Indagare la Storia/ Quell’alleanza (mancata) tra Hitler e Stalin

Nella sua densa prefazione ad “Apologie pour l’histoire”, il testamento spirituale di Marc Bloch, Jacques Le Goff ci ricordava che la Storia è «scienza del cambiamento e non scienza del passato, non v’è storia immobile» e il mestiere di storico «si esercita mediante un costante andirivieni,  dal passato al presente e dal presente al passato… tra i dati e l’interpretazione di questi dati».

Il professor Eugenio Di Rienzo è (probabilmente) distante dalla scuola de “Les Annales” e (sicuramente) molto lontano dagli epigoni italiani di Febvre e Braudel — in ogni caso, dei veri giganti rispetto ai loro discepoli — ma nei suoi lavori ritroviamo puntuali alcuni avvertimenti di Le Goff e Bloch: l’insofferenza contro gli “antiquari”, la capacità e la volontà “d’interrogare” (come l’orco delle favole o il cacciatore?…) le fonti e documenti e, soprattutto, il sentimento della storia come “godimento estetico”. Non è cosa da poco.

Dopo aver restituito piena dignità a Volpe — il maestro dimenticato della storiografia italiana — con “Vita e politica di Gioacchino Volpe” e rilanciato la gloriosa  “Nuova Rivista Storica”, Di Rienzo — docente di Storia Moderna alla Sapienza di Roma — ha indugiato (fruttuosamente) nel Risorgimento italiano offrendo due libri importanti come “Napoleone III” — una monumentale biografia dell’ultimo imperatore dei francesi — e “Il regno delle Due Sicilie e le potenze europee” — una riflessione su “l’Unità debole”. Due lavori “scomodi”, densi e spigolosi che impongono al lettore “nuovi problemi, nuovi approcci, nuovi oggetti”.

Il professore — in sinergia con Emilio Gin, un giovane promettente storico — porta ora in libreria “Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica 1939-1945”, un saggio che ha il raro pregio di infrangere consolidate “verità” e scardinare narrazioni pluridecennali. Sulla base di un’imponente documentazione, reperita negli archivi diplomatici britannici, francesi, statunitensi, italiani, tedeschi e giapponesi, gli autori propongono una visione radicalmente differente — e per molti indicibile — delle fasi centrali sia dell’anteguerra che del conflitto mondiale.

Tra Mosca e Berlino. L’ambiguo rapporto

Con buona pace dei retori che continuano ancor oggi ad immaginare la guerra 1939-45 come una “guerra di sistema” tra Fascismi e antifascisti, tra “libertà” e “oppressione”, tra “buoni” e “cattivi” Di Rienzo e Gin ci offrono un quadro d’insieme ben più complesso, ancor più intricato e decisamente tragico. Al netto della retorica e considerazioni etico-morali, il gigantesco scontro che oppose l’Asse alle talassocrazie atlantiche e il complesso sovietico fu, dal primo al penultimo giorno di guerra, soprattutto un esercizio spietato di realpolitik, un incredibile gioco d’ombre e una girandola d’inganni.  

Cuore dell’indagine è l’ambiguo rapporto tra la Germania hitleriana e l’URSS stalinista, due nazioni potenti e inquiete, guidate da capi ferrigni quanto callidi e insofferenti a ogni regola, ogni limite. Dal 1934 in poi, nonostante le evidenti differenze ideologiche, il “magnifico georgiano” e il “piccolo caporale austriaco” si attrassero, si rispettarono e non fecero fatica da intendersi. Con alcune sostanziali differenze: per il sovietico si trattava di un esercizio di puro “realismo politico” mentre per i tedeschi, i calcoli (e la realtà) si confondevano tra progetti “euroasiatici”, ipotesi geopolitiche e disegni anti plutocratici — una somma di tendenze indefinite e, spesso, contrastanti — espressione di alcuni circoli vicini al Cancelliere, alle correnti di sinistra del NSDAP (almeno quelle sopravvissute alla “notte dei lunghi coltelli”) e settori dello Stato Maggiore.

Come ci avvertono George Mosse ed Ernst Nolte, a differenza di Mosca — dopo le purghe del 1937-38 Stalin trasformò l’Urss in monolite totalitario — Berlino rimase sempre una realtà plurale in cui s’ingrovigliavano interessi, linee e poteri divergenti. Una realtà di cui Adolf Hitler fu sempre consapevole, convinto — almeno sino al luglio del ’44 — d’esserne il beneficiario finale nel suo ruolo di “grande mediatore”. Da qui tante indecisioni ed errori di valutazione.

