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L’Oxford Dictionary elegge “post truth” parola dell’anno per il 2016. Ultimamente in effetti si parla molto di “post-verità”: con riferimento alle tante bufale che circolano in rete e, indirettamente, alla strategia comunicativa di alcuni leader politici, si sostiene che la gente preferisca credere alle emozioni, piuttosto che ai fatti e alla realtà. Detto così però non è una grande novità e neppure del tutto corretto: il termine, per cominciare, può trarre in inganno. Non si può infatti parlare di un nuovo concetto di verità; piuttosto, della crescente importanza di ciò che è verosimile, piuttosto che vero.

 

La verità richiede approfondimento e ricerca, indagine; poiché è lunga e lenta, immutabile e stabile, aristocratica nel senso più pieno. La verosimiglianza, invece, non richiede eccessivo impegno, perché è superficiale, rapida, mutevole, democratica. La verosimiglianza fa surf sulle onde della circostanza, galleggia sulla contingenza, pronta però ad affogare sotto la schiuma della prima onda. La sua esistenza è tanto lieve ed evanescente che anche la sua scomparsa è materia di consumo, è un sovra-evento usa e getta, pret-a-porter e pronto da buttare.

 

Origini del successo della verosimiglianza? Molte. La spettacolarizzazione, l’importanza crescente della componente apparente nelle nostre vite. L’accesso sempre più semplice all’informazione e alla produzione di informazione provoca un eccesso partecipativo che, pur positivo sotto molti aspetti, porta anche e inevitabilmente a una maggiore superficialità. Ma ciò che è specifico dell’ambiente informatico è che ogni evento – un fatto, un articolo, una foto, un video – viene, per natura del mezzo, decontestualizzato.

 

La rete atomizza e isola i singoli eventi, come fa con gli individui, e nel connettere in potenza tutto con tutto finisce per sottrarre l’evento al suo naturale contesto; il normale ecosistema all’interno del quale nasce e cresce un pensiero o un fatto viene così squarciato e sottratto alla comprensione. Sarebbe possibile comprendere Leonardo Da Vinci o Michelangelo fuori dal Rinascimento? E Pericle o Fidia fuori dall’Atene classica? Si può pensare di sapere chi fosse Napoleone senza sapere nulla dell’Europa dei lumi e della restaurazione? Certamente no.

 

Ma la decontestualizzazione operata dalla rete va oltre la componente puramente concettuale e ha un aspetto ben più concreto. L’enorme sviluppo della connettività mobile ci permette infatti di sperimentare una rivoluzione spaziale senza precedenti. Se fino a pochi anni fa era naturale consultare certi tomi enciclopedici solo nell’austero silenzio di una biblioteca, oggi posso farlo seduto sulla tazza del bagno; se prima potevo guardare Bergman solo nella sala buia di un cinema, ora lo si può vedere in treno sul laptop. Questa è un’ulteriore decontestualizzazione che opera profondamente sull’approccio emotivo verso ciò che esaminiamo, guardiamo, leggiamo, perché modifica il luogo della fruizione: e questo muta la nostra attenzione, la nostra concentrazione, dunque la nostra comprensione.

 

Questa causa del trionfo della verosimiglianza come finto succedaneo della verità è una causa sulla quale si deve e si può agire a livello di operatori culturali, prima che di informazione. Se è dovere di un bravo giornalista contestualizzare un fatto, è dovere degli agenti culturali, e ancor prima dell’istruzione, insegnare lo spirito critico minimo. Anche solo la semplice diffidenza verso ciò che ci è dato; come si insegnava ai più giovani di non accettare caramelle dagli sconosciuti, allo stesso modo si dovrebbero evitare informazioni dagli sconosciuti