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Non so se definire allucinante o agghiacciante il quadro delineato da Galli della Loggia nell’editoriale “Potere e fondi. Università. I sommersi e i salvati”. Di certo è preciso, franco e principalmente fondato.

In Italia – nota il docente, come il sottoscritto, in quiescenza – si destina “all’istruzione superiore la cifra di gran lunga più bassa fra tutti grandi Paesi europei”. E per di più si tratta di una cifra distribuita con provvedimenti a pioggia, formali, generici, astratti, banali e demagogici, vere e proprio regalie, rilasciate con mire elettorali e in prospettive esclusivamente clientelari.

Individua – ed è impossibile negare – nei confronti dell’istituzione universitaria un’intenzione, sfuggita ai più ed in misura totale all’opposizione arida ed insensibile, quella di far “scomparire innanzi tutto il passato”. “L’Italia – così continua la denunzia di Galli – non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo che abbiamo alle spalle, dei suoi eventi, delle sue idee, delle sue produzioni artistiche” e dovrà essere senza vie d’uscita e senza alcuna correzione o inversione di tendenza subordinata all’apparato produttivo ma non certo a quello artigianale ma a quello dei colossi industriali, economici e bancari dominanti in Italia ed arbitri della politica,

Elenca poi dettagliatamente le contrazioni subite tra il 2008 e il 2015 del corpo docente accademico. Le materie storiche, alle quali abbiamo entrambi appartenuto, “sono state quelle più duramente colpite, seguite a ruota da quelle filosofiche”. Sono in altre parole e non a caso gli insegnamenti, che, grazie al cielo emancipati dall’opprimente giogo marxista, guidano alla riflessione, documentano il passato ed indirizzano al futuro.

Tra le discipline in senso lato umanistiche si segnalano per i clamorosi risultati, quelle pedagogiche con il record ottenuto da “Pedagogia sperimentale” con un + 25%.

Ad uno studioso della esperienza di Galli non è stato affatto difficile individuare la ragione di questo risultato: “le discipline pedagogiche [sono] divenute ormai una sorta di altra faccia del ministero dell’Istruzione”, la faccia che decide in forza di teorie e di elaborazioni, alla prova dei fatti macchinose e stravaganti.

L’editorialista affronta il tasto dei blocchi al potere in un numero crescenti di atenei, costituiti e costruiti da ingegneri, medici e giuristi, che cercano e fanno “gli interessi innanzitutto delle discipline di appartenenza”, espresse e praticate poi in maniera soverchiante in campo professionale.

In questa situazione – conclude Galli – è del tutto latitante la politica, da tempo rappresentata da ministri dell’Istruzione, con peso sulla scena pubblica e parlamentare anonimo e marginale, in primis la Gelmini, “perciò incerti e timorosi di tutto, sempre più timorosi di tutto, sempre più prigionieri dei più triti luoghi comuni”.