Esplorando questo scenario Di Rienzo e Gin fissano come punto di partenza il 23 agosto 1939, quando a Mosca Ribbentropp e Molotov firmarono il patto russo-tedesco di non aggressione, podromico all’invasione e alla spartizione della Polonia. Un atto inatteso e clamoroso che sconvolse tutte le geometrie politiche del tempo, sbalordì le cancellerie di Londra, Parigi e Varsavia, i governi di Roma, Tokyo e Washington e imbarazzò pesantemente lo schieramento antifascista internazionale.

Un imbarazzo che permane a tutt’oggi. Non a caso, da più di mezzo secolo, la storiografia “politically correct” presenta l’accordo moscovita come un mero accordo tattico tra due dittatori, accogliendo “de facto” la versione sovietica che sminuiva la portata dell’intesa: per i comunisti russi (e i loro terminali) il patto fu semplicemente un’astuzia staliniana che consentì all’Armata Rossa di guadagnare tempo in vista dell’inevitabile scontro con il nazismo. Insomma, grazie alla “furbizia” del Cremlino la guerra antifascista fu affrontata e vinta.

Con notevole coraggio intellettuale e forti dei loro documenti — ad esempio, le intercettazioni statunitensi della corrispondenza diplomatica nipponica, i verbali finalmente desecretati del War Cabinet britannico, i materiali dei National Archives Usa etc. —, gli autori hanno esaminato con occhi nuovi l’intrica vicenda e ne hanno ricavato un quadro innovativo e sorprendente. Come scrivono Di Rienzo e Gin «i carteggi diplomatici franco-britannici della turbolenta seconda metà del 1939 mostrano le cancellerie europee disposte a giocare su ogni tavolo, in assoluta libertà, rispetto all’ingessata visione della lotta fascismo-antifascismo” consacrata alla propaganda bellica e nel dopoguerra anche nei libri di storia».

Il patto di Mosca fu l’anticipazione, per ambedue le parti, di un’alleanza militare euroasiatica capace di spezzare l’egemonia anglo-franco-americana in nome della comune lotta al capitalismo borghese e alle talassocrazie atlantiche. Da qui — dopo lo smembramento della Polonia, la cancellazione dei paesi baltici, l’annessione della Bessarabia e la neutralità tedesca nella guerra di Finlandia — l’intensificarsi non solo di rapporti economici e scambi di materiali strategici (materie prime in cambio di tecnologia industriale e militare) ma anche di sinergie d’intelligence e operazioni congiunte nell’Asia britannica e in Medio Oriente. Allarmati, gli anglo-francesi decisero, nella primavera del 1940, di lanciare una serie di raids aerei contro le installazioni petrolifere sovietiche nel Caucaso. Un atto di guerra che avrebbe cambiato la storia. L’operazione fu cancellata all’ultimo momento dall’offensiva tedesca sul fronte occidentale.

Un paradosso, ma non l’unico. La collaborazione russo-germanica e l’ipotesi di un’adesione dell’Urss ad un’alleanza anti occidentale entrarono in crisi all’indomani della vittoriosa campagna di Francia. Stalin, uomo spregiudicato ma terribilmente diffidente, rimase sconcertato dalle generose proposte di pace germaniche al Regno Unito e, sopravalutando il peso dei settori filo albionici berlinesi — i circoli attorno a Rudolf Hess e Karl Hausofer —, iniziò a raffreddare i rapporti e diminuire i vitali rifornimenti all’ingombrante vicino. In breve, le pretese del Cremlino (i Balcani, il controllo degli stretti turchi) divennero presto per Berlino inaccettabili. Da qui, nel giugno 1941, l’invasione dell’Unione Sovietica.

La diplomazia “segreta” di Mussolini  

 La storia del fronte dell’Est è nota. Fu uno scontro spietato e crudele, una fornace che inghiottì milioni di uomini. Una guerra di sterminio e d’annientamento. Eppure, già dal 1942 i due contendenti — all’insaputa dei rispettivi alleati — aprirono trattative di pace; dalle verifiche archivistiche di Di Rienzo e Gin emerge con chiarezza l’esistenza di una serie di solidi contatti tra i due governi, a Stoccolma e in altre sedi neutrali, che proseguirono sino al 1944 inoltrato. Una situazione d’attesa che pregiudicò le politiche tedesche nelle zone occupate; convinti che Stalin fosse l’unico interlocutore possibile, i germanici sottovalutarono incredibilmente la benevola accoglienza iniziale delle popolazioni ucraine e i diffusi sentimenti anticomunisti. Come dimostrano la tragedia dell’armata Vlassof e dei volontari russi — mal impiegati e peggio armati — e gli atteggiamenti ottusi quando non criminali verso i civili, il Terzo Reich si rifiutò di trasformare la “crociata antibolscevica” in una vera lotta di liberazione.  Un errore colossale.

