Il vertice Apec in Cina, così proficuo con i suoi accordi sul clima e sul commercio, sembra dare dell’Asia un senso di pace e progresso. E’ in Asia che Barack Omaba vorrebbe emigrare con la sua politica estera, lasciandosi alle spalle il caotico e violento Medio Oriente; è laggiù che ogni cosi detto “sistema paese” occidentale vorrebbe andare a vendere le sue merci.

Poi c’è la Cina con qualche corposa ambizione e c’è il Giappone che decide di riarmarsi, pronti a scontrarsi per un paio di faraglioni in mezzo al mare; l’una e l’altro pieni di un rancore non risolto dall’invasione giapponese della Manciuria, nel 1931. Nel 2014 Shinzo Abe, il premier nazionalista giapponese, sente ancora il bisogno di andare in visita al mausoleo di Yasukuni dove riposano i responsabili della II guerra mondiale. E’ come se in Europa Angela Merkel andasse a portar fiori dove c’era il bunker di Hitler.

Ma sono quisquiglie, ipotesi di una crisi in qualche modo edulcorata dalle miliardarie relazioni commerciali fra Cina e Giappone. Dove invece la minaccia è chiara e presente è un po’ più a Occidente, nella lunga frontiera fra India e Pakistan: un miliardo e 400 milioni di abitanti, 230 bombe atomiche, una separazione sanguinosa e quattro guerre in 67 anni, più una decina di quasi guerre (scontri di frontiera) e provocazioni terroristiche.

Wagah, l’unico vero passaggio terrestre, non è famoso per il transito di ricchi e proficui commerci, come dovrebbe essere fra due Paesi così grandi. La sua peculiarità sono le cerimonie d’apertura mattutina e chiusura serale della frontiera con le guardie indiane in divisa kaki e le pakistane in nero, armate e con sfoggio di pennacchi, che recitano una via di mezzo fra il Mahabharata e un’esibizione di pavoni. Passo dell’oca, braccia e gambe levate in cielo, sguardi minacciosi, bicipiti esposti, sbattere di cancelli gli uni in faccia agli altri. La cerimonia da sola merita un viaggio fino a Wagah, fra Amritsar nel Punjab indiano e Lahore nel Punjab pakistano.

Sarebbe un evento comico se quella tauromachia non fosse la rappresentazione del sentimento di due popoli che fino alla Spartizione della mezzanotte del 1947, erano uno solo. Il Punjab, spaccato in due dalla nuova frontiera, fu il luogo di un massacro indicibile, al quale seguirono la divisione del Jammu e Kashmir, e le guerre. Tutte vinte dall’India, più popolosa e democratica. Dopo la morte prematura di Ali Jinnah, il Cavour pakistano, il Paese ha alternato colpi di stato militari a momenti di fragile democrazia, indebolita dai servizi segreti, l’Isi (uno stato nello stato) e ora anche dall’Islam militante.

Ma è fra i due popoli che l’ostilità è rimasta intatta, alimentata anche dalla disputa territoriale nel Kashmir. Lungo la Linea di controllo, l’informale frontiera, i due eserciti si addestrano dal vivo a un conflitto a bassa intensità e i due popoli coltivano il loro sciovinismo.

Non è facile avviare concreti processi di pacificazione. Ogni tentativo è visto come un tradimento dall’opinione pubblica, e usato dalle opposizioni. Bilawal Bhutto, figlio di Benazir, e Imran Khan sono leader di due partiti democratici. Ma per motivi di consenso accusano il primo ministro Nawaz Sharif di essere troppo accondiscendente con gli indiani.

Il suo errore è stato di accettare l’invito a Delhi, alla cerimonia di giuramento di Narendra Modi. Dopo l’insediamento e il gesto di buona volontà, il nuovo premier indiano, leader dei nazionalisti del Bjp, aveva cancellato gli incontri diplomatici di routine fra i due Paesi, e scelto come consigliere per la sicurezza nazionale Adjit Doval, un falco anti-pakistano.

Questa è la versione pakistana. Quella di Delhi è diversa: l’India ha solo reagito a una serie di provocazioni avversarie. A seguire lo scontro fra indiani e pakistani, che presto sarà vecchio di 70 anni, sembra di ascoltare israeliani e palestinesi. Stessa determinazione a detestarsi e rifiuto a comprendersi. Ma in questo caso l’arsenale nucleare dei due Paesi (120 il Pak, 110 l’India) non è dormiente come l’israeliano.

Giusto un paio di settimane fa, dopo l’ennesima scaramuccia lungo la Linea di controllo, il ministro ed ex generale Abdul Qadir Baloch ricordava che “se un Paese ha uno strumento per la sua difesa, non lo tiene al fresco. Questa capacità può essere usata al tempo del bisogno”. Una minaccia, quasi un’istigazione all’uso delle testate nucleari. E’ una filosofia esattamente contraria a quella della garanzia di mutua distruzione che svelava la volontà di Usa e Urss di non usare le armi atomiche.

A Islamabad c’è dunque un governo democratico debole e sotto il controllo dei militari. A Delhi un premier nazionalista che quanto a Pakistan non vede l’ora di mostrare di non avere la pazienza di Manmohan Singh e del Congress. (Narendra Modi è ancora un oggetto misterioso: è un riformatore e un globalista in economia ma un nazionalista minaccioso alle sue frontiere politiche).  Il luogo della scintilla di una guerra c’è, i governi sembrano essere predisposti e i due popoli preparati. Affidiamoci a quel profeta laico che fu il Mahatma Gandhi.

 

Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2014