Mentre il Patrio Stivale rimane incartato nelle strambe polemiche nostrane sull’Alta Velocità in Piemonte e Veneto oppure sulla Gronda di Genova, sull’autostrada Cispadana, sulla Statale Jonica e su tutti gli altri cantieri promessi, talvolta aperti ma tutti bloccati (per un valore, secondo l’Associazione Costruttori, di 36 miliardi di euro…), nel resto del mondo si programmano, si finanziano e, soprattutto, si costruiscono grandi opere. Ardite, utili, ecosostenibili. Una lista lunghissima che copre l’intero atlante.

Uno dei progetti più interessanti e innovativi arriva dalla Danimarca: sul Mar Baltico, a dieci chilometri da Copenhagen, sta per nascere un distretto futuribile e tutto “green” di tre chilometri quadri, impiantato su nove (o forse più, si vedrà in corso d’opera…) isole artificiali. È l’ “Holmene project” — in danese, invero con poca fantasia, “progetto isolette” —, un piano promosso dal governo ed ideato dagli architetti e ingegneri di Urban Power, studio specializzato nella trasformazione e sviluppo d’aree urbane e nella creazione di soluzioni ambientali avveniristiche. Un’eccellenza tutta fieramente scandinava.

L’importante investimento — il preventivo si aggira sui 425 milioni di euro — è il risultato di una scelta meditata, discussa e ampiamente condivisa dalla politica centrale e locale e dalla società civile danese. Sull’esempio della “Palma“ di Dubai o del quartiere monegasco di Fontveille, l’espansione sul mare con la realizzazione dell’arcipelago è considerata la soluzione ottimale all’annosa mancanza di spazi della capitale e una prospettiva valida per l’ampliamento e riqualificazione della zona industriale circostante — l’Avedore Holme ormai compressa nell’ipercongestionato comune di Hvidovre —, oltre che un volano importante per l’economia nazionale. «La regione di Copenhagen non ha aree  industriali sufficienti, mentre potenziare la crescita e lo sviluppo è vitale per tutto il Paese», ha dichiarato alla stampa Rasmus Jarlov, ministro dell’industria e del commercio del regno. Si tratta di «un piano visionario che il governo sostiene pienamente» ha aggiunto il ministro del Lavoro, Troel Lund Pousesen. Va aggiunto che i contributi statali riguarderanno solo i costi di costruzione mentre la vendita dei terreni edificabili coprirà i costi di tutte le altre infrastrutture.

L’ambizioso progetto è spalmato su un arco temporale di 18 anni — l’apertura dei cantieri è fissata per il 2022 e la chiusura è prevista per il 2040 — e ogni isola verrà costruita volta per volta. Un’esercizio di lungimiranza e razionalità ben descritto da Arne Nielsen, portavoce di Urban Power; la strategia presenta infatti: «numerosi vantaggi, il programma verrà realizzato passo per passo, e non si presenterà mai il rischio di dover fare i conti con un lavoro lasciato a metà, nel caso fortuito che gli interventi dovessero essere improvvisamente interrotti a causa di una recessione economica. Le isole potrebbero essere sviluppate in modo differenziato e a tema, realizzando in ognuna le condizioni migliori per potenziare settori di ricerca, come le tecnologie verdi e legate al settore biologico oppure su possibili settori ancora sconosciuti. Anche la qualità dell’acqua» ha aggiunto Nielsen «non dovrà essere sottostimata ma attentamente considerata perchè il litorale ha un potenziale immenso».  

La “time table” stilata da Urban Power prevede un’iniziale fase di bonifica del territorio litoraneo di Hvidovre con la riqualificazione e rinaturalizzazione della zona costiera; l’obiettivo primario è recuperare parzialmente uno spazio di paludi, stagni e scogli scelleratamente cementificato negli anni Sessanta per dare spazio alle fabbriche e alle abitazioni e oggi inaridito e pesantemente inquinato. Per di più l’arcipelago servirà da baluardo contro le violente mareggiate che ogni inverno flagellano, erodendolo, l’intero lungomare della municipalità. Subito dopo, grazie ai 26 milioni di metri cubi di materiale provenienti dagli scavi della nuova linea della metropolitana della capitale e dai detriti in surplus ricavati dagli altri lavori pubblici sparsi per la Danimarca, si procederà gradualmente all’innalzamento delle isole. La prima unità sarà abitabile e operativa già nel 2028. L’obiettivo finale è la creazione di una Silicon Valley in versione baltica e ultramoderna, un distretto dedicato sia all’abitativo che alle aziende attive nel tech e nell’industria 4.0 – circa 380 società si sono già prenotate un indirizzo — con la creazione di 12mila nuovi posti di lavoro.  

L’”Holmene project” prevede spazi per attività sportive e ricreative con assoluta attenzione alla tutela dell’ambiente. Per sostenere il ritorno e la riproduzione della fauna marina e dell’avifauna verranno realizzate zone naturalistiche protette: scogliere, banchi sabbiosi, micro isolotti formeranno una catena di ecosistemi inaccessibili al pubblico. L’isola principale — significatamente battezzata Green Tech Island — sarà dedicata invece alle attività di ricerca sulle tecnologie rinnovabili e lì verrà costruito il più potente impianto di termovalorizzazione del Nord Europa. Lo stabilimento gestirà i rifiuti organici e le acque reflue prodotte a Copenaghen e dintorni (un conglomerato di circa un milione e mezzo di abitanti), immagazzinandoli in impianti a biogas o trasformandoli in acqua pulita. A pieno regime il distretto di Holmene dovrebbe assicurare — grazie ad una formidabile combinazione di fotovoltaico, turbine eoliche, sistemi d’accumulo e altre tecnogie verdi — una riduzione di 70mila tonnellate di CO2 e una produzione di oltre 300.000 MWh di energia non fossile, pari al consumo del 25 per cento della popolazione della capitale danese.