Non l’unico. Nonostante l’alacrità dei diplomatici e le pressioni sempre più insistenti di Mussolini e dei giapponesi per una pace separata, Hitler iniziò a rinviare la decisione in attesa di una vittoria decisiva per trattare da posizioni di forza. Il nodo centrale rimase il controllo dell’Ucraina — il granaio d’Oriente — e i pozzi del Caucaso. La tremenda battaglia di Kursk dell’agosto 1943 chiuse la questione. La parola tornò alle armi ma settori di vertice tedeschi — delusi dalla chiusure anglo-americane — non abbandonarono la speranza di una tregua d’armi, di un armistizio dignitoso con l’Urss. Mentre l’Armata Rossa avanzava verso la “fortezza Germania”, nuclei consistenti della nomenklatura di partito e segmenti del complesso industriale-militare s’impegnarono in iniziative sempre più disperate. Una somma d’illusioni. Nel gennaio 1945 il ministro degli Esteri Ribbentrop chiese ad Hitler il permesso (rifiutato) di volare a Mosca per trattare con Stalin mentre nel programma dei congiurati del 20 luglio ’44 vi era la cessazione unilaterale delle ostilità sul fronte orientale e l’avvio di trattative separate con i sovietici. Per von Stauffenberg e i suoi colleghi il vero nemico era a Occidente… 

Nel “grande gioco” tra Berlino e Mosca gli autori hanno, inoltre, ritrovato documenti che confermano un ruolo non secondario di Mussolini. Di fronte al patto Ribbentrop-Molotov, come già ipotizzato da Franco Bandini e Renzo De Felice, il capo del Fascismo tenne un atteggiamento apparentemente contradditorio ma, sicuramente lucido. Tra il 1939 e la dichiarazione di guerra, Roma non nascose le sue perplessità anti sovietiche (e, conseguentemente, anti hitleriane) e tentò di usare la carta dell’antibolscevismo nella defatigante trattativa con gli anglo-francesi. Come ricordava Emilio Gin nel suo denso saggio “L’ora segnata dal destino”, Mussolini — assolutamente conscio dell’inferiorità militare ed economica nazionale — cercò ogni mezzo per ricostruire un equilibrio continentale non penalizzante per l’Italia. Inutilmente.

Temendo la marginalizzazione e/o l’invasione — a differenza di Hitler gli alleati avevano da tempo previsto, con l’appoggio della Turchia nell’Egeo, un attacco limitato ma letale all’Italia —, il Duce giocò ogni carta possibile sul grande tavolo della politica internazionale, compresa l’ipotesi di un’alleanza “occidentale” contro il nuovo asse germanico-sovietico. Poi, il crollo della Francia, il 10 giugno e sei mesi di disastrosa “guerra simulata”. Nel 1941, dopo aver perso (le sconfitte sono note: Taranto, la Grecia, la Libia, Matapam, l’AOI) ogni possibilità di vittoria nel Mediterraneo e in Africa, Mussolini fu costretto ad accettare la primazia militare del suo collega berlinese.

Un’umiliazione cocente ma, dopo il mancato annientamento del colosso sovietico e l’intervento statunitense, il Duce cercò di ritrovare — con l’appoggio del governo nipponico, pervicacemente neutrale con Mosca — un ruolo politico nella trattativa con Stalin. Da qui un nuovo attivismo italiano per una pace separata tra l’Asse e l’Urss che consentisse alla Germania di spostare il peso bellico sul Mediterraneo. Nell’estate del 1943, tutto sembrò deciso, grazie ai giapponesi Hitler sembrava infine convinto. Mussolini affrontò il 24 luglio il Gran Consiglio, certo d’avere in mano la “carta vincente”, ma i suoi gerarchi — uomini stanchi, sfiduciati e, in parte, venduti al nemico — lo sfiduciarono. Il giorno dopo, il sovrano rinchiuse il Duce in un’ambulanza. Quaranta giorni più tardi — una volta sicuri dell’esito di Kursk — Vittorio Emanuele e Badoglio chiesero l’armistizio. La guerra era perduta.

Eugenio Di Rienzo – Emilio Gin

“Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica 1939-1945”

Rubbettino, Soveria Mannelli 2013

pp. 514, euro 17,00