Re Giorgio, colui che chiese un tributo di real politik ai litigiosi partiti italici per pretendere una sua rielezione mascherata da salvifico ripescaggio, davanti a un parlamento Europeo dove l’unico sussulto sembra quello della fagiolata leghista, prosegue deciso e infaticabile il suo cammino di ammorbamento delle volontà reattive.

Accanto al flebile richiamo alla necessità di non vivere di sola austerity, generosamente amplificato dalla stampa nazionale, giunge invece molto più forte e chiaro i contenuti repressivi e antipopolari della piega ormai assunta dal Colle.

Senza mai nominare il volgare popolo e la sua insofferenza verso qualsiasi impulso che sorga dalla società reale King Giorgio prosegue nello stigmatizzare i difetti della vecchia politica, rissosa, non ancora normalizzata nel prostrarsi ai diktat imposti dai mai eletti protagonisti delle commissioni Europee che contano.

L’Euro diventa allora il nuovo pensiero unico, dove prima vi stava la lotta di classe interpretata dal partito unico e dalla sua strategia di dominio mondiale adesso nidifica il sistema speculativo e finanziario dell’Europa dei nuovi savi, troppo lungimirante per interpretare le insofferenze di un mondo e di un insieme di popoli che si vuole piegare agli interessi superiori di chi, tra di esso, non è più avvezzo a vivere.

Le difformi opinioni diventano allora intralci all’integrazione, le manifestazioni italiche vengono dipinte come farsesche memorie delle vestigia sovrane, da reprimere e lentamente assorbire in una nuova vaga identità, fatta di interessi speculativi, e della legge del più furbo.

Ecco allora che chi ancora non si arrende al declino dei popoli europei può dirsi orgogliosamente e necessariamente anacronistico. Siamo anacronistici perché abbiamo l’ardire di pretendere un’Europa che si fondi su basi diametralmente opposte a quelle del grigiore imperante, capace di ridefinire un’ascesa dei suoi popoli e delle sue molteplici risorse, come ancora si sperava un tempo, prima che la supremazia degli egoismi finanziari e della miopia pessimistica lo facesse precipitare in un regime di stato di polizia di bilancio, capace di incutere timore e reprimere qualsiasi slancio.

Il timore dei reggenti Europei è allora che una maggiore partecipazione decisionale dei cittadini europei alle decisioni in seno agli organi decisionali possa riversare tutto il malessere e la riprovazione che monta in maniera sempre più crescente da molteplici parti. L’interrogarsi non è allora, come vorrebbe una realtà sana, sui cambiamenti di rotta da introdurre per mutarne sostanzialmente l’indirizzo, ma piuttosto quelle minimali correzioni utili a tacitare o isolare i focolai di rivolta.

Con una logica che non ha molto da invidiare al “comintern” di bolscevica memoria la strategia sarà allora stilata, tenendo conto degli intervenuti fermenti di dissenso, per piegarne la volontà, in barba a un concetto di democratica partecipazione alla vita politica che ogni cittadino europeo dovrebbe invece rivendicare.

Cambiano le bandiere e le ruote su cui transitare, le logiche restano grevemente le stesse. Da qui la nostra inquietudine, la nostra ferma opposizione.