Il Cinquecentesimo anniversario della dipartita di Leonardo da Vinci ha avuto, almeno in due occasioni, coloriture grottesche: la costernante uscita d’un giornalista francese, che ha definito il maestro toscano suo connazionale, e la querelle svizzera su di un ritratto di Isabella d’Este che, contro ogni ragionevolezza, gli è stato attribuito. Trattasi  d’un dipinto che è tanto evidentemente ispirato al mirabile ritratto a carboncino del profilo della grande marchesa, quanto palesemente realizzato da una mano troppo grossolana e da un occhio poco felice.

Senza perdere tempo con l’ovvio dibattito sul mediocre dipinto (che è infatti stato prontamente rinchiuso in un caveau di Lugano, per non farlo sottoporre a un serio esame che inevitabilmente ne rafforzerebbe la stroncatura), concentriamoci sulla storia dell’autentico ritratto leonardesco di Isabella marchesa Gonzaga, la prima donna del mondo: storia dell’incontro fra due eccellenze italiane.

Intelligente, colta, carattere tenace e difficile, Isabella d’Este nasce a Mantova nel 1474.

Figlia di Eleonora d’Aragona e di Ercole I d’Este, (ultranemico di Venezia, mecenate di musicisti e poeti – su tutti, Boiardo e Ariosto), sorella di Beatrice (moglie di Ludovico Sforza e perciò duchessa di Milano, morta giovanissima di parto; una delle donne più belle del Rinascimento, seppur sia improbabile che il celebre dipinto di De Predis ritragga lei) e di Alfonso I (terzo duca di Ferrara e terzo marito di Lucrezia Borgia, la figura più diffamata della storia rinascimentale).

Promessa fin da bimba a Francesco II Gonzaga, figlio dei marchesi di Mantova (Federico I e Margherita), di otto anni più grande di lei e per il quale prova sin da subito una forte simpatia, raggiunti i 16 anni lo sposa: nel 1490 fa così il suo trionfale arrivo a Mantova, restando incantata dal complesso con il Palazzo Ducale e il Castello di San Giorgio: il centro della sua tirannia artistica e delle sue manovre strategiche, cimentandosi Isabella sia col gioco degli scacchi che con la politica internazionale.

Consapevole di non avere l’avvenenza né della sorella Beatrice né della cognata Lucrezia (che tratterà malissimo, riflettendo su di lei l’odio per il padre Rodrigo, ossia papa Alessandro VI, e per il fratello Cesare, ossia il satanico duca Valentino), farà spallucce quando Francesco la tradirà con tantissime donne, fra le quali proprio la Borgia. Non rimedierà mai al suo principale difetto fisico – la tendenza alla pinguedine; anzi, resterà golosa. Essendo però vorace d’arte e gloria più di quanto lo fosse di cibo, e (sembra lecito supporre) ingelosita dalle splendide rappresentazioni dell’adorata e compianta sorella, e ancor più da quelle della detestata cognata (per non dire della toscana Simonetta Vespucci, suprema diva botticelliana), si intestardì nell’ottenere un proprio ritratto, che fosse realizzato da un grande maestro.

Per di più, nel 1498 era stata in missione diplomatica alla corte sforzesca di Milano, ospite di Ludovico il Moro: qui aveva visto il Ritratto di Cecilia Gallerani (la “Dama con l’Ermellino” ora a Cracovia), realizzato una decina d’anni prima da Leonardo da Vinci.

Supponendo che pletore di artisti avrebbero lottato fino all’ultimo sangue per ritrarla, bandì un concorso per assegnare il sommo onore. Non rispose nessuno – era troppo noto l’esempio di Andrea Mantegna, iracondo e grandissimo maestro padovano, schiavizzato dalla tiranna estense in Gonzaga. Madonna Isabella non si era fermata nemmeno di fronte ai problemi di salute e di pecunia di uno dei più geniali artisti di sempre, e pur delusa da un suo ritratto continuò a estorcere al Mantegna quante più opere riusciva.

Nel frattempo, i magheggi dello Sforza privarono Leonardo del suo mecenate e protettore.

