Dopo dodici anni di prigionia è morto Tarek Aziz, l’antico ministro degli Esteri dell’Iraq laico ed indipendente. Ho conosciuto Tarek, era un uomo intelligente e gentile, colto e attento, fiero delle sue radici cristiane e orgogliosamente, ma non ottusamente, nazionalista.

La sua scomparsa mi ha fatto riflettere una volta di più sulla tragedia del Levante e la follia dei processi mondiali in atto. La tanto celebrata globalizzazione non è altro che il predominio della finanza internazionale, la grande usuraia dei popoli, che ormai controlla, se non determina, le elites politiche e gli stessi governi in vaste aree del mondo, dal Medioriente all’Europa in specie.
E conosce un’unica legge, quella del massimo profitto con il minimo sforzo nel più breve tempo possibile, giacché i dividendi di Fondi, Banche e multinazionali hanno cadenza annuale.
Legge ammantata di moralità, secondo un’interpretazione propria del protestantesimo anglo-americano, che misura la virtù con la ricchezza e identifica l’etica con l’utile.
E’ l’altra faccia della medaglia del materialismo, simmetrica al marxismo: il liberalismo, che degrada la libertà da diritto essenziale della persona a modalità e struttura economica, ” il libero mercato”.
Legittimate, per così dire, da tale assunto, abusivo ed arbitrario, e forti del controllo diretto e/o indiretto degli editori e dei tanti volenterosi pennivendoli che ammorbano, soprattutto in Italia, stampa e televisioni, le lobby finanziarie progettano e propagandano campagne moralistiche, “democratiche e progressiste”, contro chiunque contrasti e contesti le loro mire speculative e parassitarie, preparando l’opinione pubblica al loro violento abbattimento.
” Dal crollo del muro di Berlino, abbiamo creato una serie di diavoli molto cattivi, ad uso e consumo dell’opinione pubblica “, ha denunciato sull’autorevole organo progressista francese Le Figaro’, Renaud Girard, famoso inviato speciale e profondo conoscitore e studioso degli scenari mediorientali ed africani. ” Il diavolo ha successivamente assunto il volto dell’iracheno Saddam, del serbo Milosevich, del libico Gheddafi, del siriano Hassad “, di chiunque tenti di mantenere nella disponibilità del suo Paese le risorse energetiche del proprio territorio, o contrasti il monopolio delle reti di conduzione e distribuzione da parte delle famigerate Compagnie, le cosiddette Sette sorelle già funeste ad Enrico Mattei e all’Italia .
E’ stata la grande semina del terrorismo islamico, dalle invasioni dell’Afghanistan alle guerre contro l’Iraq, dalle interferenze in Siria all’aggressione alla Libia.
La vorace e rapinosa finanza internazionale e’ l’ostetrica delle “inutili stragi” di ieri, di oggi e di domani. Ha provocato il parto di al-Qaeda e dell’Isis.
L’Isis, la minaccia più grave per l’Occidente in genere, ma in particolare per l’Europa, prima di tutto per l’Europa meridionale e quindi in Italia, e’ il frutto tossico della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, la nazione più assimilata ed assimilabile a noi, per origini, interessi economici e strategici. La più evoluta e moderna a quel tempo. Lo affermo perché ho potuto constatarlo di persona.

Sono stato in Iraq nell’ottobre 1996. L’Italia, vassallo più che alleato degli Stati Uniti, aderiva all’embargo decretato dall’ONU contro quel Paese, sui cui cieli vigeva la no-flyzone, il divieto di volo, e con il quale aveva interrotto le relazioni diplomatiche. Il Ministero degli Esteri, che avevo preavvertito, sconsiglio’ energicamente il viaggio, ammonendo che non avrebbe potuto garantire assistenza oltre i confini della Giordania, da cui avrei tentato l’ingresso in Iraq. Ed evidenzio’ il rischio d’un impedimento attuato dal Mossad o dalla CIA.

Avevo preso accordi con Kais Al Yacoubi, ambasciatore plenipotenziario iracheno presso il Vaticano, che aveva fatto pervenire alla Confill, (Confederazione Italiana Lavoratori Liberi), di cui ero Consulente per le relazioni esterne, l’invito a partecipare con una delegazione concordata al “Eleventh General Congress which will be held on November 2/11/1996, Baghdad . Al Congresso, cioè, della Confederazione dei Sindacati Arabi, di cui la Federazione irachena aveva la Presidenza. Fu un viaggio avventuroso, da Amman a Baghdad, di notte, attraverso 500 km. di deserto, con il rischio d’incontri pericolosi. Ma ne valse la pena.

