Di fronte all’abbondanza quotidiana tracimante dei 4 pensatori cavalieri dell’”Ave Maria”, meritano nel quotidiano milanese di via Solferino comunque riguardo e attenzione gli interventi di Galli della Loggia. Quello di questi giorni “La sovranità fragile. Il declino degli Stati europei” esamina un fenomeno, ad avviso dell’autore, addirittura “in incubazione”, per altri, come il sottoscritto, remoto e addirittura congenito per l’Europa del secondo dopoguerra.

Galli confessa – è proprio il caso di utilizzare questo verbo – l’impressione di percepire in Europa “una rottura [storica] che va producendosi sotto i nostri [solo suoi] occhi ma senza che ce ne rendiamo conto”. Un’ impressione – aggiunge minimizzando – suffragata da indizi ma sostenuta in misura notevole dall’atmosfera dilagante, fatta “di declino, di sfilacciamento, dove si mischiano assenza di prospettiva individuali e pubbliche , vincoli accettati non più accettati né riconosciuti, classi dirigenti incolte e inconsapevoli del proprio ufficio, ceti sociali privi di identità – il tutto all’insegna di una crescente inquietudine destinata a rafforzarsi se si pone mente per l’ appunto, ai fenomeni di cui dicevo all’inizio”. Il quadro è desolante ed agghiacciante, non sgorgato misteriosamente “dalle acque”, ma soprattutto dalla lunga, lenta e incontrastata incubazione.

I sintomi sui quali si sofferma sono in primo luogo le combattive minoranze, che molti Paesi “ambiscono” a staccarsi dallo Stato, di cui fanno parte magari da secoli. Dopo averli elencati e aver chiuso la serie con il più “casereccio autonomismo leghista di casa”, che non attende se non un corposo consenso il 22 ottobre per aggregarsi, checchè ne pensino gli ingenui.

Galli si avvede di “diffuso appannarsi del senso di appartenenza allo Stato unitario tradizionale”, intuito e paventato da altri decenni or sono, ad esempio, al momento del varo del disgregante istituto regionale.

Prima di curarsi di altri tre fenomeni “nuovi”, sempre unicamente ai suoi occhi, e solo apparentemente sotterranei della Russia, dei paesi arabi e della Cina, Galli frettolosamente rileva l’indebolimento dovuto all’autonomismo e al localismo. Purtroppo mancano in lui osservazioni più accurate e dense sui due orientamenti, il primo da sempre promosso e stimolato dalla sinistra e dai cattolici, con fini di chiaro sabotaggio dello Stato nazionale, il secondo riscoperto con enfasi sempre dalla sinistra moderata o estrema e da Berlusconi, come se una volta convalidato, non risultasse indirizzo solo campanilistico ed egoistico.

E’ facile porre sullo stesso piano Putin, gli arabi e la Cina, con il primo solito intrattenere rapporti con i 5 Stelle, con Salvini, ma anche, intensi ed affettuosi, con Berlusconi. Risulta più difficile, complesso e delicato guardare alla variegata galassia dei paesi arabi, sui quali il nostro Occidente non si è mai curato di sottolineare l’inesistente tasso di democrazia interna, abituati a minare le economie del Vecchio Continente grazie alla fedeltà delle comunità emigrate o inviate all’uopo in Europa.

Sull’immenso Paese, il cui condizionante credo ideologico è ignorato artatamente in Italia ed anche altrove, sono significative ed esplicite le parole contenute sul tema calcistico in un articolo del “Corriere”: “Inter e Milan condizionate dalle decisioni che il Partito comunista prenderà in materia finanziaria. Fonti bancarie asiatiche sostengono che Pechino non gradisce il concentramento di investimenti orientati tutti su Milano”.

E’ impossibile negare consenso sulle conclusioni, sul “pieno” “dell’ortodossia russa della Terza Roma” e dell’Islam, e sul “vuoto”, rappresentato dalla”progressiva evanescenza della coscienza cristiana dell’Occidente europeo”.

Nella Penisola intanto si guarda al “Rosatellum” e alle manovre comuni, ormai evidenti ed innegabili, di Berlusconi, Renzi e …. Salvini.