Nel 1499 cominciava infatti la Seconda Guerra Italiana: il re di Francia, Luigi XII calava sulla penisola, alleato con Venezia (intenzionata a vendicare il tradimento da parte milanese d’una estemporanea alleanza) e forte della temutissima fanteria svizzera. A Novara, Ludovico il Moro era sconfitto dagli svizzeri, che lo consegnavano al re francese.

Per Leonardo cominciava un biennio di vagabondaggio, fra Toscana e Veneto, con una puntata ancora lombarda: attirato dal prestigio della piccola ma attivissima corte mantovana, il vinciano si affacciava alla corte dei Gonzaga.

Isabella già si vedeva con le grinfie sull’ambito ritratto: brama superata soltanto dalla civetteria, che la spingeva a mutare la gara d’appalto in duello tra l’artista-scienziato e uno dei più grandi ritrattisti di sempre (assieme al suo maestro, Antonello da Messina, defunto da vent’anni tondi, e Diego Velazquez, che nascerà esattamente cento anni dopo): Giovanni Bellini, prodigio veneziano, figlio e fratello d’arte, oltre che cognato di quel Mantegna da Isola Carturo, marito di Nicolosia e vessato dalla sua potente ammiratrice Isabella.

La sfida era però tutta nella testa e nell’ego della signora estense: Giovanni Bellini preferiva infatti mantenersi libero d’esercitare il suo dominio sulla pittura lombardo-veneta del passaggio fra Quattro e Cinquecento, tenendosi ben lontano dai capricci d’Isabella.

Restava così il solo Leonardo, che ritrasse Isabella tenendo un occhio sulla marchesa e l’altro sull’uscio.

Ne risulterà il bellissimo cartone preparatorio, eseguito a sanguigna e carboncino. I disegni furono forse due; è comunque improbabile che all’uno o all’altro sia seguito un dipinto completo (e se anche sia stato eseguito, non può trattarsi della crosta luganese). Uno d’essi sarebbe rimasto alla corte mantovana, per essere poi smarrito. L’altro, è tuttora uno dei piece de resistance del Louvre, che lo conserva nel Cabinet des Dessins.

Si tratta di un elegantissimo profilo, col mezzobusto in posizione frontale rispetto all’osservatore. Il volto d’Isabella, con alcuni dei soliti tratti leonardeschi, è reso da uno splendido chiaroscuro e quasi celato dalla bellissima chioma, con raffinati dettagli di pastello giallo.

Leonardo sarà, subito dopo a Venezia, dove incontrerà un titano rinascimentale: fra’ Luca Pacioli, complesso matematico e fine ermetista. Tornerà poi a Firenze.

Isabella non si darà pace, e soltanto fra il 1534 e il ’36 avrà l’agognato ritratto dipinto da un’eccellenza: niente meno che Tiziano Vecellio (proprio dopo i Bellini, il despotico dominatore della pittura veneta) eseguirà (forse da un ritratto di Francesco Francia d’oltre vent’anni prima) l’elegantissimo olio su tela che fa bella mostra di sé al Kunsthistorisches Museum di Vienna. In questo dipinto, Isabella si staglia su sfondo nero, sfoggiando una pelliccia e un cappello piuttosto esagerati, e guardando l’osservatore in tralice, con un’espressione risoluta (e un po’ rabbiosa) che non doveva esserle rara.

Pochi giorni fa, Giorgia Meloni si è brigata di rispondere a un cartello esposto al recente gay pride romano, sul quale un manifestante aveva scritto che Leonardo da Vinci era non italiano, bensì… frocio. Se era condivisibilissima la replica (l’una cosa non esclude l’altra), lo era molto meno la scelta di ribattere a una cretinata.

L’italianità oggi è questione da dibattere attorno a un cartello con una scritta da sotto-istruiti; il 500mo anniversario della morte di Leonardo ci rammenta invece che una volta, le questioni italiane coinvolgevano le grandi opere d’arte, e che attorno a queste opere giravano le vicende delle più grandi signore e dei più grandi artisti di sempre.