Con me c’erano Franco Brunetti, Presidente della Confill, Giuseppe Guacci, Presidente dell’authority portuale di Taranto, Stefano Mancini, esponente di Europa Civiltà , associazione per la difesa dei diritti dell’uomo, ed un esponente della Sanità del Vaticano. Ci siamo trattenuti una decina di giorni, ben oltre la durata del Congresso e abbiamo potuto incontrare molte personalità del partito unico Baat e molti membri del Governo, dal Vice Presidente della Repubblica, membro del Consiglio della Rivoluzione, Taha Yassen, a Tareq Aziz, ai ministri del Lavoro, del Commercio, della Sanità, dei Trasporti. E visitare senza restrizioni la capitale, Babilonia ed altre località.
A cinque anni dalla fine della prima guerra del Golfo, Baghdad era completamente ricostruita, una splendida città, ricca di verde e monumenti, grande viabilità, una serie di ponti di ardita ingegneria a cavallo del Tigri, il maestoso e mitico fiume che l’attraversa, distrutti dall’aviazione americana e prontamente riedificati, traffico e passeggio intensi e vivaci. La maggioranza della popolazione vestiva all’occidentale, donne comprese, che abbiamo visto affollare bar, ristoranti e caffè anche sole e in gruppi senza uomini.

Le chiese cristiane erano aperte al culto e liberamente frequentate. Capillare la rete degli uffici sindacali e dei presidi sanitari. Purtroppo erano evidenti le dolorose conseguenze dell’embargo, cinicamente esteso anche al cibo ed ai medicinali, soprattutto negli ospedali, dove medici anche italiani assistevano i malati, moltissimi i bambini, spesso atterrati su materassi di ripiego, senza strumenti e farmaci adeguati. Il nutrimento più diffuso e disponibile erano i datteri. Al mercato nero gestito in prevalenza da giordani un’aspirina valeva uno/due galloni di benzina. Sul confine giordano, come del resto su quello libanese, lunghe teorie di tir caricavano petrolio iracheno in cambio di vettovaglie e oggetti usuali, a prezzi di strozzinaggio: merci per quattro dollari per ogni barile di petrolio!

l’Iraq era stretto da un assedio iugulatorio mirato alla sua distruzione, come fu confermato dall’invasione del 2003, con il pretesto delle armi di distruzione di massa che avrebbe posseduto, la cui dimostrazione fu esibita nella celebre sceneggiata all’ONU del Segretario di Stato, Collin Powell, che agito’ sulla faccia dei delegati una presunta fialetta di antrace.
Certamente il regime di Saddam Hussein era monocratico ed autoritario, come del resto la maggioranza dei regimi del medio oriente e dell’Africa di allora e di oggi, molti dei quali erano e sono tuttora alleati degli Stati Uniti.

Era anche, però , uno dei più laici, moderni e ben organizzati Stati musulmani. C’era la libertà religiosa, il sistema giudiziario era basato più sul diritto europeo continentale che sulla legge islamica, l’istruzione elementare, sei anni, era obbligatoria e gratuita, l’Assistenza sociale e sanitaria capillarmente organizzata e ben gestita dal sindacato, le infrastrutture eccellenti. Prima della guerra , l’economia e la finanza del Paese erano in pieno sviluppo, la moneta locale valeva quattro dollari americani. In virtù soprattutto del petrolio, del quale l’Iraq era il quarto produttore del mondo e di cui disponeva enorme riserve. Questo e’ il punto!

Altro che la democrazia e la libertà vilipese, altro che le armi di distruzione di massa possedute! Il delitto di Saddam Hussein consisteva nella “pretesa” di gestire le risorse petrolifere irachene nell’interesse dell’Iraq e non attraverso le multinazionali, ne’ secondo i loro protocolli. Lo capivano e lo sapevano tutti, meglio degli altri l’Italia, che rappresentava il 60% delle imprese straniere impegnate nel gigantesco cantiere di opere pubbliche intrapreso da Saddam, inclusa la diga di Mossul, la quinta più grande del mondo, cui lavoravano Italstat (IRI) ed Impregilo.
Lo sapevano e lo capivano i capi e gli esponenti dei partiti e dei sindacati italiani, ufficialmente schierati per l’embargo e la guerra contro l’Iraq, ma ufficiosamente in contatto con il regime, cui hanno chiesto, e in molti casi ottenuto, sussidi con la motivazione del loro impegno per la revoca dell’embargo. Ci hanno provato tutti, dalla Triplice sindacale a Cl, da Formigoni a Fini .
Noi, modestamente, abbiamo concordato e sottoscritto impegni umanitari: la raccolta di alimenti e medicinali in Italia per il popolo iracheno e l’accesso allo scalo marittimo di Taranto di missioni umanitarie e commerciali da e per l’Iraq. Impegni cui abbiamo dato seguito costituendo a Milano l’Associazione per l’amicizia Italia-Iraq che ha promosso eventi per la raccolta di mezzi e un ulteriore missione in loco, prima della seconda guerra del Golfo. Dalle cui ceneri, e anche a causa della dissennata distruzione di quel che restava dell’esercito di Saddam, e’ scaturita l’Isis.
Se non hanno imparato la lezione i pescecani della finanza, l’avranno finalmente imparata almeno i politici di casa nostra, che vediamo invasa da un’immigrazione selvaggia proprio per operazioni tipo abbattimento di Saddam, prima, e di Gheddafi poi?