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Un paese, in Calabria, rinasce grazie alla presenza degli invasori. Ed il buonista Gramellini non si perde l’occasione per esultare, per spiegare al colto e all’inclita quale simbolo meraviglioso rappresenti la vicenda. Oddio, ci sarebbero anche alcuni aspetti che dovrebbero portare a contenere l’entusiasmo, ma ovviamente si può glissare. Perché, nel paese rinato grazie agli invasori, gli indigeni rappresentano pur sempre i tre quarti della popolazione. A fronte del 25% di invasori. Forse, dunque, il paese non era proprio morto e disabitato.
Ovviamente l’eroico sindaco, indicato anche dagli americani come esempio da seguire nel mondo, ha utilizzato soldi pubblici (nostri, non degli americani) per favorire la presenza degli ospiti. E che male c’è? Si chiede il buonista Gramellini? Beh, su questo punto qualcosa da dire ci sarebbe. Perché, come è noto anche ai buonisti, ogni invasore costa più di mille euro al mese, cioè più di 4mila euro al mese per una famiglia di 4 persone. Se questi soldi fossero stati destinati alle famiglie degli indigeni, lo spopolamento non ci sarebbe stato. In Calabria come in qualsiasi località delle montagne italiane.
Ma il problema è proprio questo. Lo spopolamento è un obiettivo di questi cialtroni impegnati nella sostituzione di intere popolazioni. Perché la cultura locale è la nemica da eliminare per arrivare alla totale globalizzazione, per arrivare ad uno standard unico mondiale. D’altronde qual è il valore aggiunto di questa occupazione del paese calabrese? L’apertura di nuovi spazi commerciali. Tradizioni? Culture materiali ed immateriali? Ma chissenefrega. L’importante è far girare l’economia sul modello americano. Tutto il resto è noia, è sovrastruttura da eliminare.