Dalla terrazza dell’Hotel Majestic vedo scorrere nella notte un corteo di motorette. Un fiume luminoso, assordante, inarrestabile. A Saigon — centomila più, centomila meno — sono circa cinque milioni. Livio Caputo innalza le folte sopracciglia e sorride: «è la stessa immensità umana di quarant’anni fa, ma allora si usavano biciclette e nel cielo ronzavano gli elicotteri americani, tutto cambia. Anche i rumori».

Non è per caso che Livio — quarant’anni dopo il suo ultimo reportage nel Vietnam in fiamme — abbia voluto portarci qui, al Majestic, l’ultimo orgoglioso testimone di un tempo passato. Stesso ambiente belle époque, stesse musiche languide, stesso panorama sul fiume. Sullo sfondo, sfumate, occhieggiano le ombre di Graham Greene e Jean Laterguy…

Presto il vecchio albergo — al tempo ritrovo dei corrispondenti stranieri — sarà abbattuto per far posto, nel cuore di ciò che resta dell’antico quartiere europeo, a un nuovo futuribile grattacielo in vetro e cemento, un altro scintillante mostro senz’anima. Meglio non pensarci e, in questa serata di primavera, godersi l’orchestrina filippina che, con scalcagnata dignità, suona motivi dei Sessanta e ascoltare i racconti di Caputo. Sulla guerra, sulla vita, sull’amore. Sulle meravigliose follie di Oriana, sui miraggi crudeli di Terzani, sulle comode viltà di Bocca e Biagi. Storie di ieri.

Riflettiamo, mentre l’impomatato cantante intona per l’ennesima volta My Way, sulla quasi assenza al sud di memorie di trent’anni di guerra. Non vi è praticamente più traccia. Per ricordare quella lunga follia costata tre milioni di morti, i vincitori venuti dal nord hanno ribattezzato la città Ho Chi Minh City — un nome che qui nessuno usa, per tutti Saigon rimane Saigon — , eretto qualche monumento e aperto un museo visitato da scolaresche e turisti. Un brutto cubo zeppo di belle fotografie di Life e Times, qualche residuo bellico, manifesti di propaganda. Poca roba.

I vietnamiti del terzo millennio sono in altre faccende affaccendati. Affermata la sovranità e garantito il potere, il partito-Stato ha problemi ben più seri che ricordare una vittoria ormai lontana: una popolazione giovanissima — due terzi dei 90 milioni d’abitanti sono nati dopo il 1975 e la metà ha meno di 25 anni — sempre più scolarizzata e inquieta, l’urbanizzazione che ha sconvolto l’equilibrio tra campagna e città,  la gestione di una crescita economica tumultuosa ma ancora da consolidare, la corruzione diffusa nell’amministrazione e, persino, nelle forze armate.

A preoccupare ancor più i capi supremi — un ferrigno triumvirato formato dal primo ministro Tan Deng, dal segretario del PCV Phu Trong e dal presidente della Repubblica Tang Sang — permane la continua tensione con la mai amata Pechino, il potente vicino che preme dal nord e sul mare. In gioco vi sono i problemi con la ricca e invasiva minoranza cinese, il controllo delle Paracel, un pugno d’isolette che s’innalzano su preziosi giacimenti di petrolio, la primazia geopolitica sulla penisola indocinese.

Meglio allora sorvolare sul passato, rafforzare i rapporti con l’antico nemico statunitense — il garante degli investimenti taiwanesi, coreani e nipponici — e dedicarsi a deliziosi esercizi di pragmatismo confuciano: gli imponenti accordi commerciali con gli USA e il chiosco della Pepsi Cola accanto al mausoleo di Ho Chi Minh ad Hanoi, l’adesione al Trans Pacific Partnership e l’inaugurazione in pompa magna a Saigon del primo McDonald’s vietnamita.

Livio sorride e ricorda. Sotto di noi scorrono Dong Khoi, la via dell’Insurrezione, un tempo rue Catinat, il boulevard Charner, oggi Nguyen Hue, la rue Impérial, l’attuale Hai Ba Trung, su cui si affacciano l’Operà, la Posta centrale progettata da Gustave Eiffel, il municipio, la cattedrale neogotica di Notre Dame. Le architetture ricordano Nizza, Cannes, Parigi, il lungofiume è un frammento di Costa Azzurra. «I francesi, quando arrivarono nella metà dell’Ottocento, si convinsero di poter trasformare questo paese, così complesso e insondabile, in un dipartimento di Parigi», annuisce Caputo «certi di restare, per quasi un secolo, con logica cartesiana e ottimismo illuminista, continuarono ad investire, costruire, guadagnare, combattere. Senza requie, senza dubbi. Non compresero, o non vollero capire, che la storia scorreva veloce, troppo veloce e il loro tempo — il tempo dell’Europa coloniale — stava finendo. Si risvegliarono solo nell’inferno di Dien Bien Phu. Ma era troppo tardi».

Già, Dien Bien Phu, la terribile trappola che sessant’anni fa inghiottì con voracità il Corp Expéditionnaire Française en Extreme Orient, il CFEO, il meglio dell’Armée. Dien Bien Phu, un nome — come le Termopili, Zama, Famagosta, Waterloo, il Piave, El Alamein — che non cessa d’intrigarmi. Piccole manie di uno storico dilettante. Questa volta, però, mi ritrovo in buona compagnia. Domani Livio, Mara, Riccardo e Roberta ed io partiamo verso il nord.

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I segni della guerra si ritrovano a Hue, l’antica capitale imperiale pigramente adagiata lungo il Fiume dei Profumi. Una città martire. Per due volte, nel 1946-47 e nel 1968, il centro cittadino e la cittadella imperiale — una replica della Citta Proibita di Pechino, trasformata in un enorme complesso fortificato circondato da quasi tre chilometri di alte mura — divennero un unico campo di battaglia. I francesi, sebbene in inferiorità numerica, resistettero per 46 lunghissimi giorni e, alla fine, respinsero l’attacco dei viet. Il palazzo imperiale bruciò per giorni. Vent’anni più tardi toccò agli americani. Nel febbraio ’68, le truppe di Giap scatenarono, in coincidenza del capodanno buddista, l’Offensiva del Tet. Per un mese e mezzo l’antica capitale fu teatro di una feroce battaglia casa per casa; i nordvietnamiti, dopo aver eliminato circa tremila presunti oppositori — monaci buddhisti, sacerdoti cattolici, intellettuali, piccoli impiegati, diplomati e chiunque fosse sospettato di minime simpatie per l’Occidente — si asserragliarono nella turrita residenza della dinastia Nguyen. Per espugnare la roccaforte, gli statunitensi bombardarono a tappeto. Il colpo di grazia. Oggi dei trecento edifici originari, solo ottanta restano in piedi e pochi sono stati restaurati. Ovunque il segno delle cannonate, degli incendi. Odore di morte.

Hanoi è una città triste, circondata da una campagna ancor più mesta. Il cielo è plumbeo. Tanti laghi e laghetti. Tanti poliziotti. Tante bandiere. Ovunque statue di Ho Chi Minh. Pagode e templi. La cattedrale di Saint Joseph è vuota da decenni. Dopo Dien Bien Phu, la maggioranza dei cattolici nord vietnamiti — un milione di uomini, donne, bambini — abbandonarono la loro terra, le loro case. Un esodo biblico. Nelle ore della disperazione gli ultimi fedeli divelsero il massiccio altare maggior del tempio e lo portarono con loro. Verso il Sud ancora libero. Nessuno di loro è tornato. Ancor oggi in Vietnan i profughi del ’54 non sono graditi.

Hanoi è austera. A differenza della caotica e occidentale Saigon le strade sono tranquille. Solo a Hoan Kiem, lo storico quartiere delle corporazioni, vi è un po’ di fermento. Negozietti, musica, gallerie d’arte, bar e ancora motorette. Qualche goccio di mondanità lo ritrovi soltanto nella zona turistica e negli hotel riservati agli stranieri. Il Partito-Stato è prudente e previdente. Nel nord — un paesaggio severo, del tutto differente al morbido meridione — il PCV ha formato nel tempo, con meticolosità severità, un blocco sociale apparentemente compatto, un popolo di fedeli “alla linea”, qualsiasi essa sia. È il risultato di sessant’anni e più di nazional-comunismo, un’operazione d’ingegneria sociale che ha inghiottito la borghesia euroasiatica o “comprandora”, azzerato i cattolici e schiacciato gli ultimi montagnard, i “figli delle montagne” da sempre ostili al potere centrale.

Hanoi è industriosa. Entrando in città Livio ci indica il panorama. Dai finestrini scorgiamo la gigantesca fabbrica della Canon e, poco più in là, l’ancor più grande Samsung City. Un’area immensa e un affare colossale sottratto abilmente dal Vietnam comunista alla Cina comunista: è uno dei frutti del Doi Moi, ovvero “cambiare per il nuovo”, la pragmatica apertura all’iniziativa privata e al mercato mondiale decisa dal partito nel 1986. Fu una mossa disperata quanto obbligata — il paese, dopo decenni di sperimentazioni nel segno dell’egualitarismo, era sull’orlo del fallimento — e, sul lungo termine, pagante. Restano le contraddizioni: la fame è un ricordo, il PIL del Vietnam continua a crescere (1374 dollari per abitante nel 2012), una nuova classe media è riaffiorata dai detriti del socialismo reale ma il deficit commerciale e la disoccupazione giovanile aumentano d’anno in anno, provocando tensioni nelle campagne e — dato inaudito — i primi scioperi nelle fabbriche.

