L’Italia appare sempre di più, per dirla con Metternich, una “espressione geografica” , in cui si inseguono e si cercano di legittimare progetti demolitori dell’unità nazionale e si tentano riaggregazioni enfatiche e demagogiche, come quella del 25 aprile, nell’edizione 2019 quanto mai virulenta con il concorso di personalità, normalmente serie, come la presidente del Senato e l’ex ministro Martino. Sulla partecipazione al dibattito dell’autocrate, proprietario di Mediaset, come è giusto sia, è meglio sorvolare.

    Eppure il c,d. “presidente del Consiglio”, tanto severo nella criminalizzazione del fascismo e dei suoi connotati, definiti comunque e sempre liberticidi, si è recato in Cina, nazione, come tutti sappiamo, “simbolo” del pluralismo e della democrazia e dalla inarrivabile trasparenza nella propria vita interna, addirittura con la presunzione sconfinata quanto suicida e autolesionistica, di tracciare per l’Europa la “via della seta”, da seguire, in nome dei principî più prepotenti del capitalismo. Dei pericoli presenti e soprattutto futuri della linea adottata, si è accorto persino Berlusconi!

   Intanto in Italia il presidente della Repubblica ha impiegato un mese per analizzare una legge di appena 8 articoli, quella della “legittima difesa”, norma di cui l’Italia può vantare – e non è quella frutto del senno di Giulia Bongiorno – una statuizione ben più incisiva e scientificamente più lucida, quella del Codice Penale, entrato in vigore nel 1930, curato dai fratelli napoletani Rocco e da Vincenzo Manzini.

   Mattarella, nella disamina dall’eloquente lunghezza, ha ricordato che spetta allo Stato, quell’entità preminente, sconosciuta per molti politici odierni di I piano, la responsabilità “primaria ed esclusiva” di tutelare “l’incolumità e la sicurezza dei cittadini”. Il presidente siciliano non compie davvero una scoperta eclatante, dal momento che riprende quella “necessità di difendere un diritto proprio od altrui”, prevista nell’art. 52 del Codice Rocco. Sul “grave turbamento”, ancora Mattarella consente con la ratio della codificazione fascista, nel passaggio in cui insiste sulla necessità che esso sia riconosciuto in base ad elementi oggettivi, cioè “sempre la difesa sia proporzionata all’offesa”.

   Tempo addietro chi scrive ha rivisitato le opere giuridiche e l’apporto primario, recato alla codificazione degli Anni Trenta da Alfredo e da Arturo Rocco, ora è doveroso conoscere ed approfondire il contributo ugualmente massimo, offerto da Vincenzo Manzini (Udine 1872 – Venezia 1957).  

  Ordinario di diritto e procedura penale dal febbraio 1902, insegna negli atenei di Ferrara, Sassari, Siena, Torino e Pavia. Dal 1920 fino al 1943 (salvo un intervallo di un solo anno trascorso a Roma (1938)) è a Padova. Iscritto dal 3 gennaio 1925 al Partito nazionale fascista, considerato, in una recente ricostruzione biografica (2007), “figura di primo piano della scienza criminalista italiana, fornì, con la sua ampia produzione scientifica, un contributo decisivo al definitivo consolidamento dell’indirizzo tecnico – giuridico”.

   Pur esprimendo delle riserve, quasi “obbligate” e scontate, data l’opera in cui la “voce” è stata pubblicata (il “Dizionario biografico degli italiani” , vol. 69°), l’autore, Alberto Berardi, considera Vincenzo Manzini “certamente giurista “di regime”, anche se “volendo stilare un rapporto comparatistico di interferenze e intersezioni tra l’autorità della scienza penalistica del Manzini e le esigenze autoritarie del regime, appare chiara ed incontestabile la prevalenza della prima sulla seconda”. Ancora l’A, giudica, a suo avviso, “singolare” “la fortuna del Manzini all’opera di codificazione, sia sostanziale sia processuale, che ha retto il confronto con l’avvento delle istituzioni democratiche, pur essendo maturata in una temperie istituzionalmente autoritaria”.

   Dopo la pioggia conformistica di critiche e di denunzie al fascismo, rilanciate negli scorsi giorni, dovrebbe essere oggetto di riflessione (senatrice Alberti Casellati e prof. Martino!), che nel codice penale, sotto il regime democratico vivo e valido per decenni, “il principio di legalità, caposaldo del diritto penale liberale, non è stato mai messo in discussione”.

   Anche il codice di procedura penale dello stesso 1930, di cui Manzini fu il solo “artefice intellettuale”, “appariva certamente pregevole sotto il profilo tecnico, nonché gravido di importanti connotazioni liberali, sì da risultare per lunghi anni compatibile con la successiva Carta costituzionale repubblicana”.

   Berardi, pur avendo scambiato una scelta scientifica, quella del sistema inquisitorio, come meramente politica, è dell’avviso che “il contributo più alto offerto dal Manzini all’universo del diritto e della procedura penale” resti “quello dei Trattati, i quali, tradotti in più lingue, costituiscono, a tutt’oggi, strumento di conoscenza scientifica di grande valore”.

   Nella “voce” redatta per il “Novissimo Digesto Italiano”, l’allora ordinario presso l’Università statale milanese, Gian Domenico Pisapia, padre di Giuliano, lo definisce “Grande giurista, fu uomo semplice e di eccezionale modestia: esempio mirabile di operosità, diede alla scienza penalistica, fino agli ultimi giorni della sua vita, i contributi preziosi della sua dottrina e del suo ingegno”.