Prendere una capitale e traslocarla altrove, ricostruendola da zero. Una pratica costosissima ma sempre più diffusa in quella parte del pianeta che un tempo chiamavamo «Terzo Mondo». Qualche esempio: nel cuore della Nigeria Abuj, disegnata dall’architetto Kenzo Tange e dominata dai 170 metri della Millennium Tower dell’italiano Manfredi Nicoletti, dal 1991 ha sostituito Lagos; il presidente kazako Nursultan Nazarbayev, forte dei petrodollari, nel 1997 decise di spostare la capitale da Almaty in una polverosa cittadina di provincia circa 1.200 km a nord. Una delle prime cose che fece fu cambiare il nome da Aqmola che significa «tomba bianca», non a caso in epoca sovietica, l’insediamento ospitava un gulag in Astana.

Anche Naypyidaw, nuova capitale del Myanmar, esiste solo dal 2005. È sorta per volontà della giunta militare allora al potere e il suo nome significa «sede del re». Le ragioni per spostare la capitale a circa 370 km nell’entroterra da Yangon non sono mai state del tutto chiarite, ma sembra che i molto superstiziosi generali vollessero imitare gli usi dei monarchi birmani d’epoca precoloniale: costruire nuove città e palazzi su consiglio di maghi e chiromanti. In Egitto il più pragmatico presidente al Sisi ha avviato l’anno scorso i lavori per la «New Administrative Capital», un complesso urbano avveniristico per 6 milioni di abitanti che sostituirà Il Cairo, una megalopoli di 19 milioni di persone, inquinatissima e ormai invivibile. Il progetto è, ovviamente, faraonico: oltre ai palazzi istituzionali (quello presidenziale sarà grande otto volte la Casa Bianca) sono previsti distretti finanziari con il più alto grattacielo d’Africa, il più grande minareto, la più grande chiesa e un enorme parco divertimenti.

Giakarta, il mare avanza

L’ultima, ambiziosissima, arrivata in questa stramba gara urbanistica è ora l’Indonesia. Lo scorso agosto il presidente Joko Widodo ha annunciato al mondo la volontà di spostare la capitale dell’enorme arcipelago (17.000 tra isole e isolette) da Giakarta ad un’area di 40mila ettari (che diverranno 180mila a fine lavori nel 2024) del Kalimantam, la parte indonesiana del Borneo, compresa tra le cittadine di Balikpapan e Samarinda. Una scelta praticamente obbligata poiché l’antica Batavia fondata dai colonizzatori olandesi nel 1619 e rinominata Giakarta dopo l’indipendenza nel 1950 negli ultimi decenni è stata consumata dalla speculazione urbanistica e si è trasformata in una megalopoli caotica, malsana e fragilissima. La vertiginosa crescita economica e demografica (10 milioni d’abitanti, 30 con l’area metropolitana e una densità doppia rispetto a Singapore) non ha infatti tenuto conto delle criticità del territorio. La mancanza di un adeguato sistema idrico e fognario ha prosciugato le falde acquifere facendo sprofondare, al ritmo di 5-20 centimetri all’anno, il quaranta per cento del distretto urbano sotto il livello del mare. Un disastro ambientale senza soluzione. Nonostante i perenni e dispendiosi lavori sugli argini e sulle dighe, il Bandung Institute of Technology stima che entro il 2050 il 95 per cento dell’area verrà implacabilmente inondata e sommersa.

Unica soluzione per evitare una replica asiatica di Atlandide è quindi «alleggerire» Giakarta e trasferire alla svelta più gente possibile (a breve 1,5 milioni di dipendenti pubblici, l’avanguardia) nel Borneo, una regione che Widodo considera «a basso rischio di catastrofi naturali, che si tratti di incendi boschivi o terremoti, ed è in una posizione strategica, in quanto si trova nel centro dell’Indonesia». La parcella del trasloco si annuncia salata. Per la prima fase dei lavori per il nuovo centro sono stati destinati 466mila miliardi di rupie (circa 29,5 miliardi di euro), lo Stato finanzierà il 19 per cento della somma, mentre il resto proverrà da sinergie con il settore privato e da investimenti di fondi. A sua volta il progetto è parte integrante del grandioso piano di modernizzazione dell’intero Paese voluto dal presidente: nel prossimo quadriennio ben 412 miliardi di dollari saranno destinati allo sviluppo di infrastrutture trasportistiche porti, autostrade, ferrovie, aeroporti, metropolitane e servizi energetici di nuova generazione. Secondo i calcoli dell’Indonesia National Development Plannig Agency, l’operazione consentirà di sostenere la crescita del Pil oltre il 6% annuo.

Tutto bene, dunque? Forse no. L’idea di trasferire la capitale e creare una metropoli nel Borneo lascia quantomeno perplessi molti osservatori. Con tante ragioni. Al netto dei fondamentalismi eco-isterici oggi troppo di moda, c’è il timore che per risolvere un disastro si causi una catastrofe. Ricordiamo che la grande isola tanto amata da Emilio Salgari (ricordate Sandokan, James Brooke e la Perla di Labuan?) ed esplorata nell’Ottocento da due italiani straordinari come il naturalista fiorentino Odoardo Beccari e il ligure Giovanni Cerruti, rappresenta uno dei polmoni verdi del pianeta, uno scrigno biologico prezioso quanto delicato: undicimila tipi di piante, milioni di specie animali tra cui, a rischio estinzione, il giaguaro maculato, il rinoceronte di Sumatra e l’orango (per i malese orang utan, «uomo selvaggio»). Un santuario naturalistico incontaminato ma sempre più minacciato dalla deforestazione, dallo sfruttamento minerario, dalle ricerche petrolifere, dalle piantagioni di olio di palma e alberi da carta. Dall’avidità degli uomini.

Il presidente Widodo assicura che la futura capitale al momento ancora senza nome sarà una metropoli «intelligente e forestale», che non danneggerà le foreste pluviali circostanti e rispetterà rigidamente l’ecosistema isolano. Parole importanti ma la domanda resta. Traslocare in un paradiso è la giusta soluzione?