«Potrà mai l’Italia uscire dal suo status di Media Potenza, o di “Grande Potenza a solo titolo di cortesia” che le altre Nazioni ci riconobbero con un sorriso di sufficienza, prima della Grande Guerra?». La domanda fu sullo sfondo della politica estera del nostro Paese sin dalla sua nascita. Questa è la lettura offerta dal volume di Luca Riccardi “La «grandezza» di una Media Potenza. Personaggi e problemi della politica estera italiana del Novecento”, Società Editrice Dante Alighieri – Biblioteca della Nuova Rivista Storica, 2017.

Nel saggio ritroviamo una galleria di personaggi, e quindi di questioni politiche, che hanno animato la ricerca dell’Italia per arrivare a interpretare un ruolo di primo piano nello scenario internazionale. I modelli, per tutto il secolo XX, sono state le Potenze europee più avanzate che già avevano raggiunto questo status. Questo è ciò che unisce la politica estera delle “diverse” Italie di quel secolo. Ciò che la diversifica, invece, sono le molteplici forme che questa aspirazione ha assunto, a seconda delle contingenze politiche.

Nel tramonto dell’Ottocento l’Italia umbertina cercò di trasformarsi in una potenza coloniale, seguendo lo Zeitgeist di quella stagione. Per questo, successivamente, uomini come Sidney Sonnino o Vittorio Emanuele III decisero di misurarsi con la lotta epocale che andò prendendo corpo con la prima guerra mondiale. Il premio sarebbe stato l’inserimento definitivo dell’Italia nel ristretto club dei «Major Powers». Un’appartenenza che avrebbe significato confini sicuri, accresciuta presenza nel Mediterraneo ed espansione coloniale in Africa. Ma anche uno sforzo economico e militare di proporzioni gigantesche. Tutte queste aspirazioni furono annientate dall’esito diplomatico del conflitto.

Al tavolo della Conferenza di pace, la vittoria da noi acquistata al prezzo di 680 mila caduti, un milione di feriti, moltissimi ex-combattenti afflitti da gravissime patologie mentali, enormi perdite materiali, economiche, finanziarie fu «mutilata» dall’ottuso egoismo di Francia e Regno Unito, che fecero bottino delle spoglie degli Imperi centrali e di quello ottomano e ci negarono, anche alla inettitudine dei nostri negoziatori, i vantaggi promessi con il Trattato di Londra dell’aprile 1915. Inoltre le Potenze occidentali e la «Repubblica Imperiale» statunitense crearono ex novo o potenziarono Stati-cuscinetto (Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e la Grecia) con il disegno di bloccare la nostra spinta propulsiva verso la sponda orientale dell’Adriatico e i Balcani.

La conclusione della prima guerra mondiale, con il suo lascito di crisi economica e frustrazioni diplomatiche, spinse, di conseguenza, l’Italia sul crinale del fascismo. Tra i compiti attribuitosi dal nuovo regime autoritario ci fu quello di restituire «grandezza» a un Paese demoralizzato e sconvolto da una profonda conflittualità sociale. Mussolini – dopo un lungo periodo di politica estera incentrata sul rapporto dialettico, ma privilegiato, con la Gran Bretagna – suonò la fanfara della riscossa e, dopo il conflitto italo-etiopico, si avviò progressivamente all’abbraccio mortale con il Reich tedesco e il Giappone, le due Potenze che capitanavano il movimento revisionista, eversore del precario equilibrio internazionale.

Questa sterzata a destra, per così dire, non ci impedì, comunque, di costruire importanti relazioni politico-economiche con la Russia sovietica anch’essa danneggiata dall’assetto geopolitico imposto dopo il 1919. Relazioni che si mantennero inalterate fino al nostro intervento nella Guerra civile spagnola. Vorrei aggiungere, inoltre, che il modello della politica estera fascista, avventurosa e avventurista quanto si vuole, si limitò, fino alla vigilia del giugno 1940 a perseguire, con mezzi diversi e più spregiudicati, gli stessi obiettivi dell’età liberale. Riequilibrio di potenza nel Mediterraneo e nella Penisola araba, limitate rettifiche di frontiera dei nostri domini africani, soluzione dell’annosa «questione di Tunisi», partecipazione al Consiglio d’amministrazione del Compagnia del Canale di Suez, espansione verso i Balcani che, eccettuato il caso albanese, si configurò più in termini di egemonia e penetrazione commerciale che in quelli di conquista territoriale.

