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Ernst Jünger ricorda che cultura è in essenza “culto dei morti”. Il nono capitolo dell’ultimo libro di Fabio Granata (“Meglio un giorno. La destra antimafia e la bandiera di Paolo Borsellino”, Eclettica ed.), altro non contiene se non l’eredità politico-culturale del magistrato morto nel ’92 narrata da uno dei “suoi” ragazzi. L’ex rautiano Granata (jüngeriano anche: «tra il grigio delle pecore si celano i lupi: esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà» si legge in apertura) che in principio dei Novanta vide nascere e morire – come molti di noi – le speranze per una società più giusta resa migliore dalla maledetta politica.

Nei capitoli delle centoventicinque pagine testimonianze, cronache, pezzetti di storia, semplici ricordi relativi a due stagioni, distinte ma non troppo: la lotta alla mafia e le battaglie politiche della destra italiana. «Paolo con la sua vita, e con la sua morte, determinò un pezzo di cambiamento fondamentale nelle coscienze dei più giovani di noi e contribuì a diffondere in modo potente un senso di radicale ripudio delle mafie». Non c’è dubbio. La lotta alla mafia ha nel 1992, l’anno della barbara uccisione di Falcone e Borsellino, il suo punto di svolta. Da più lustri le simpatie (sic) che al sud accompagnavano gli uomini d’onore, uomini d’ordine in una società sottomessa e sedotta dalle ingiustizie si sono ridotte allo zero virgola qualcosa. Sfruttatori, gabellotti nella comune accezione, affaristi senza scrupoli (costruttori e imprenditori), indossano tutti la stessa maschera quella della violenza criminale. Al pari di chi ammazza su preciso ordine, investe nello spaccio di stupefacenti, si “limita” a riscuotere il pizzo. Salvatore, fratello di Paolo, lotta per la memoria e per ottenere verità e giustizia. E non le manda a dire. «Quella di via D’Amelio, a Palermo, è una strage di Stato» confessò quattro mesi fa a Catania «e io ho deciso di organizzare la resistenza con l’agenda rossa di Paolo».

In Italia c’è stata connivenza tra Stato e mafia. In Sicilia non ci sono tracce di resistenza «ed è compito nostro organizzarla». Oggi però non c’è regione immune perché la zona grigia è enorme. La mafia è dappertutto e i magistrati si uccidono isolandoli e depotenziandoli. Lettura gradevole. Granata si è impadronito di una penna romantica – basta censire i francesi citati – rivoluzionaria se il termine non avesse perso la forza del passato. Rivoluzione della legalità, modernità scevra da metafisica orientaleggiante. Rauti e pochi altri insegnano che l’omaggio alla tradizione o Tradizione è attesa del compiersi di un ciclo, di certo però non è sottomissione a una principio dallo splendore santificante – cosa alla quale non credo affatto – ed è confronto “democratico” e riflessione sull’oggetto. Com’egli dice «una leva intera di studiosi, storici, docenti, giornalisti, politici parlamentari ha imparato da Rauti la passione per un impegno politico fatto di studio, analisi, idee, libri e non solo propaganda. In un mondo come quello del Msi che per una interminabile fase fu votato alla pura sopravvivenza, Rauti portò l’ambizione di progetti di lungo periodo e la capacità di “leggere” la contemporaneità, di starci dentro senza complessi di inferiorità verso una sinistra che aveva all’epoca formidabili strumenti di analisi, ricerca, formazione dell’immaginario».

La “destra” rautiana vanta maggiori aperture, favorisce l’analisi di temi nuovi: dall’ecologia al ruolo della donna. Ovvio che il conservatorismo quanto mai necessitante, contenuto nell’idea spuria di tradizione, dovesse prima o poi fare a cazzotti con ogni atomo di realtà. Rauti è parte di quel gruppo di ragazzi che negli anni Quaranta si stringe attorno a Julius Evola e Massimo Scaligero. Nasce un sodalizio che non fa economia di analisi “spiritualiste” sul destino del mondo moderno e sull’“autentico” significato del secondo conflitto mondiale. Paradossale ma non troppo che i figli di un figlio del sole (cioè Rauti, evoliano ma rivoluzionario) trovassero prima degli altri i rimedi contro le tentazioni libresche di un mondo inesistente ma perfetto. E che, per dirne subito, guardassero al fascismo storico come tentativo di estrema “modernizzazione”. Con un occhio ai ceti inferiori nelle brulle terre di Sicilia. L’incontro è presto organizzato, dice Granata: fascismo (si dice volesse cambiare l’Italia) vs. tradizione, sicilianismo e mafia. E non c’è partita. La buona volontà di Mussolini fin dal 1924, data del viaggio in Sicilia, non basta. Il peso si trascina da prima: in Sicilia lo Stato non c’è, oggi si direbbe: non c’è mai stato. Il prefetto Cesare Mori che col fascismo non è perfettamente in pace, fa quel che può. Forse usa la reticella. Ma mostra anche i muscoli. La lotta alla mafia del prefetto di ferro ha fatto epoca.

