L’enorme dimensione dell’immigrazione africana in Italia sta provocando crisi sociali nelle città e nei paesi abbandonati ormai a quella che si può chiamare puramente e semplicemente “invasione”, e prima o poi si avranno delle gravi ripercussioni sugli assetti politici ed amministrativi, nazionali e locali, della nostra sventurata Patria che si avvia a divenire sempre meno “Nazione” nel significato etnologico del termine.

Sono state chiamate in ballo, giustamente, le responsabilità dell’Unione Europea – sempre più screditata agli occhi dell’opinione pubblica – che cerca di non affrontare il problema, scaricandolo sul nostro Paese che sta fungendo ormai come da retroguardia, da frangiflutti, per arginare per quanto è possibile il problema sperando che si esaurisca.

Ma vi sono altre gravi responsabilità politiche di quello che si usa chiamare “Occidente”, insieme a quell’altra elefantiaca ed inutile istituzione che si chiama “Organizzazione delle Nazioni Unite”, responsabilità che attengono alla situazione africana.

Perché fuggono questi immigrati? Perché, dicono, ci sono guerre vere e proprie, sanguinose lotte religiose, corruzione, fame, sottosviluppo. Ed è vero. Pensiamo all’Eritrea, un tempo gioiello della colonizzazione italiana, abbandonata alla spietata dittatura personale di tale Isaia Afework che ha ridotto il suo Paese al 190° posto nel mondo come indice di sviluppo umano, con un reddito pro-capite di 530 euro annui. Eppure, questo Stato non solo è ovviamente membro dell’Onu e dell’Unione Africana, ma è anche associato all’Unione Europea!

Associata: quindi ha un trattamento di favore per il commercio e per altre iniziative.

Bene: ma possibile che queste grandi organizzazioni internazionali non abbiano la forza per imporre al governo eritreo una politica interna più rispettosa di quei “diritti umani” che vengono tanto sbandierati? Possibile che non si possano minacciare provvedimenti di censura e, per quanto riguarda questa nostra sgangherata Unione Europea, la revoca dello status di associazione?

Altro esempio simile è quello dell’Etiopia, che anch’essa – liberata dalla schiavitù e dell’oppressione dall’Italia nel 1936 – è ricaduta sotto una dittatura mascherata, ed è precipitata al 173^ posto dello sviluppo umano, con un reddito pro-capite ancor più basso dell’Eritrea, di 475 euro annui: naturalmente, fa parte dell’Onu e dell’Unità Africana, e l’Unione Europea non ha mancato di farla divenire membro associato ….

Vi è poi la Nigeria, teoricamente ricca per la produzione di petrolio, che è scossa da una secolare lotta religiosa tra musulmani e cristiani ed è in preda alla corruzione, al caos amministrativo, alla lotta per bande che sottraggono anche il petrolio dagli oleodotti. Inutile dire che essa è associata a molte più organizzazioni internazionali dei Paesi precedenti: vi è anche quello che resta del “Commonwealth”, l’Opec dei Paesi produttori di petrolio e non poteva mancare l’associazione all’Unione Europea.

E’ inutile dire che tutti questi Paesi, ed altri ancora, godono di cospicui finanziamenti dei Paesi Occidentali tant’è che il nostro Ministero degli Esteri sempre più in sigla viene definito “MAECI” (Ministero per gli affari esteri e la cooperazione internazionale).

Potremmo continuare a lungo con questi esempi.

La conclusione che vorremmo trarre è la seguente: non potrebbe l’Unione Europea indire delle riunioni congiunte con questi Paesi, insieme all’ONU ed all’Unità Africana, per fare in modo che non ci siano più emigrazioni di massa? Si può sempre usare l’arma economica degli aiuti da interrompere ed il ritiro dell’associazione all’Unione Europea.

E poi: visto che nella civilissima Grecia interviene a dettare regole al governo la cosiddetta “troika”, ossia Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea, Banca Centrale Europea, non potremmo inviare un’analoga “troika” a controllare la situazione economica e sociale di quei Paesi? Perché quello che è consentito fare in Italia ed in Grecia non si può fare nei membri associati dell’Unione Europea?

Inoltre, c’è l’ONU, la fabbrica delle chiacchiere inutili. Possibile che l’Italia e gli altri Paesi europei (tra cui due hanno addirittura il diritto di veto) non intervengono sulla drammaticità di questa immigrazione massiccia, incontrollata ed anche pericolosa, per chi la fa e per chi la subisce, avviando un dibattito e delle risoluzioni, prevedendo magari l’uso dei “caschi blu” in Libia?

Un’ultima osservazione. Si dice che quelli che arrivano qui sono “profughi” che scappano dalle guerre e dalle persecuzioni: ammesso che sia così, come mai tra loro sono pochissimi quelli provenienti dall’Afghanistan, dall’Irak, dalla Palestina, dalle regioni abitate dai curdi? Eppure, lì vi sono guerre reali o situazioni di conflitto permanente da decenni. Però i loro abitanti non scappano, restano lì a combattere od a cercare di ricostruire il loro Paese.

Come sempre, anche in questo caso si tratta di ineliminabili differenze etniche e culturali!