L’ipocrisia morale è ben descritta dalle parole di Leopardi espresse nei suoi Pensieri «Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un’altra» e ancora «Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia fra detti e fatti.»

A distanza di due secoli “la famosa discordia fra detti e fatti” non è ancora conciliata, anzi. I portatori sani di umanità sfoggiano la loro ipocrisia ogni volta che aprono la bocca per elargire giudizi morali sulla povera plebe fascistizzata incapace di comprendere che la “deriva leghista” dell’Italia è il preambolo del fascismo. La sinistra dopo aver deposto le armi contro il capitalismo, diventando congeniale ad esso, per non restare nuda utilizza la foglia di fico dell’antifascismo, dall’antirazzismo, dell’antiomofobia per coprire le nudità e giustificare la sua esistenza. A loro piace tutto ciò che è “anti-qualcosa” perché non ha più contenuti, avevano dalla loro parte “qualcosa” e l’hanno persa: la classe operaia. Classe operaia che non solo hanno abbandonato a colpi di Jobs act, ma che disprezzano apertamente. In ultimo Gianni Cuperlo (PD) che con la sua erre moscia ha sentenziato ‹‹La Lega è il primo partito in Sardegna dove il 33% non termina la scuola secondaria›› e di conseguenza queste persone possono fare solo ‹‹ragionamenti molto vaghi››. Per il Partito Democratico i sardi sono pecorai incapaci di intendere e di volere.

Non solo i dem, anche accademici del calibro di Umberto Galimberti dicono senza troppi indugi che questo governo è figlio di un vuoto culturale degli italiani. La domanda sorge spontanea: quando nei decenni passati contadini analfabeti senza nessuno titolo di studio votavano il PCI, nessun intellettuale di sinistra si è posto il problema del “vuoto culturale”?
I paladini dei diritti umani si dichiarano antifascisti ma difendono il pensiero unico politicamente corretto che rappresenta il volto del totalitarismo del terzo millennio: un sistema pedagogico che educa fin dalla tenera età e censura tutto ciò che non è conforme, è monopartitico perché accetta solo se stesso, si è autoproclamato il bene assoluto e i suoi alfieri giudicano senza possibilità di replica tutti i poveri ignoranti populisti, razzisti, maschilisti, fascisti – e chi più ne ha più ne metta – che non si sottomettono ai vantaggi del progresso.

Il suo potere sopravvive perché i suddetti alfieri detengono ferocemente le redini della “cultura”, a causa del pensiero unico sono saltate carriere accademiche, sono volati licenziamenti, tutto rigorosamente in nome della libertà e del progresso. ‹‹I fascisti del futuro si chiameranno antifascisti›› Winston Churchill non ha mai pronunciato queste parole, ma ciò non le rende meno vere.


Un’altra fissazione sono i migranti. Nelle lande sconfinate del mondo arcobaleno sognato dai progressisti no border, tema centrale è l’immigrazione. Non si sa bene il perché, ma improvvisamente si sono accorti che in Italia (e in Europa) ci sono troppi europei. Pensa un po’! È necessario rimescolare le carte e visto che gli italiani sono diventati razzisti a causa di Matteo Salvini che notoriamente costringe gli italiani con la forza a votare per la Lega, hanno escogitato un modo per far fronte al problema: il meticciato. In altre parole se difendi la tua appartenenza europea sei un razzista, se invece propendi per una nuova razza meticcia sei un antirazzista. Insomma va bene tutto, purché tu non sia al 100% bianco.
Per sottolineare ulteriormente l’ipocrisia di queste persone, a proposito di alloggi assegnati a immigrati e rom, il giornalista proletario Gad Lerner ha affermato che ‹‹Il problema è che ai Parioli e nelle altre zone dei centri cittadini, un edificio, un locale ha un tale valore immobiliare che nessuno mai penserebbe di destinarlo all’accoglienza dei richiedenti asilo o dei rom››. Va bene essere solidali e aprire i porti, però immigrati puzzolenti e rom con le mani lunghe, è meglio tenerli alla larga dai quartieri ricchi, dove il PD prende i voti.


Hanno uno strano concetto di umanità, continuano a ripeterci di “restare umani” nei confronti dei migranti, ma nelle piazze invocano con leggerezza la morte violenta di Salvini e fascisti vari e perché no, anche dei poliziotti. L’antirazzismo della sinistra arcobaleno denota in realtà un razzismo di fondo molto più radicale di qualsiasi partito di estrema destra. La sinistra vuole deportare gli africani in Europa, non parla di indipendenza africana, a loro non interessa liberare l’Africa dagli oppressori stranieri, al contrario vogliono liberare l’Africa dagli africani. I loro idoli non sono Lumumba, Sankara o gli attuali esponenti del movimento Panafricanista Mohamed Konare e Kémi Séba che lottano per un’Africa libera. Per i tipi sinistri il neocolonialismo francese non esiste. Alcuni ambienti di sinistra usano due pesi e due misure: i palestinesi sono vittime in casa loro e vanno difesi nella loro patria, gli africani invece, devono essere deportati in massa nell’Europa civile, perché solo nel Vecchio continente possono avere un futuro dignitoso. Ebbene sì, questo si chiama razzismo. Se Guevara lottava al grido di ‹‹Patria o muerte››, il nuovo grido di battaglia della sinistra fucsia è ‹‹Porti aperti o muerte››.


Nel brano “Il potere dei più buoni” Giorgio Gaber ricorda che “i più buoni” hanno una passione travolgente per gli animali e per l’ambiente. Come dimenticare un tema così importante? Occorre scendere in piazza per difendere l’ecosistema e se per arrivare in tempo alla manifestazione, queste persone prendono due autobus, durante il tragitto spezzano la fame mangiando qualche prodotto industriale e bevendo un po’ di Coca-Cola, magari indossando la maglia del Che prodotta in Indonesia e rivenduta da Amazon.co.uk arrivata in Italia con un aereo e consegnata con il corriere che utilizza un vecchio furgone che spurga zolfo, hanno inquinato sì, ma alla fine sanno tutti che l’inquinamento dipende dallo spread. Scendono in piazza a piedi nudi per non utilizzare scarpe cucite da qualche minorenne in Asia e non utilizzano il cellulare per fare autoscatti e dirette su Facebook perché sanno benissimo che le radiazioni elettromagnetiche emesse da cellulari e Wi-Fi disturbano le api, fondamentali per la sopravvivenza della nostra specie. Sappiamo che chi partecipa a queste manifestazioni, di solito vive in campagna e non inquina, insomma è evidente che sono tutti campagnoli. Questi manifestanti vestono con foglie di fico, abitano in case costruite con i ramoscelli che cadono naturalmente dagli alberi e si cibano esclusivamente di ciò che la terra offre. Greta & Co. vivono in questo modo perché non sono le marionette di nessuno.


Le belle parole non hanno mai cambiato e mai cambieranno il mondo, nell’antichità la filosofia non rappresentava un sapere meramente teorico, un bìos -termine che in greco non indica soltanto l’esistenza biologica, ma anche un particolare genere di vita- era soprattutto prassi, un’arte del vivere. L’ostentazione del tutto autoreferenziale della propria superiorità etica, vista con gli occhi della realtà, è ipocrisia allo stato puro. Combattere per le proprie idee è sacrosanto, ma vivere in conformità ad esse è la prerogativa. Battiato direbbe «Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso».