Evidenti segnali di crescita, un fervore e una vitalità incoraggianti e un rinnovato senso di appartenenza limitati nella loro esuberanza da un’insufficiente e inadeguata ripresa dell’occupazione. Strozzato nell’entusiasmo da una crisi occupazionale che non sembra affatto tramontata, l’universo marittimo continua a mostrarsi ad analisti e addetti ai lavori come un gigante in grado di trainare ampi settori dell’economia nazionale senza tuttavia circondarsi dell’attenzione che si deve alle sue potenzialità indiscusse e indiscutibili: una noncuranza generale testimoniata dalle sue ampie realtà ancora in larga parte sconosciute e non ancora pienamente indagate. Una constatazione facile per chiunque voglia avventurarsi tra i numeri di un mondo dove i dati certi sono spesso approssimativi e in generale incompleti, rendendo così un’impresa improba ricavare una stima esauriente sulla totalità dei lavoratori imbarcati e quelli a oggi esclusi dal mercato del lavoro.

In assenza di un reale censimento dei lavoratori del settore non resta quindi altra strada che quella di proseguire nel computo approssimativo e nel raffronto di cifre, analisi e studi oggettivi e imparziali per arrivare a una stima complessiva che consenta quanto meno di avvicinarsi al reale stato delle cose. Accade così che chi abbia l’ardire di avventurarsi tra le pieghe di documenti o indagini statistiche per attingere informazioni basilari ai fini della presente inchiesta possa imbattersi tra le pagine di documenti capitali come il recente volume “Geopolitica del mare. Dieci interventi sugli interessi nazionali e il futuro marittimo dell’Italia” (Ugo Mursia Editore – Collana: Biblioteca del mare – Pagine 216), e in particolare nel capitolo IV a firma di due autorevoli esponenti di Confitarma come Luca Sisto e Matteo Pellizzari. Un documento incentrato su “Il ruolo dei traffici marittimi nel sistema economico nazionale” che permette al lettore di apprezzare appieno l’importanza strategica dello shipping, vero centro propulsore del commercio globale grazie al trasporto del 90 per cento delle merci mondiali: un ambito, lo shipping, che vede l’Italia giocare un ruolo da protagonista con la terza tra le flotte dei grandi paesi riuniti nel G20, una flotta giovane (il 60 per cento delle navi ha meno di dieci anni di vita) e tecnologicamente all’avanguardia.

L’incontestabile livello tecnologico e la grande specializzazione raggiunta dalle navi ha imposto agli armatori l’impiego di professionisti italiani altamente qualificati, sia a bordo che nell’organizzazione a terra per un totale di oltre 70 mila lavoratori complessivamente impiegati, di cui almeno 60 mila occupati a bordo.
Facile quindi comprendere come oggi il cluster marittimo sia uno dei traini più rilevanti dell’economia nazionale e garantisca un’occupazione a quasi 900 mila persone: quasi un milione di lavoratori, pari a una percentuale del 3,5 per cento di tutta la forza lavoro italiana, per un giro d’affari prodotto dall’economia del mare che ammonta a oltre 45 miliardi di euro, circa il tre per cento del totale nazionale.

Il comparto marittimo si rivela cosi un universo capace di estendere la propria vitalità in uno sterminato corollario di ambiti e settori diversi che rendono in pratica impossibile una quantificazione esatta degli occupati e, di conseguenza, dei senza lavoro. Sigle sindacali e associazioni di categoria da tempo segnalano come una vera e propria emergenza sociale la perdita di posti di lavoro nel settore, mentre autorità indiscusse della blue economy come Vincenzo Onorato arrivano a parlare di oltre 50 mila marittimi italiani disoccupati. Un argomento da tenere presente considerato anche che nel computo totale dei lavoratori imbarcati andrebbero poi inseriti i tanti marittimi italiani impiegati a bordo di navi che battono bandiera non italiana: è il caso dei tanti lavoratori impiegati in compagnie di navigazione come la MSC crociere, battente bandiera svizzera, la norvegese-statunitense Royal Caribbean Cruises e le statunitensi Carnival Cruise Line e Princess Cruises, soltanto per citarne i casi più emblematici.

E proprio il settore crocieristico si rivela di particolare importanza ai fini della presente inchiesta sui fenomeni occupazionali marittimi, anzitutto perchè il settore riveste particolare incidenza in termini di occupazione tout court con i suoi circa 100 mila impiegati, ma soprattutto perché proprio a bordo delle navi da crociera sono comparse negli ultimi anni nuove figure professionali. E proprio attorno alla qualificazione professionale, alla dote di competenze e conoscenze del personale di bordo si gioca la partita del lavoro, con una domanda in crescita di ufficiali e in genere di professionisti qualificati e, viceversa, una crisi occupazionale nel comparto marittimo che ha colpito con maggiore incidenza la categoria dei “ratings” e cioè i lavoratori delle qualifiche piu basse che vantano di fatto la gran parte dei senza lavoro.

Da qui l’importanza di una qualificazione seria e all’avanguardia dei nostri giovani, concentrando risorse e investimenti su studio e formazione quale miglior antidoto per rispondere a una globalizzazione che premia i migliori ed espelle con facilità dal mercato i meno specializzati. Proprio a causa delle minori certificazioni richieste infatti il mercato mondiale è saturo per l’impiego di “ratings” offerti a costi irrisori in notevole numero dalle agenzie di paesi in via di sviluppo, mentre il continuo bisogno di ufficiali da impiegare a bordo garantisce un sicuro sbocco occupazionale e condizioni salariali apprezzabili. Un trend occupazionale segnalato anche in Italia da anni dagli addetti ai lavori, con una mole immensa di studi e pubblicazioni che avvertono da tempo come tradizionali fornitori di manodopera a basso costo come India e Filippine abbiano da diversi anni cambiato registro, investendo pesantemente in formazione e immettendo sul mercato internazionale un numero sempre più imponente di ufficiali.

Una concorrenza, quella dei paesi in via di sviluppo, asiatici soprattutto, che dovrebbe smuovere chi di dovere in Italia puntando la barra degli investimenti verso la formazione più nutrita di una classe di marittimi istruiti e preparati, competenti e aggiornati e formati per un ingresso immediato nel mercato del lavoro: una considerazione scontata, che però fa a pugni con la realtà di un Paese che continua a ignorare le istanze sollevate dai lavoratori del mare e forse non sarebbe male ripartire,come detto varie volte,da un unico Dicastero nel quale far confluire tutto il settore marittimo.