Massimo Ganci scrive di «paesi interi circondati nottetempo da migliaia di carabinieri», «retate gigantesche», «processi celebrati in chiese sconsacrate, dato che le normali aule di Corte d’Assise non riuscivano a contenere le centinaia di imputati di associazioni a delinquere; il tutto con criteri procedurali piuttosto sbrigativi, che portavano a pesantissime condanne, cui seguiva il confino». Una stagione in ogni senso irripetibile. Una certa qual «tranquillità» tornò nelle campagne, ma si colpirono anche gli innocenti. La dittatura, si ripete da più parti, porta un sapore di libertà in Sicilia. È questione di poteri in lotta. Di una cosa non si può accusare il regime: di non aver fatto miracoli – pur avendoli promessi – laddove né liberali né democratici hanno mietuto successi. Anzi e pur avendoli promessi.

Il problema è che fascisti e uomini delle istituzioni si urtano tra loro, la tradizione ne esce vincente. Mori finisce per accusare il notabile fascista e nazionalista Alfredo Cucco di appartenere alla mafia. Con lui verrà marginalmente coinvolto l’ex ministro della guerra Antonino Di Giorgio, messinese. L’oculista di Castelbuono, a lungo emarginato, non subirà alcuna condanna. Il dopoguerra è ancor più un autentico mistero. Le ultime frontiere della storiografia parlano di indifferenza degli alleati verso la mafia. Ma si è sempre detto il contrario. Sta di fatto che la mafia (come sempre) tesse le sue alleanze. Senza fratelli e amici i mafiosi sarebbero criminali comuni.

Il tutto per dire che un Msi legalitario che ha nomi e cognomi (Pippo Tricoli romualdiano e grande amico di Borsellino, Beppe Niccolai, Angelo Nicosia e il giornalista ordinovista Beppe Alfano) si distingue nelle lotte dentro e fuori le istituzioni. L’elaborazione rautiana con quel gusto paradossale, irresponsabile a volte, per il versante estetico che offre enormi spazi di manovra, col piacere di contraddirsi (tra antroposofi, guerriglieri, razzisti, maghi e disperati) guardando a sinistra della sinistra educa alla ribellione un’intera comunità nata in un “cupo tramonto”. La Sicilia è laboratorio se non politico certo di iniziative e nel 1990 – anno rautiano – c’è l’incontro che non si dimentica nel corso di una manifestazione politica. Quello col magistrato. Il cuore del libro di Granata – con le testimonianze di Manfredi e Agnese Borsellino morta due anni fa – è qui. «Appena sceso dalla blindata, fu colpito da alcuni manifesti della Festa con l’immagine del Che. Mi guardò con un meraviglioso lampo di intelligente ironia nello sguardo e mi disse serio “ma divintastivu comunisti?” sorridendo subito dopo con gli occhi e con i baffi…».

La lezione di Borsellino non si dimentica, Granata non fa fatica ad abbinarla ai versi di Ezra Pound: «Rendi forti i tuoi sogni perché questo nostro mondo non perda coraggio». La morte del magistrato e della sua scorta in via D’Amelio coinciderà con l’ascesa del Silvio Berlusconi politico. Scherzi o astuzie della storia. Quello di Manfredi è ricordo delle ultime ore di vita di Paolo. Dopo una giornata trascorsa al mare, il ragazzo accompagna il padre alla macchina. Il congedo è quello di sempre, poche ore dopo, però, il vile attentato. «La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare».

Oggi le vicende legate alla giunta regionale siciliana guidata da Rosario Crocetta, alle intercettazioni telefoniche e a Lucia, sorella di Manfredi, trasmettono un senso di irresoluta tristezza. Si apre il “terzo capitolo” del grande libro sui rapporti mafia-potere. Fascismo, prima e seconda repubblica. Una grossa fetta di storia l’hanno già scritta pentiti e magistrati. Ma quella della trattativa – consegna di Riina e cessazione delle stragi in cambio di accoglienze di favore – è una trottola che si avvita su se stessa. Troppe le parti coinvolte come ai tempi di Salvatore Giuliano: forze dell’ordine, servizi segreti, politici, istituzioni. Quante cose ancora da capire. Come a dire: anche questo paese in fondo è sempre uguale a se stesso.

 

 

Marco Iacona, Il Garantista