un consenso espresso in modo libero e volontario del minore, con la consapevolezza delle informazioni ricevute.

Non è difficile capire perché si tratterebbe solo di un teorico e formale rispetto del “consenso informato del minore” e della famiglia. Come si può assicurare che il minore affetto da disforia di genere, cioè in una manifesta crisi di identità sessuale, possa liberamente e consapevolmente voler assumere un farmaco in grado di bloccare il suo sviluppo sessuale?

La scelta frettolosa (nell’assenza riconosciuta di una sicura sperimentazione clinica) di somministrare un farmaco con effetti coerenti con il modello del “gender fluid” sembra prevalere anche per motivi economici. Si aprirebbe un mercato farmacologico nuovo, che potrebbe abbattere i costi chirurgico-sanitari prevedibili per chi in ottemperanza alle leggi voglia e possa cambiare genere nel corso della sua vita adulta e consapevole.

I casi di disforia di genere in Italia sono stimati nell’ordine dei 2-5 su 100mila. Ogni trattamento annuale di triptorelina – secondo alcune stime diffuse – costerebbe intorno ai 2000-2500 euro. Un mercato quindi non lontano dai due miliardi di euro di valore. Un mercato molto “trendy” in perfetta sintonia con chi propugna la teoria del “gender”. Basta così poco – una fideistica adesione a una ideologia – per orientare obbligatoriamente i giovani all’indeterminatezza sessuale?

E nessuno (o quasi) che se ne scandalizzi. L’intervento medico-farmacologico, tanto osteggiato dalle comunità Lgbt (che contrastano l’uso di presidi medici che si “oppongono” all’omosessualità, come se fosse una malattia da curare) emerge invece come tollerato e addirittura auspicato e favorito da chi vuole affermare la via farmaceutica all’indeterminatezza sessuale.