Di fronte ad una società sempre più complessa e squilibrata il PCV è stato costretto a ridisegnarsi e da “partito cittadella”, chiuso, proletario e dogmatico, si trasformato in un partito di massa, iper nazionalista e sempre più deideologizzato, attento ai settori dinamici — imprenditori, laureati, commercianti: i nuovi mandarini — e ai blocchi sociali emergenti. Sebbene nelle scuole pubbliche s’insegnino ancora i rudimenti del marxismo-leninismo, nella quotidianità vige l’arte del compromesso: tutto o quasi è tollerato, consentito — muoversi, pregare, viaggiare, arricchirsi — purchè la primazia del partito non venga intaccata, discussa.

Il centro di Hanoi come quello di Saigon è francese. L’impianto è post-Haussumann e lo stile dominante è il neoclassico: boulevards alberati, parchi, ponti eiffeliani, severi edifici in pietra impreziositi da bizzarre colonne, deliziose ville sul lago, l’Operà, la cattedrale di Saint Joseph. Nonostante i durissimi combattimenti del dicembre 1946 tra francesi e Viet Minh e gli inutili bombardamenti americani (il più terribile fu quello ordinato da Nixon nel 1972), gran parte del quartiere coloniale è stato recuperato e ora ospita ministeri e musei.

Sulla grande piazza centrale, accanto ai palazzi del potere, soldatini impettiti montano la guardia al mausoleo di Ho Chi Minh, un cubo in stile sovietico in cui riposa dal 1975 il corpo imbalsamato del fondatore della RDV. Ordinate e silenziose le scolaresche sfilano davanti al sacrario per poi incolonnarsi verso il vicino museo a venerare la casa sopraelevata dove visse l’oncle Ho. Una gita obbligatoria per tutti gli scolari del Vietnam in cui s’intrecciano dovere patriottico e culto confuciano degli antenati.

Vista la solita sfilza di pagode, visitato il deludente museo della rivoluzione, cerchiamo l’Hilton hotel, come i prigionieri americani ribattezzarono con dolorosa ironia la tristemente celebre prigione di Hoa Lo. Gran parte del complesso è stato spianato per far posto all’inevitabile grattacielo e della terribile galera resta solo un piccolo museo dedicato alle sofferenze dei vietnamiti detenuti dai francesi e una lugubre ghigliottina. Ovviamente sulla sorte dei prigionieri americani o dei dissidenti politici e religiosi — sacerdoti cattolici come il cardinale Francis Ngyen Van Than, detenuto per 13 anni, o intellettuali come Nguyen Chi Thien (1), l’autore di Fiori dall’inferno, una raccolta di poesie scritte nei 27 anni di prigionia — nessun cenno. Per il regime non sono mai esistiti.

Uscendo ritrovo tra le carte un verso di Thien: “Non c’è niente di bello nella mia poesia, / è come una rapina in strada, un’oppressione, la tosse sanguinolenta della tubercolosi / Non c’è niente di nobile nella mia poesia / è come la morte, il sudore, le canne dei fucili / La mia poesia è fatta di immagini orribili / come il Partito, l’Unione della Gioventù, i nostri capi, il Comitato Centrale / La mia poesia difetta di immaginazione / ma è vera come la prigione, la fame, la sofferenza / La mia poesia è per la gente comune / perché la leggano e vedano attraverso i cuori neri dei rossi demoni”.

Il Normandie, lo storico ritrovo degli ufficiali francesi ad Hanoi, immortalato da Pierre Schoendoerffer nel suo film dedicato a Dien Bien Phu e raccontato in tanti libri, non c’è più. Al suo posto un anonimo palazzone in stile sovietico.  Peccato. Quante storie quel bancone avrebbe potuto raccontare. Storie di sangue e d’amicizia, di coraggio e follia. Le storie dei giovani capitani d’Indocina: Marcel Bigeard, Pierre Langlais, Hélie Denoix de Saint Marc, Barthélemy Raffali, Jean Pouget, Roger Trinquier, Pierre Guillaume, il meglio dell’Armèe. Una dolorosa anabasi che Lucien Bodard ha magnificamente narrato nella sua trilogia dedicata a La guerre d’Indochine, un affresco drammatico e preciso sul naufragio di una generazione di guerrieri perduti e traditi. Eppure nulla avvenne per caso. Una spirale malvagia inghiottì ogni illusione. Anche la più nobile. La più pura.

