Alberto Alpozzi è un fotogiornalista e un giramondo ma soprattutto un curioso. Nella sua carriera ha documentato l’impegno delle nostre Forze Armate in Afghanistan, in Libano e nell’Oceano Indiano. È proprio al largo della Somalia in lui è scoccata una passione per la storia della presenza italiana in Africa. Un impegno di ricerca che gli ha procurato riconoscimenti importanti ma anche un’ostilità pervicace che si sta trasformando in una vera e propria persecuzione. Ma iniziamo dall’inizio. Da quel volo sull’Africa già italiana.

Mi interesso di storia coloniale italiana dal 2013, quando durante un reportage sull’antipirateria nel golfo di Aden ho riscoperto un antico faro costruito dall’Italia sulla punta del Corno d’Africa.
Ero in missione di ricognizione a bordo di un elicottero della Marina Militare italiana lungo le coste della Somalia per monitorare i campi pirati quando a Capo Guardafui ho fotografato una torre in pietra alta 20 metri a forma di fascio littorio, della quale ignoravo l’esistenza. Rientrato in Italia ho scoperto che se ne era persa totalmente la memoria, così ho iniziato ricerche d’archivio che dopo due anni hanno portato alla pubblicazione di un libro – Il faro di Mussolini – sull’argomento. Ho riscoperto un capitolo della nostra storia passato totalmente rimosso e con grandi lacune.

Un lavoro importante che, però, non è piaciuto ai “vigilantes” dell’Anpi…

L’Anpi più volte negli anni ha sempre cercato di boicottare – senza successo – il mio lavoro e le presentazioni del libro perché, a detta loro, inneggia al fascismo e al razzismo. Ho ripetutamente chiesto che mi venissero indicati i passi del libro nei quali hanno ravveduto quanto sostengono senza però avere mai avuto una risposta.
Evidentemente i loro pregiudizi ideologici impediscono la lettura del testo per fermarsi solamente al titolo, condizione sciattamente sufficiente per la loro presupposta superiorità morale, quali depositari della memoria del nostro paese, per decidere quali libri debbano essere scritti e divulgati.

Eppure bastava confrontarsi con i somali.

Già. A differenza di quanto sostengono i signori dell’Anpi, senza prove e contraddittorio, i maggiori consensi per il mio lavoro di ricerca sulla storia della Somalia coloniale arrivano proprio dai somali e della comunità somala all’estero. Diversi infatti sono coloro che mi sostengono e supportano nelle mie ricerche. Basti sapere che la prefazione della nuova edizione de “Il faro di Mussolini” porta la firma dell’ex Governatore di Guardafui Abdulkadir Yussuf Mohamed (nella foto) con il quale ho stretti rapporti di amicizia.

Non pago hai poi lanciato Italia Coloniale.

L’Italia Coloniale è un sito web e una pagina Facebook di informazione storica e di attualità sulle ex colonie italiane, nato oramai quattro anni fa nel quale raccolgo documenti e testimonianze sulla storia coloniale italiana coprendo un arco temporale di quasi 100 anni.

Un’iniziativa che non piaciuta ai guardiani del politicamente corretto. Che subito hanno iniziato a martellarti sul web.

La persecuzione verso il mio lavoro di giornalista (e storico) è andata peggiorando in questi ultimi mesi. Dall’inizio del 2018 il mio profilo Facebook è praticamente sempre bloccato per 1 mese per volta a causa di segnalazioni che indicano i miei post come razzisti e di incitamento all’odio.
La situazione è andata peggiorando drasticamente a luglio con 12 segnalazioni in un giorno solamente (negli anni scorsi avevo circa 3-4 segnalazioni all’anno) che hanno portato alla definitiva chiusura della pagina Facebook dedicata alla ricerche sul faro Crispi, seguita da più di 21.000 persone con una visibilità media di 2-300.000 persone al giorno.
A seguito della chiusura della pagina ne ho aperta una nuova, sempre dedicata al faro, e un’altra ancora con il nome “L’altra faccia del colonialismo italiano” che in meno di 3 mesi ha raggiunto ben 7.000 iscritti con una visibilità media giornaliera di 150.000 persone. Quest’ultima pagina è stata oscurata l’altro giorno a seguito delle ennesime segnalazioni che l’hanno indicata come una pagina che “incita all’odio”, al contempo un nuovo blocco di un altro mese per il mio profilo principale e, stante una comunicazione di Facebook, qualcuno ha cercato di hackerare il mio secondo profilo. In risposta ho aperto una nuova pagina col nome “L’Italia in Africa”
È davvero preoccupante quanto ci siano soggetti che cerchino costantemente di nascondere quanto l’Italia realizzò in Africa, investendo ingenti quantità di denaro: dai ponti alle strade, dalle scuole agli ospedali, dalle coltivazioni alle ferrovie. È come se si dovesse solamente ricordare, in maniera ossessiva e castrante, solamente gli aspetti negativi quando invece sono numerosi quelli positivi attestati da documenti e testimonianze.

Tu non ti arrendi e rilanci. Parlaci delle tue prossime iniziative.

Le mie ricerche non si fermano, anzi. Al momento sto promuovendo dei dossier fotografici che documentano le opere realizzate dall’Italia in Africa. Il primo dal titolo “Romanamente – Come l’Italia fascista costruiva le strade in Africa” e il secondo “Romanamente – Come l’Italia fascista rese fertili le terre d’Africa”, entrambi ordinabili inviando una mail a ilfarodimussolini@libero.it Ad ogni segnalazione, blocco e chiusura di una pagina ne apro una nuova, se qualcuno si preoccupa così tanto dei documenti che pubblico è evidente che c’è qualcosa da nascondere, quindi la strada è quella giusta. Al momento sto valutando anche un blog nel quale raccoglierò ogni singolo post pubblicato su Facebook affinché la documentazione pubblicata e condivisa non vada persa ma resti sempre e comunque a disposizione online in modo tale che tutti possano documentarsi e colmare le lacune storiche che costellano il nostro passato, raccontato sino ad oggi in maniera faziosa quando non attraverso bugie e strumentalizzazioni. Ho invano cercato più volte di spiegare perché in Italia sia ancora impossibile parlare di colonialismo.