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21 ottobre 1969. A St. Petersburg, nello Stato americano della Florida muore Jack Kerouac, dopo una vita di sregolatezze passata a viaggiare e a bere oltre che a scrivere romanzi, poesie e preghiere.
Non fu solo il poeta di una generazione di lettori che anche in Europa giravano con l’autostop riuscendo ad arrivare velocemente (…..quasi sempre!) ovunque. Fu anche parte fondamentale di quel “movimento beat”, la Beat Generation, fatta di un mix di molte componenti che si potevano riscontrare in alcuni suoi trasgressivi personaggi: tipi libertari innanzitutto, anarchicheggianti, sognatori, dediti a sesso e sbornie, strimpellatori di chitarre e viaggiatori con lo zaino in spalla.
Fu quella una generazione di “camminatori”, sorta di Wandevogel però senza il senso della Comunità. Mentre quelli della generazione centroeuropea dei primi decenni del Novecento migravano in gruppo, con i loro canti, le loro chitarre e il mito del “sangue e suolo”, i beat degli anni ’60 furono individualisti, sognatori solitari, spesso visti dai borghesi come feccia sudicia e degradata. Tanto per fare un esempio italiano, basta sfogliare la stampa di destra dell’epoca, piena di luoghi comuni contro gli “zazzeruti”, i “capelloni”, e anche termini peggiori divenuti usuali nel campionario giornalistico delle ottusità borghesuccie.
E pensare che invece Kerouac fu uomo di destra, una destra davvero controcorrente negli USA, che dalla strada non stava andando verso l’abisso della perdizione delle droghe (che pur erano presenti anche nei suoi libri oltre che nella sua vita nella quale soprattutto c’erano grandi bevute) e del nichilismo, ma che invece mirava verso l’alto, verso la conoscenza, verso il rifiuto della modernità.
I beat nella San Francisco di Kerouac si muovevano alla ricerca di risposte spirituali, dalla “Strada” (“On the road”) – il suo romanzo autobiografico più noto – Kerouac passò ai “Vagabondi del Dharma” (“The Darma Bums”) nel quale i due amici protagonisti del romanzo cercano di fuggire dall’american way of life e lo fanno viaggiando in una sorta di viaggio mistico (all’americana), scalando montagne alla ricerca dell’elevazione spirituale. E del resto nel giro beat di Kerouac c’era anche un frate domenicano, fratello Antoninus, che nel gruppo arrivò con il suo bagaglio fatto di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce.
Si trattò della ricerca di una spiritualità in modo confuso, istintivo, che tese per un lungo periodo ad orientarsi verso percorsi inusuali come il Buddhismo Zen che non a caso in America ebbe il suo focolaio nella San Francisco del dopoguerra e proprio al movimento beat deve la sua diffusione negli States. Un buddhismo per quanto è dato sapere all’estensore di questa nota – che ne sa poco e che rischia di attirarsi addosso le ire di legioni di esperti e di seguaci – diverso da quello “laico” del mantra “nammiochorenghecchiò” che furoreggia oggi in Occidente, ma probabilmente più vicino alla chiave di lettura che ne fece Julius Evola nel suo “La Dottrina del Risveglio“.
Kerouac se da un lato rifiutava lo stile di vita americano dall’altro amava la sua patria.
Certo il suo immaginario non era fatto delle stesse componenti mitiche di un europeo, non c’èra il Medioevo per intendersi; il suo riferimento era il mito “della frontiera”. Per quanto….. chissà? In fondo Kerouac era un discendente del bretone barone di Cornwall….., gente emigrata in Quebec; ed il piccolo Jack, di lingua francese, ebbe non poche difficoltà ad imparare l’inglese a scuola; nel suo bagaglio culturale c’erano Joyce e Dostoevskij ma anche….. Louis Ferdinand Céline e Oswald Spengler.
La sua patria era sicuramente nemica di quella di chi scrive queste righe e il patriottismo di Kerouac si manifestò in occasione della guerra al Vientnam quando ruppe con alcuni esponenti del suo gruppo, Allen Ginsberg e William Burroughs, in nome dell’anticomunismo e nella logica del “right or wrong, it’s my country”.
Ma, attenzione, non si trattava di un patriottismo americano basato sull’imperialismo; si manifestò in particolare sotto forma di polemica nei confronti dei suoi amici che vedeva intruppati nel redditizio pacifismo snob mentre lui si ostinava a rinfacciare agli stessi il loro non scandalizzarsi per gli stermini di massa nella Cina di Mao.
Una polemica che portò anche in Italia nel 1966 quando l’editore Mondadori lo invitò a Milano per questioni di pubblicità editoriale e lui colse l’occasione per fare un giro di conferenze in varie città nelle quali fu ripetutamente contestato per le sue affermazioni anticomuniste proprio da quei figli delle sue letture che evidentemente non avevano capito il messaggio dei suoi libri.
Nelle sue foto sulla stampa, nei rari filmati, si vede che portava al collo una croce, non una collanina ma una grande croce a significare il suo “cattolicesimo rivendicato” (ha lasciato scritto Fernanda Pivano, la grande esperta italiana di letteratura americana), retaggio materno, una madre devotissima e amatissima da quel figlio scavezzacollo che però tornava a trovarla ogni volta che poteva.
Per un attimo si lasciò tentare dalla grande corruttrice, da Hollywood, quando gli fu proposto di portare sullo schermo il suo “On the road”. Ma per sua fortuna incrociò quello che avrebbe dovuto essere il protagonista, Marlon Brando, che lo disgustò: “Una merda. E’ solo un clown da palcoscenico” fu la sua definizione dell’attore.
E al diavolo tentatore del cinema non cedette neppure quando gli fu proposta una parte assieme al suo ancora amico Ginsberg, rifiutando così una discreta somma di denaro, e pergiunta in un momento nel quale non aveva neppure i soldi per mettere una lapide sulla tomba della sorella.
Dai suoi diari, recuperati da una cassa nella casa di famiglia a Lowell, molti anni dopo la sua morte, emergerà ancor di più questo suo legame con la religione e la spiritualità e ne uscirà anche la traccia di una notevole autostima, viste alcune frasi sul diario: “Non può essere definito un fallito chi a 32 anni ha scritto un milione e mezzo di parole”.
Suoi biografi detrattori, a molti anni dalla morte, nel 1998, arriveranno a sostenere che la sua amicizia con lo scrittore Gore Vidal (un altro grande), era stata in realtà un rapporto omosessuale (peraltro un attributo che in chiave di disprezzo vale solo se a pronunciarlo sono quelli in possesso di patente “political correct”) e che Jack era un razzista, perfino sostenitore del Ku Kulx Klan!

Sembra strano che qualcuno non abbia ancora avanzato l’ipotesi che il suo essere stato riformato ai tempi dell’Università, quando l’America entrò nella Seconda guerra mondiale, non sia stata un’abile mossa per non scontrarsi con i nazisti europei. Però… tempo al tempo.
Alla fine di tanto girovagare nel suo Paese, da costa a costa, da Oceano ad Oceano, e in mezzo mondo, Kerouac tornò a morire – a 47 anni, di cirrosi epatica – al punto di partenza, dopo l’ultimo grande viaggio in Europa, tra Portogallo e Germania, se ne tornò a morire in Florida.