Alla fine, come nel film Un Mercoledì da Leoni, la grande mareggiata tanto attesa dalla politica italiana è arrivata.
Come Matt Johnson nel cult movie di John Milius Matteo Salvini, dopo avere surfato per mesi sull’onda emotiva di un consenso virtuale costantemente in crescita, ha affrontato con spavalderia l’onda più grande di tutte pensando di riuscire a dominarla facilmente come aveva dominato tutte le altre.
Per il surfista californiano la sfida del Big Wednesday era l’ultimo cimento della giovinezza, un rito di passaggio che, qualunque fosse stato l’esito, lo avrebbe introdotto nella maturità chiudendo definitivamente la fase più spensierata della vita.
Anche per Matteo Salvini la sfida lanciata alla politica italiana avrebbe dovuto essere un momento di passaggio, dal ruolo di comprimario a quello di protagonista dopo essere passato all’incasso del capitale di consensi costruito nei mesi del governo del presunto cambiamento. Sappiamo come è andata in entrambi i casi: Matt Johnson pur battendosi valorosamente contro la forza del mare cerca di superare i limiti e viene travolto dall’onda rischiando addirittura la pelle. Se la cava per un pelo guadagnandosi l’ammirazione di tutti per il suo coraggio, la difficile prova farà di lui un uomo.


Matteo Salvini invece, inebriato dai successi virtuali, affronta la prova spavaldamente e con molta improvvisazione confidando nell’istinto che lo aveva guidato fino a quel momento.
L’onda, però, lo travolge e lo abbatte rigettandolo, politicamente malconcio e confuso sul bagnasciuga politico tra i frizzi e i lazzi degli avversari lesti ad approfittare del suo fallimento.
Un errore fatale commesso sbagliando tempi e modi della decisione, figlio dell’approccio politico di un leader che ha fondato il suo successo (ora capiremo quanto solido) più sulle parole che sulle idee, più sugli slogan che sui fatti, più sui social network che al ministero.


Un uomo solo al comando, privo di una vera strategia che ha seguito una linea politica personalistica e improvvisata, assistito non da un ufficio politico, una segreteria, una direzione ma da un gruppetto di assatanati di social network col compito di amplificare sparate ad effetto e propaganda, spesso discutibili. Un approccio che ha portato ad altissimi livelli un consenso virtuale forse più emotivo che reale con una specie di meccanismo da slot machine (più monetine mediatiche si introducono più consensi virtuali si vincono), che alla fine ha distolto l’attenzione di Salvini dai veri problemi impedendogli di capire cosa stava succedendo al governo sotto il suo naso.


Era prevedibile che l’armata Brancaleone a 5 Stelle non avrebbe continuato ad assistere passivamente all’evaporazione del tesoretto elettorale che garantiva a sconosciuti incompetenti senza arte né parte poltrone, onori e privilegi per loro inimmaginabili.
E, soprattutto, che i cosiddetti poteri forti cioè, secondo Paolo Mieli che se ne intende, “il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l’intero mondo economico e il Quirinale” oltre a “Chiesa, magistratura e opinione pubblica internazionale”, non avrebbero continuato a subire un gioco condotto da outsiders che, sia pure in modo pasticciato e confuso, avevano lo scopo dichiarato di limitare le loro tradizionali ingerenze in politica ed economia e di contenerne interessi, privilegi, favori, influenze, rendite e prebende.


Fortunatamente per loro i molti nemici del cosiddetto “sovranismo” hanno potuto contare sull’uomo giusto al posto giusto, il cavallo di Troia, la talpa, la quinta colonna che piazzato all’interno dello schieramento nemico ha fatto il loro gioco neutralizzando al momento giusto il pericolo. Giuseppe Conte, sconosciuto professore di diritto privato a Firenze (anche la geografia ha la sua importanza in questa storia) era saltato fuori come un coniglio dal cilindro bacato dei grillini che gli avevano affidato il ruolo di Presidente del Consiglio, inteso come mediatore e garante del cosiddetto “contratto di governo”.
Proclamatosi enfaticamente “avvocato degli Italiani” e definito “burattino” da quelli che ora sostengono il suo nuovo governo, l’azzimato avvocato (se fossimo in un film western sarebbe perfetto per la parte del baro del saloon, elegante ed ingannatore) per un po’ ha retto, o fatto finta di reggere, il gioco.


Poi abilissimo nelle relazioni e perfettamente a suo agio, a differenza dei suoi due interlocutori politici, nei meandri del potere e dei potentati ha iniziato a giocare per conto suo. Dal disinnesco (calando le braghe) della finta bomba della procedura di infrazione UE – nient’altro che la classica testa di cavallo tirata nel letto del governo “sovranista” – all’elezione di Ursula von der Leyden, candidata della Merkel e Macron alla quale fornisce i voti decisivi del M5S, Conte porta avanti un suo disegno personale accreditandosi (da presidente di un governo pseudo “sovranista”) come uomo della provvidenza anti sovranista sia in Europa che in Italia, dal Quirinale in giù.


Così, mentre il cosiddetto “capitano”, sempre più esaltato dai sondaggi, e il “capo politico” del M5S, sempre più imbambolato e confuso, imitano i classici capponi di Renzo e se le danno di santa ragione pensando più che altro ai propri orticelli elettorali, Conte, oramai garante non del “contratto di governo” ma degli interessi dei poteri forti, tesse silenziosamente la sua ragnatela.


