Chissà cosa avrebbe detto George Orwell se avesse potuto ascoltare la descrizione della vicenda del pullman dirottato che Fabio Fazio, per questo ed altro esageratamente retribuito con soldi pubblici, ci ha elargito dai canali della televisione di stato: “Un italiano ha dirottato il pullman e due ragazzi non italiani ma nati in Italia hanno sventato la strage. Il bene e il male non hanno cittadinanza“.

Una magistrale combinazione di buonismo, malafede e manipolazione nella quale Orwell non avrebbe faticato a riconoscere gli aspetti più inquietanti del regime descritto nel suo 1984: la neolingua, l’alterazione dei fatti, l’adulterazione delle menti attraverso una comunicazione subdola e malsana.

Oltretutto Fazio è solamente la punta dell’iceberg, non è che nella portineria televisiva di Myrta Merlino o nella assemblea gruppettara di Corrado Formigli le cose vadano meglio, anzi. Il sistema mediatico monopolizzato, apertamente o subdolamente, dalla sinistra sempre più allo sbando tenta di imporre una realtà virtuale che esiste solo nelle menti e nei salotti di chi la descrive sui giornali o nei pollai dei talk show politicamente corretti. Solo che nemmeno superando i limiti della logica e del buon gusto riesce ad ottenere i risultati voluti, anzi di solito favorisce quelli contrari.

Prendiamo il caso del giorno, per l’appunto quello della mancata strage sulla Paullese.

Il fatto rischiava di risultare oggettivamente micidiale per il fronte buonista: un senegalese al quale era stata (incautamente) concessa la cittadinanza italiana che minaccia di bruciare 50 scolari e i loro professori. Si scoprirà poi che l’uomo aveva anche precedenti penali piuttosto seri che, però, non avevano impedito al Comune di Crema (amministrazione PD) di affidargli il trasporto degli alunni della locale scuola media. Stavolta non si tratta di un disperato arrivato coi barconi e rimasto per strada, nè di un delinquente di qualche mafia importata e neppure di uno psicopatico piovuto qui da chissà dove. In teoria quella del signor Ousseynou Sy avrebbe dovuto essere una esemplare storia di integrazione: matrimonio (finito), figli (italiani), cittadinanza, lavoro stabile, casa. Ma invece di godersi la presunta “integrazione” e dimostrarne i benefici “l’italiano di origine dì senegalese” (secondo la folle definizione buonista che circola) ha pensato bene di cercare di bruciare per vendetta un pullman con 50 ragazzini rielaborando a modo suo concetti e parole che non è difficile ascoltare in televisione o leggere sui giornali. Un vero disastro per l’ideologia buonista, tale da mettere a rischio i capisaldi della narrazione politicamente corretta.

Che fare? Si saranno chiesti sgomenti nei retrobottega dell’informazione nazionale.

Semplice: se la realtà è scomoda basta cambiarla con una più comoda. Ecco allora che all’immigrato che sbaglia (il vecchio schema si ripete….), ovviamente non per colpa sua ma di Salvini e del clima di odio generato dalla destra (come dice Gad Lerner) e che va “compreso” (come dice Livia Turco scongelata per l’occasione), si contrappongono gli immigrati buoni, cioè Rami e Adam gli scolari di origine straniera che hanno contribuito a sventare l’attentato promossi, quindi, “eroi” sul campo.

Peccato che, proprio come nel romanzo di Orwell, dalla fotografia diffusa al popolo siano stati cancellati totalmente altri due ragazzi, Riccardo e Nicolò, italianissimi, meritevoli quanto i precedenti se non di più, ma ovviamente dannosi per l’edificante raccontino immigrazionista confezionato a beneficio della popolazione italica. Così i due ragazzi spariscono completamente dal quadro come i gerarchi caduti in disgrazia di “1984”: nessuno li nomina, nessuno li intervista, nessuno li invita in TV, nessuno sa che esistono. Anzi, guai persino a ricordarli: si viene subito tacciati di “razzismo” e di voler contrapporre i ragazzi in base alla loro origine.

Ovviamente quelli che accusano sono gli stessi che questa contrapposizione l’hanno creata strumentalmente trasformando una bella storia di compagni di scuola che si aiutano a vicenda in una stucchevole narrazione artificiale, retorica e superficiale (NDR: qualcuno, però, dovrebbe spiegare a Matteo Salvini che il Ministro degli Interni non deve polemizzare, nemmeno con una battuta, con uno scolaro delle medie).

Curioso che proprio quelli che dicono di combattere odio e razzismo siano sempre i primi ad utilizzare il colore della pelle o la diversità di origine come argomento politico: le ragazze nere della staffetta, la pallavolista nera, il corazziere nero, ora il giocatore nero della Nazionale e così via.

Siccome l’appetito vien mangiando, la storia dei figli di immigrati che salvano i figli degli italiani dalle grinfie di un autista “italiano di origine senegalese” diventa anche il pretesto per una bella e inutile campagna a favore dello ius soli nella quale i due scolari Rami e Adam vengono usati loro malgrado senza troppi scrupoli. Come ha spiegato il padre di Rami sono stati i giornalisti che hanno intervistato il ragazzo a mettergli in bocca le parole a favore della cittadinanza automatica ed indiscriminata, problema in realtà a lui del tutto ignoto. La sua famiglia è in Italia da 18 anni, vuole rimanerci ma non ha mai pensato di chiedere la cittadinanza italiana, basta quella del paese d’origine. Problema, oltretutto, privo di rilevanza pratica: a parte lo sfizio di esibire il passaporto bordeaux, questi ragazzi godono già degli stessi diritti dei loro coetanei Italiani e a 18 anni potranno richiedere senza problemi anche quello.

In realtà dalla vicenda si dovrebbe ricavare un insegnamento ben diverso ed opposto, cioè che la concessione della cittadinanza richiede prudenza e rigore, vista la precarietà e la pericolosità di “integrazioni” come quella di Ousseynou Sy. Ma lo ius soli, che politicamente è un suicidio, è oramai, come l’isteria antifascista, un forte fattore di identitario per la sinistra in decomposizione, utile solo a compattare le sue fila. Nel mondo autoreferenziale dei salotti di sinistra lo spacciano come una questione di “civiltà”, anche se non si capisce bene quale.

Un nobile scopo che evidentemente giustifica e nobilita anche lo sfruttamento mediatico senza scrupoli di due tredicenni.