Il problema non è tanto indovinare se Sánchez ce la farà a formare un Governo per la Spagna che non riesce più a trovare la stabilità perduta. Che compromesso troverà il  Macron madrileno con gli (obbligati) alleati che già cominciano a girargli attorno col pugnale in bocca? A cominciare dagli indipendentisti catalani, il cui equilibrio interno è uscito significativamente modificato tra i due galli che se ne litigavano la leadership? Per finire con quelli di Podemos, che se ne stanno lì pronti a monetizzare al meglio la loro capacità di donare il sangue per far nascere un Esecutivo che comunque li comprenda?

Il problema è piuttosto capire cosa è avvenuto e potrà ancora avvenire da quest’altra parte, cioè da dove nasce il tracollo epocale dei popolari e dove può portare la loro derrota.

Sulle cause del tracollo si potrebbe scrivere una Treccani degli errori tattici e strategici fatti da Suarez, poi da Aznar e infine da Rajoy, a cominciare dall’aver lasciato alla sinistra di ogni sfumatura la quasi totalità del sistema infomativo di Spagna. Proprio come fece a suo tempo la Dc italiana.

Il balletto inverecondo che si è svolto in questi anni in Spagna attorno ai gruppi editoriali, da Ser alla Sexta (la catena televisiva più di sinistra di tutta l’Europa), da Antena 3 a Telemadrid a tutto il resto ha prodotto il bel risultato di aver fatto nascere nella penisola iberica quella che lì chiamano la “Dictadura progre”, la dittatura progressista, che è un gradino ancora più avanti del Pensiero Unico che ben conosciamo in Italia.

I moderati spagnoli esistono ancora? Esistono ancora in Francia, in Italia, in Germania, nel Benelux, nell’Europa balcanica ed in quella settentrionale? Dove stanno gli eserciti marcianti in direzione del Paradiso liberale? E dove stanno i loro generali vincitori? Quali sono le loro insegne, i loro slogan ammalianti, le battaglie vinte che spianano loro la strada della vittoria finale?

Neanche Antonio Tajani ce lo sa dire.

La realtà è che questo fronte dei moderati era una invenzione priva di ogni significato.

I moderati non ci sono più.

Ormai sono diventati quelli che in Francia si mettono i gilet gialli e il sabato vanno a fare casino contro il Governo di Macron, il Sánchez francese; sono quelli che in Germania stanno voltando le spalle alla Merkhel tanto da obbligarla ad annunciare il ritiro; sono quelli che nell’Europa balcanica (solo da qualche anno approdata alle isole felici del turbocapitalismo che ci hanno servito colazione, a pranzo, a merenda, nell’apericena e a cena) e in quella settentrionale hanno votato e votano sempre più a favore dei sovranisti; sono quelli che lo scorso marzo in Italia hanno premiato Salvini e Di Maio.

Insomma sono quelli che stanno sull’isola che non c’è. 

Il tracollo dei popolari spagnoli nasce da qui prima di tutto.

E allora c’è da capire quale può essere il percorso di Vox ma anche quello di Ciudadanos. Si tratta di due soggetti politici che vanno analizzati con molta attenzione: cosa che in Italia nessuno (o pochissimi) fa, sia a livello giornalistico sia a livello politico. Solo Salvini-il-furbo ha fatto sapere (ma soltanto dopo l’esito elettorale di 24 ore fa) di avere qualche contatto con Vox. Il resto zero via zero.

Ma come è possibile? Fra qualche settimana si vota per le europee e nessuno aveva uno straccio di collegamento con la realtà spagnola che, pure, dovrebbe essere una delle più rilevanti di tutto il continente, non foss’altro che per questioni demografiche?

C’è da capire analogie e differenze fra i popolari in crisi e Ciudadanos e Vox in salute. L’elettorato cattolico, che in Spagna, continua ad essere molto ampio e diffuso, si ritrova agevolmente nelle battaglie che tutti e tre hanno condotto e conducono contro l’aborto. Ma non può bastare.

Un altro parametro è la battaglia contro il gender: e, su questo argomento, Vox è più radicale degli uni e degli altri. Come anche su tutto il pacchetto dei cosiddetti “diritti umani” dei quali quasi ogni domenica ci parla Mr. Bergoglio.

Una delle chiavi della competizione interna al centrodestra spagnolo sta proprio qui, in chi si presenta nel migliore dei modi a raccogliere il voto cattolico che le gerarchie ecclesiastiche da tempo hanno svincolato da ogni parola d’ordine ma che esiste, eccome, tanto che anche il Psoe in questa occasione ha provato ad allungare le mani.

Vox ha già dimostrato di saper “fare movimento”, cioè di saper cogliere il treno che passa. In pochi anni di vita, da gruppetto extraparlamentare con un nome che parrebbe quello di una bibita estiva, è diventato quello che è diventato: cioè un fatto non solo della politica ma anche del costume. Ed è qui un’altra novità, forse la più importante, che Vox annuncia col suo risultato.

E’ una (forse piccola) rivoluzione anche in quel terreno che potremmo definire della prepolitica. Vox non ha temuto di sporcarsi le mani difendendo il sacrario del Valle de los Caidos dalle mire orride di Sánchez; di parlare di “Espana profunda”; di agitare il vessillo della fedeltà contro i tradimenti e il cinismo della classe politica; di rianimare la passione civile che pareva sopita.

Insomma un linguaggio di destra chiaro e forte, che non nasce adesso insieme alle lumache che ci porta l’ultima pioggia ma proviene da una storia politica, morale e ideale, quella della destra spagnola, che andrebbe studiata bene prima di sorvolarla con il drone della superficialità.