L’equilibrio si spezza definitivamente con le elezioni Europee: Salvini raddoppia il bottino e Di Maio lo dimezza, indicazione inequivocabile che si deve passare all’azione. Il già citato caso von der Leyen che vede al Parlamento Europeo l’inedita alleanza M5S, PD e FI con la Lega isolata ed impotente all’opposizione è un segnale: da quel momento inizia nel governo una specie di guerriglia anti Salvini: la Trenta (peggior Ministro della Difesa di sempre) boicotta il decreto sicurezza, Tria proclama che gli obiettivi economici della Lega non sono realizzabili e non verranno quindi inclusi nella finanziaria che è già stata blindata da lui e Conte d’accordo con la UE ma senza nessun confronto politico.
E’ un classico comma 22: Salvini può scegliere se farsi rosolare a fuoco lento dalla guerriglia dei 5S e dalla finanziaria già definita a sua insaputa, che ne avrebbe eroso consenso e credibilità, o far saltare il banco e rischiare il ribaltone. Lui abbozza per un po’ dichiarandosi leale all’alleanza di governo poi, forse ispirato dai mojitos sulla spiaggia, di colpo e senza pensarci troppo decide di staccare la spina innescando la crisi di Ferragosto.


Doveva essere la mossa del cavallo, ma si rivela una mossa da pollo, la classica decisione sbagliata nel momento sbagliato perché oramai è tardi e i giochi sono fatti: il “capitano”non si è accorto che presunti alleati e veri avversari erano già d’accordo e non aspettavano altro. Il via lo da addirittura il redivivo Matteo Renzi, che improvvisamente ringalluzzito riprende il controllo del PD costringe il segretario Travicello Zingaretti, che forse avrebbe potuto fare da sponda a Salvini per le elezioni, a seguirlo nell’alleanza con i 5S per un “governo istituzionale di legislatura”.
Senza rendersene conto il leader leghista si è ritrovato in una nassa dalla quale non riesce più a uscire; il confuso tentativo di fare retromarcia proponendo la Presidenza del Consiglio a Di Maio, oramai ridimensionato e non più in grado di controllare il movimento, non serve a niente così come l’idea di rivolgersi a Berlusconi il quale, invece, pensa a tutt’altro visto che i suoi interessi aziendali consigliano di appoggiare, in caso di necessità, l’alleanza PD-M5S.


La resa dei conti tra lo sceriffo disarcionato e il baro del saloon arriva non all’OK Corral ma in Senato sotto Ferragosto, in una seduta unica nel suo genere. Con uno dei discorsi parlamentari più squallidi mai uditi in quell’aula il professor Conte impartisce una lezione da manuale di trasformismo gattopardesco, di opportunismo, di doppiezza e di ambiguità, facendo di Salvini, seduto al suo fianco, l’oggetto di un pesantissimo e miserabile attacco personale con il solo scopo di trasformarlo in una specie di bersaglio, di scudo umano sul quale scaricare tutte le responsabilità del fallimento del suo primo governo e rifarsi una verginità politica, passando per vittima (assieme al M5S) e giustificando così la sleale e misera operazione di trasformismo che aveva pazientemente imbastito sottotraccia.


Come il Pifferaio di Hamelin Giuseppe Conte, che oggi considera “improprio” essere definito esponente del M5S, ha incantato i topolini a 5 stelle conducendoli nelle fauci del PD e dei poteri forti disinnescando la loro immaginaria spinta anti sistema.
Giuseppe Conte, Mister Nobody (Signor Nessuno) secondo il Financial Times, è solo l’ultima personificazione di uno dei peggiori e più deteriori caratteri nazionali, quello dell’Italiano ambiguo, inaffidabile e spregiudicato pronto a qualsiasi giravolta e compromesso pur di fare i propri interessi, epigono della peggiore e più squallida tradizione politica italiana, quella del trasformismo.
Solo così è possibile capire come la stessa persona sia in grado di presiedere disinvoltamente e senza fare una piega due governi diversi di tendenze politiche opposte con programmi antitetici.
La replica di Salvini all’attacco di Conte ha solo confermato il limitato spessore politico del personaggio.


Anziché ribattere colpo su colpo alle accuse pretestuose e umilianti che gli venivano tirate contro, il “capitano” ha optato per solito comizio povero di contenuti politici ma ben infarcito di slogan, velleità, proteste, rivendicazioni, frasi ad effetto e retorica che caratterizzano la sua oratoria, inclusa l’invocazione a Maria Immacolata, oramai consueta ma sempre di pessimo gusto.
Dando però l’impressione di non essere in grado, a parte qualche trovata ad effetto, di affrontare efficacemente una situazione imprevista per mancanza di idee, di strategia politica e di cultura di riferimento.


Con un’opinione pubblica fortemente orientata verso destra ci ritroviamo così un governo (velo pietoso) tendenzialmente di sinistra e pesantemente sottomesso agli interessi egemoni in Europa. Ancora una volta la destra si è presentata all’appuntamento impreparata ed inadeguata. Ennesimo fallimento sul quale riflettere.