25 Settembre 1921. A Pola, allora italiana, nasce Tom Ponzi. Tommaso, non ancora Tom, era primogenito di sette fratelli, un padre romagnolo spostato in Istria con la famiglia a causa del suo incarico statale. Il passaggio cruciale nella vita di Ponzi giunse con le conseguenze dell’8 settembre 1943 e con la sua scelta di campo.
Lunghissimo è l’elenco dei giovani e giovanissimi combattenti nell’esercito repubblicano destinati a diventare famosi nel dopoguerra, troppo lungo e ormai così scontati i nomi che vengono di solito fatti tra gli artisti, gli attori e i politici – tanto per citare qualche categoria – per dover ripeterli anche qui. Quello di Tom Ponzi, che nell'”armata dei ragazzini” – come la definì uno di loro, lo scrittore Carlo Mazzantini, padre della scrittrice Margaret – fa la figura dell’adulto con i suoi 22 anni nel 1943, compare raramente. Nella sua attività lavorativa risulta senza dubbio il più famoso vista anche l’originalità del settore, quello degli investigatori privati. Tra i combattenti della Repubblica Sociale, Ponzi scelse o finì in un reparto di paracadutisti, come Dario Fo. Una scelta della quale sarà orgoglioso per tutto il resto della vita.
Nell’immediato dopoguerra, quando ancora il mondo dei reduci di ambedue i fronti tendeva a ritrovarsi tra gli stessi dell’esperienza della guerra civile, fu nel MSI milanese. Una militanza e un periodo non certo tranquilli. Lo storico e giornalista delle pagine culturali del “Corriere della Sera” Antonio Carioti, nel suo libro “I ragazzi della Fiamma”, narra una serie di aneddoti nei quali Ponzi fu protagonista, come quando fu portato in Questura a Milano per una rissa nella quale ebbe la peggio un ex partigiano che lo aveva insultato mentre passeggiava in Galleria assieme ad altri due ex combattenti repubblicani, uno dei quali era Walter Chiari; altro aneddoto – fonte Giano Accame -, relativo ad uno scontro nella Federazione missina milanese tra “quella specie di gigante, con un coraggio da leone” che era Ponzi e alcuni dirigenti del Movimento nel quale militava dalla fondazione, perché “era convinto che il partito non avesse aiutato lui e la sua famiglia” quando aveva avuto dei guai giudiziari a causa la sua militanza politica.
Il suo nome iniziò a comparire sui giornali nel luglio 1946 quando il suo carattere venne fuori in uno dei tanti episodi nella storia del neofascismo italiano che senza il suo intervento avrebbe avuto davvero conseguenze tragiche. In serata, nella sede della redazione del settimanale “Rivolta Ideale” che ospitava anche la prima sede milanese del MSI, in via Santa Redegonda, mentre era in corso una conferenza del prof. Achille Cruciani, dalla strada qualcuno lanciò una bomba (l’attentato fu attribuito alla Volante Rossa che in quei giorni aveva compiuto anche altre azioni analoghe) nella sala dove si trovavano alcune decine di missini. Con sangue freddo e prontezza di riflessi Ponzi afferrò l’ordigno e lo rilanciò fuori dalla finestra.

Quei primi anni del dopoguerra erano difficili per quasi tutti, figuriamoci per chi veniva dalle schiere dei vinti. Il giovane Tommaso doveva inventarsi un lavoro; la sua passione per i “libri gialli” e i film polizieschi unita ad un carattere esuberante e curioso lo portarono a presentarsi ad un commissariato di Polizia a chiedere quali documenti fossero necessari per occuparsi di investigazioni. Naturalmente non lo presero sul serio, ma lui, testardo, si inventò il mestiere da solo, girando in bicicletta e utilizzando una macchina da scrivere avuta in prestito. Nel 1948 fondò la Mercurius Investigazioni e così iniziò a lavorare su piccole cose, indagini di provincia accompagnate da una sempre più professionale preparazione, anche fisica, con corsi di arti marziali. Due anni dopo trasformò il suo ufficio in Tom Ponzi Investigazioni.

Il physique du rôle lo aveva, un pizzo gli incorniciava il mento e la passione per le indagini e gli strumenti tecnici del mestiere completavano il quadro.
Nell’ottobre 1956 la drammatica vicenda di Terrazzano (Milano) lo vide coraggioso protagonista. Due balordi, i fratelli Santato, entrarono in una scuola elementare con un folle programma. Sequestrarono quasi cento bambini e tre maestre e chiesero il riscatto, duecento milioni. Una giornata di trattative con la polizia che aveva circondato l’edificio scolastico e una situazione che non si riusciva a sbloccare. Quando una delle maestre affrontò i sequestratori, Tom Ponzi approfittò della confusione e salendo su una scala a pioli entrò nella scuola seguito da un altro coraggioso, l’operaio Sante Zennaro che rimase ucciso dal fuoco delle forze dell’ordine. Tom Ponzi riuscì a disarmare i due sequestratori e a liberare gli ostaggi. La discriminazione politica all’italiana si manifestò in tutta la sua cialtronaggine. Al povero Zennaro fu concessa una medaglia d’oro al valor civile; premiare Ponzi, che non faceva mistero della fedeltà al suo non lontano passato, sarebbe stato troppo politicamente scorretto. Ricevette un premio forse più importante di una patacca, gli abbracci dei genitori dei bambini e una lettera di ringraziamento dei sequestrati, maestre ed alunni.
Una avventura dopo l’altra, nacque la fama del “Philip Marlowe all’italiana”, e con essa il successo, i clienti importanti, dall’Aga Khan a Rockfeller, da Agnelli a Enzo Ferrari, ma anche chi non poteva permettersi di pagare, gente per la quale lavorò gratis. Recitò anche la parte dell’ispettore Sciancalepre in un film con l’attrice Martine Brochard, versione cinematografica de “I giovedì della signora Giulia”, tratta dal romanzo di Piero Chiara.
La bravura professionale, il successo, lo sviluppo di una attività che lo portò ad avere quasi duecento collaboratori, portarono molto denaro, ville, yacht e Rolls Royce, ma anche invidie e tentativi di coinvolgimento in brutte storie. Nei primi anni Settanta fu coinvolto in una vicenda giudiziaria legata ad intercettazioni telefoniche, una bufera nella quale fu messo in mezzo a poliziotti, agenti segreti, spioni e politici. Se ne andò in esilio in Francia per cinque anni, ritornò con il totale proscioglimento dalla vicenda, a testa alta. La figlia prediletta, la bellissima Miriam, paracadutista come il padre, lo affiancò nell’attività e, dopo la sua morte, avvenuta nel 1997, ne proseguì – e lo fa tutt’ora – l’attività investigativa.