Nel corso di un dibattito alla manifestazione romana di “Atreju”, al ministro degli interni Minniti è stato chiesto dai giornalisti Gian Micalessin e  Mario Giordano perché la Camera abbia approvata, in prima lettura, la proposta di legge del suo collega di partito Fiano per la repressione della propaganda “fascista” comunque manifestata.

Il ministro, oltre a difendere – per ovvie ragioni di solidarietà di partito – la proposta Fiano, ha fatto delle osservazioni che meritano di essere commentate.

La prima è stata: “non lasciamo che il morto afferri il vivo”, come se un ricordo storico fosse una specie di “mano morta” simile a quei possedimenti agricoli ed immobiliari che un tempo erano di proprietà di enti religiosi i quali, ovviamente, non morivano mai e li tenevano bloccati per secoli. Ma questa definizione non può applicarsi a personalità e valori storici, perché altrimenti non dovremmo più parlare di Garibaldi, di Napoleone e – per stare a tempi più recenti e più vicini al ministro – di Gramsci e Togliatti, cui peraltro sono intitolate delle strade. Il ricordo di una personalità storica, nel bene e nel male (le azioni di Garibaldi non sono ben ricordate dagli abitanti dell’ex-regno delle Due Sicilie e dai cattolici fedeli al Papa-Re …), fa parte della storia nazionale e non può essere rimossa, anche se alcune sue azioni fossero state discutibili. Facciamo un esempio: è unanime la critica storica per l’uccisione di Giordano Bruno, con il modo atroce del rogo, e l’imposizione a Galileo di rettificare le sue scoperte e di ritirarsi in esilio. Ebbene, l’autore di questi atti è il cardinale Roberto Bellarmino che è stato fatto “santo” dalla Chiesa ed a cui è stata dedicata dal Comune di Roma una strada e dedicata un’importante chiesa a Piazza Ungheria. Perché allora non si cambia il nome della strada ed il santo cui è intestata la Chiesa?

Successivamente Minniti – per rasserenare il clima della sala – ha rivelato che, quando fu nominato Ministro, gli è stata assegnata una stanza in cui c’è la scrivania usata da Mussolini quando era capo del governo e ministro degli interni (nei primi anni venti del secolo scorso, il governo si riuniva al Viminale ed a Palazzo Chigi c’era il ministero degli esteri). Come disse a suo tempo un ministro comunista della giustizia, Oliviero Diliberto, di sedersi alla scrivania usata da Togliatti quando fu, per pochi mesi, ministro della giustizia. Ma, evidentemente, quella scrivania ministeriale Togliatti non se l’era portata da casa o comprata appositamente, probabilmente era in uso al suo più noto predecessore Alfredo Rocco, autore del Codice Civile (ancora vigente, peraltro).

Minniti ha detto anche altro: poiché si trovava a parlare in una sala denominata dagli organizzatori di Atreju “Italo Balbo”, ha detto che al ministero dell’aeronautica (fatto erigere proprio da Balbo) nella sala del sottosegretario preposto vi è sulla parere una grande scritta che riporta una frase scritta da Balbo sul volo: “chi vale vola”.

Cosa dimostrano queste osservazioni? Che ogni Nazione degna di questo nome ha nella continuità della sua storia, con tutti i protagonisti che di volta in volta l’hanno interpretata e rappresentata, la sua forza. Basti fare gli esempi dell’Austria, dove le tombe e numerose testimonianze degli Asburgo sono ben conservate e presentate come visita ai turisti; della Francia, dove nessuno si sogna di censurare Napoleone ed i suoi ricordi od i palazzi della dinastia reale dei Borboni e le loro tombe (ove ancora esistenti); della Russia, che fa sfilare insieme nelle ricorrenze patriottiche le bandiere zariste, comuniste e quelle attuali.

Quindi il ministro, se da un lato ha dovuto, per ragioni partitiche, difendere l’ostracismo alla storia di un ventennio italiano, dall’altra ha implicitamente ammesso che una continuità storica anche l’Italia ce l’ha, magari testimoniata solo dalle scrivanie, e solo i suoi nemici interni ed esterni la vogliono interrompere con severe condanne penali.