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Clap, clap. Nel museo di Dien Bien Phu, ogni gruppo ascolta la guida. E applaude meccanicamente, perfettamente all’unisono, ogni volta che il cicerone di turno cita le parole dell’oncle Ho. Disciplina e devozione. I visitatori sono tutti vietnamiti, per lo più impiegati e funzionari statali in viaggio premio. Nei corridoi qualche veterano, in uniforme verde oliva impuntata da medaglie, cammina assorto tra i suoi ricordi.

Fuori fa caldo. Indifferenti, le comitive scivolano tra lapidi e brutti manichini e continuano il loro tour della memoria: fotografie di rito davanti al monumento alla vittoria, incensi sulle tombe dei caduti e piccoli acquisti. Lungo i marciapiedi — la piana, una volta spopolata, è ormai un brutto paesone di quarantamila abitanti —, le donne thai, accovacciate nei loro costumi tradizionali, propongono frutta e bevande, i negozietti espongono la solita chincaglieria e tante magliette con l’effige di Giap, il vincitore. La visita prosegue verso il bunker del comando francese ancora circondato dai reticolati e poi in macchina, verso le alture per il quartier generale del Viet Minh, un complesso inespugnabile, scavato nel cuore della montagna. Una piccola Gardaland bellica: qui tutto, con cura un po’ pacchiana, è stato ricostruito: le trincee, i tunnel, la sala riunioni. Alla fine del percorso, un altare immerso in nubi d’incenso ricorda, una volta di più, la devozione dei vietnamiti ai loro morti. La tradizione ha sbaragliato i commissari politici.

I francesi fortificarono ogni collina della valle e, per vezzo o tragica ironia, le ribattezzarono con nomi di donna.  I pettegoli insinuarono che fossero i nomi delle fidanzate del malinconico conte Christian De La Croix De Castries, il comandante di tanks a cui i generali affidarono le sorti di una piazzaforte immobile e i destini dell’Indocina francese. Il suolo di Beatrice, Dominique, Eliane, Isabelle, Claudine, Françoise, Hughette, Anne Marie, Gabrielle, le nove collinette dal nome gentile, è impregnato di sangue. Un’altra volta le  Termopili, Zama, Famagosta, Waterloo, il Piave, El Alamein. Ancora un volta odore di morte.

Su Eliane, uno dei capisaldi centrali del campo trincerato, c’è una piccola stele. Un modesto obelisco bianco impreziosito da targhe sbiadite. È opera di un privato. Di un tedesco. Nel quarantennale della battaglia le autorità diedero il benestare all’erezione di un monumento — suscitando qualche imbarazzo a Parigi — a Rolf Rudel, un vecchio “crucco”, sergente della Legione miracolosamente sopravvissuto alla catastrofe. Nulla di strano. L’ottanta per cento dei kepis blancs era d’origine germanica e Rolf, a differenza della France eternelle, non aveva dimenticato. Una volta in pensione, investì tutti i suoi pochi risparmi per ricordare i suoi camerati caduti. I nemici di ieri compresero: il sangue versato doveva essere placato. I caduti, tutti i caduti, hanno diritto al ricordo. Alla base della colonna votiva fumano bastoncini d’incenso.

 

 

1)    Nguyen Chi Thien, poeta vietnamita, nato ad Hanoi nel 1939, fu l’intellettuale di punta della dissidenza anticomunista: la sua dura e integra opposizione gli costò 27 anni trascorsi tra carcere e campi di rieducazione tra il 1961 e il 1988 prima di espatriare in Francia e negli Stati Uniti. Nel 1979, durante un breve periodo di libertà, riuscì a consegnare 400 manoscritti all’ambasciata britannica, gesto che gli costò un nuovo lunghissimo periodo di carcere. Gli anni di detenzione gli valsero il riconoscimento di Amnesty International nel 1986 e di Human Rights Watch nel 1995. Il suo capolavoro è la raccolta Fiori dall’inferno, che contiene le poesie mandate a memoria nelle prigioni e nei lager vietnamiti e poi scritte su carta quando veniva inviato ai campi di lavoro. È morto a Santa Ana, in California, il 2 ottobre 2012. Le sue poesie sono state raccolte nei due volumi autobiografici: Hoa Lo, Hanoi Hilton Stories, Jean Libby editor, Palo Alto 2007 e Two Prison Life Stories, Jean Libby editor, Palo Alto 2008.

 

Da Confini & Conflitti. Prossimamente in uscita per Eclettica edizioni