L’aspirazione alla «grandeur», però, mostrò i limiti contro cui l’Italia, da sempre, era destinata a scontrarsi. La sua società, come forse già era avvenuto nel 1915, non era pronta ad affrontare le conseguenze di una sfibrante politica estera espansionista, in alcuni casi aggressiva e provocatoria. Nonostante ciò Mussolini, azzardando una spericolata partita doppia tra Berlino e Londra, finì per attaccare il vagone dell’Italia al treno della libido dominandi germanica. Le conseguenze furono il disastro morale e materiale della Nazione.

Nella nuova stagione della Guerra Fredda le ambizioni dell’Italia democratica di raggiungere una sua «grandezza» furono molto ridimensionate. Dopo la fase della ricostruzione – che vide De Gasperi impegnato nel fondare la posizione internazionale dell’Italia sulla triade atlantismo, europeismo, multilateralismo- sembrarono aprirsi nuove prospettive. La “seconda generazione” democristiana, che si mise alla guida della politica estera italiana, dalla fine degli anni Cinquanta fino ai Settanta inoltrati, in particolare Fanfani e Moro, lavorò per restituire statura all’Italia repubblicana. Non nell’imperialismo, nel colonialismo o nella rivendicazione di frontiere. Ma nel loro esatto contrario.

La politica estera dell’Italia democristiana, pur essendo sempre saldamente ancorata agli Stati Uniti, volle fare della distensione, del dialogo tra i paesi del Mediterraneo, della cooperazione politica internazionale il centro della propria azione. Fu una politica realistica, che teneva conto delle effettive dimensioni, e delle capacità, della società italiana. Il suo complicato sistema politico e la sua fragile economia non consentivano di assumere ruoli di «grandezza» assoluta sul piano globale. Per questo si scelsero campi ben delimitati in cui far risaltare le proprie posizioni: il dialogo con i paesi dell’Est, il Medio Oriente, l’ONU e poi anche il processo di integrazione europea furono ambiti dove poter far sentire la propria voce e proporre una linea di mediazione e incontro. La politica estera di scudocrociata, insomma, voleva far divenire l’Italia una Grande potenza «morale», ma anche economica, un punto di riferimento per alcuni dei Paesi dei diversi blocchi in cui si divideva la comunità internazionale.

Questa linea fu proseguita, anche se con qualche ambizione in più, dai loro successori. L’Italia di Andreotti, Craxi, Spadolini, Colombo, negli anni Ottanta, appariva più rinfrancata economicamente. Per questo fu concepita una strategia più assertiva, sempre sul binario della politica precedente, dove l’azione internazionale era coniugata con l’intervento delle forze armate in funzione di peace keeping. E non sempre sotto le bandiere dell’ONU. Questa politica di “presenza”, in collegamento con gli Stati Uniti e le altre principali potenze europee occidentali, aveva anche l’obiettivo di difendere «specifici» interessi italiani soprattutto nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Era una «grandezza» in formato ridotto, più regionale, che però non disdegnava incursioni anche su scenari che non toccavano direttamente gli interessi italiani. Ma il “vincolo” interno, all’inizio degli anni Novanta tornò a farsi sentire. Alla crisi finanziaria si associò il rapido declino della classe dirigente della Prima repubblica. Allora cominciò a nascere una «nuova» Italia, incerta e sconfortata, che nonostante alcune azzeccate iniziative di politica estera della stagione berlusconiana, fu sicuramente meno capace di gestire il suo ruolo internazionale di quella che l’aveva preceduta. Ed è questa, forse, la vera morale della favola che Riccardi ha voluto narrarci con rigore, lucidità, passione.

 

Eugenio Di Rienzo, Nuova Rivista Storica, 22 novembre 2017