Viviamo in anni difficili, sempre più insopportabili, dominati da mode dilaganti quanto solo appariscenti. Il perbenismo, il femminismo sono segnati dalla retorica della sinistra, difficile da sconfiggere soprattutto da parte di antagonisti svogliati o addirittura sostanzialmente conniventi (le reti televisive berlusconiane), mentre l’ambientalismo è prodotto – esempio lampante il FAI – dal radicalismo chic dei “salotti buoni”.

   Si intrattengono poi rapporti sempre più stretti e alla lunga fatali con la Cina, capace di attrarre e mobilitare interessi, lontani da qualsiasi considerazione sul tasso di democraticità di quel mega Stato. Il capitalismo di Stato cinese e per ora collabora o meglio ancora coccola, con intenzioni naturaliter soffocatrici, con il capitalismo nostrano.

   Sul piano nazionale, senza mescolarsi con le diatribe politiche, continuano a spadroneggiare le correnti di sinistra, dal potere immutato e dalle intenzioni prevaricatrici inalterate. Valgano alcuni esempi di questi giorni. Il “Corriere” , di proprietà del “liberale” Cairo, già collaboratore di Berlusconi, segnala il carattere farsesco delle elezioni politiche svoltesi nella Corea del Nord, notoriamente satellite della Cina, della quale si tace la vera e sola natura. Sempre dal quotidiano di via Solferino viene presentata enfaticamente un’ opera di uno “storico” riguardante gli “arditi del popolo”, quelle creature celestiali, negli anni successivi alla conflitto della Prima guerra mondiale, scesi in campo contro gli squadristi fascisti, figuri solo luciferini.

   Intanto continuano ad essere sfornati dall’inesauribile fucina “rossa” lavori apologetici su Togliatti (uno è stato presentato in forma solenne a Palazzo San Macuto) mentre riferiti al periodo fascista, quello per intenderci secondo Croce “parentesi della storia”, a circa 75 anni dalla caduta, (Mimmo Franzinelli sul “fascismo anno zero), appaiono pagine riempite in modo miope e unilaterale.

   Davanti a questa piattezza critica, contro cui poco o nulla si fa dai gruppi contrari alla sinistra, offre momenti di sollievo la lettura delle pagine del volume di Emilio Gentile, già esaminato, in cui si individua “la forza e il genio dei popoli moderni” nella “loro personalità nazionale” [non locale o campanilistica], o si riscoprono, senza demonizzarle o beatificarle, figure, quasi dimenticate, come quella di Mario Morasso (Genova 1871 – Varazze 1938), sociologo nazionalista, autore nel 1905 del libro L’imperialismo nel secolo XX. La conquista del mondo.

   Morasso è stato considerato da diversi autori, studiosi accreditati e credibili, uno su tutti Angelo Ventrone (La seduzione totalitaria: guerra, modernità, violenza politica, p.24), un anticipatore di Marinetti e “figura singolare, a lungo sottovalutata nella letteratura italiana”. Acuto osservatore della società e delle arti, negli anni a cavallo tra i due secoli lo scrittore ligure si pone al centro delle discussioni sull’imperialismo, l’estetismo e le arti di avanguardia, rivolgendo particolare attenzione al progresso moderno, rappresentato dalla macchina, in anticipo rispetto al movimento futurista.

Curatore di vari cataloghi artistici, è anche autore di libri di storia e critica dell’arte interpretata attraverso le teorie nazionaliste. Nel 1905 esce La nuova arma (la macchina), già comparso nel periodico “Poesia”, rivista la cui sede era a Milano nell’appartamento del padre di Marinetti. Lo stesso Marinetti non mancò di ricordare l’importanza, per il movimento futurista, dello scritto di Morasso. Nel manifesto futurista del 1909 venne reso celebre il paragone tra la bellezza di una locomotiva in corsa e la Nike (Vittoria) di Samotracia al Louvre che Morasso propone nel capitolo “Il carro di fuoco” del suo libro.

Al mancato promettente studioso in campo giuridico hanno guardato in tempi lontani (1919) Giovanni Papini (L’esperienza futurista 1913 – 14) e più di recente Edoardo Sanguineti (Poeti e poetiche del primo Novecento, 1966) e Roberto Tessari (Il mito della macchina, 1973). I due studiosi più vicini hanno ritenuto la produzione di Morasso, guidata dalla “modernolatria”, una specie di culto del presente e del moderno.

   Piero Pieri, in una soddisfacente “voce” del “Dizionario biografico degli italiani”, vol. 76° (2002), ripercorre la produzione del ligure sin dal 1898 (Uomini e idee del domani. L’Egoarchia). E’ questo il saggio in cui arriva a disegnare il super – individuo, cui è affidata la missione di contrastare la crescente popolarità del Partito socialista. Con la pubblicazione nel 1899 di Contro quelli che non hanno e che non sanno, chiaramente influenzato dalle teorie di Maurice Barrès, aderisce al programma nazionalista , “in nome di una competizione politica che, da destra, critica la tradizione umanitaria e riformista del programma liberale”.

   Secondo, poi, Ezio Raimondi (Le poetiche della modernità e la vita letteraria, in Storia della letteratura italiana, 1987) Morasso ha colto “per tempo gli effetti radicalmente innovativi di ciò che gli storici definiscono oggi la modernizzazione sull’insieme della società, dalle forme della vita quotidiana sino ai paradigmi dell’arte e della letteratura”. Non si tratta davvero di merito marginale.