L’unità nazionale è un obiettivo che chiunque, soggetti politici e sociali, singoli cittadini e comunità di produttori a tutti i livelli, dovrebbero perseguire come un obiettivo imprescindibile nei momenti di grande crisi del Paese per cercare, a prescindere dagli schieramenti di appartenenza, di superarla. Di fronte alla pandemia, la cui mostruosità nessuno poteva prevedere al suo manifestarsi nove mesi fa, non dovrebbero essere ammesse le divisioni che rispecchiano il quadro politico. È la responsabilità della politica che lo richiede, tanto alla maggioranza quanto all’opposizione.

La prima, per quanto criticabile nel merito delle misure adottate nel tentativo di limitare i danni, sta facendo la sua parte, talvolta in maniera confusa e contraddittoria, talaltra mostrando una certa dose di buona volontà che però si scontra con l’inadeguatezza di alcune figure che dovrebbero garantire una sostenibile linearità nel combattere il virus e perfino con buona parte della comunità scientifica al suo interno divisa. Uno spettacolo non certo gradevole.

La seconda, cioè l’opposizione, a quanto pare ha deciso di giocare la sua partita chiudendosi a riccio ed invocando come esimente lo “sgarbo” di non essere stata coinvolta per tempo dal governo nel predisporre le misure anti-Covid. Se le cose, in una prima confusa fase sono andate così, ha certamente ragione di dolersene. Ma se nel prosieguo della triste vicenda, più volte ha rimandato al mittente gli appelli a sedersi ad uno stesso tavolo, non certo per condividere a scatola chiusa misure già predisposte, ma per fornire opinioni e punti di vista, legittimamente differenti, finalizzati comunque a creare quello spirito di collaborazione su cui si fonda la coesione nazionale, non ha svolto il suo dovere perché è venuta meno al principio della rappresentanza che la legittima non solo a svolgere il suo ruolo in Parlamento, propositivo, di critica e di controllo, ma anche a formulare, insieme con la maggioranza , piani d’azione che riguardano anche il suo elettorato. Il quale non starà certamente a dividersi, in questi frangenti, su questioni di lana caprina, ma è preoccupato per l’evoluzione della pandemia e gli sviluppi negativi che certamente avrà sui destini della nostra nazione, non meno che su quelli di altre.

Decidere, insomma, non è prerogativa esclusiva della maggioranza, ma della politica nel suo complesso, dunque anche dell’opposizione e che ha il dovere di contribuire attraverso proposte, consensi e dissensi a creare innanzitutto quello spirito unitario sul quale soltanto è possibile costruire una seria lotta ad un morbo che sta travolgendo le nostre vite, i nostri averi , le nostre aspettative, perfino le nostre memorie ed il nostro futuro,  togliendoci i vecchi e inibendo ai giovani la possibilità di costruire il loro domani.

Se l’opposizione non comprende, per i motivi più vari, che la sua fibra morale corre il serio rischio di deteriorarsi appartandosi su un vacuo Aventino, vuol dire che ha abdicato al ruolo di proporsi come alternativa al potere attuale dichiarando, dunque, implicitamente, il suo disinteresse per ciò che attiene alla necessità di contribuire fattivamente al contrasto della pandemia con le sue idee e le sue ragioni.

Se qualcuno da questa parte del campo di Agramante, insomma, immagina improprie compromissioni, tali da alienargli le simpatie di una parte del suo elettorato, dovrebbe ricordare che il compito del politico non è quello di fare l’interesse che maggiormente gli conviene per accaparrare consensi, ma di corrispondere all’interesse generale, nelle forme e nei modi che ritiene più opportuni, ricordando che un grande presidente americano, John F. Kennedy, al riguardo, prima di diventare il commander in chief, scrisse in libro, di stampo autenticamente conservatore (tanto che in Italia lo pubblicò Il Borghese e in America si guadagnò gli strali di Eleonor Roosevelt), intitolato I profili del coraggio, uno dei libri più belli che illustrino il disinteresse politico e personale di grandi uomini, tra i quali molti presidenti, nell’ assumere decisioni in contrasto con quanto gli elettori si attendevano perché rispondenti unicamente alla loro coscienza ed all’interesse generale. Nel momento più buio della seconda guerra mondiale, Winston Churchill chiamò agli Esteri, il suo più ostile avversario, facendone il numero due del governo, Lord Halifax che la pensava in maniera difforme sulla conduzione del conflitto. Fu così che il famoso discorso nel quale prometteva agli inglesi “sangue, fatica, lacrime e sudore” diventò il fondamento dell’unità nazionale nella quale si riconobbero maggioranza e opposizione, oppositori del primo ministro all’interno della composita galassia dei tories e oppositori istituzionali laburisti e liberali.

La storia, prima o poi chiede conto, delle responsabilità che si sono o non si sono assunte. Nelle attuali circostanze il Centrodestra italiano dovrebbe mettere da parte tutte le sue legittime idiosincrasie nei confronti della maggioranza ed in particolare del governo ed atteggiarsi con spirito collaborativo nell’affrontare la battaglia che forse sarà decisiva nelle prossime settimane contro il coronavirus. E, se vogliamo sottilizzare, ricordiamo anche che è nel codice genetico della destra tendere all’unità della nazione, smantellare gli steccati, orgogliosamente rivendicare quella responsabilità civile e politica che anche in questo dopoguerra la destra italiana ha saputo testimoniare, per esempio negli anni di piombo quando dai due lati della barricata cadevano giovani devastati dall’estremismo, non si è tirata indietro nel cercare, ai più alti vertici, di stabilire confronti che svelenissero il clima. I colloqui segreti tra Berlinguer e Almirante, dei quali molto si è parlato negli ultimi tempi, lo provano ampiamente.

L’opposizione nazionale ha un solo dovere: unire e non dividere, restando se stessa, senza subire indecenti ricatti, né adeguarsi a compromessi poco onorevoli. In democrazia il confronto è il sale della politica, comunque la si pensi.