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Trascorsi anni amari per la crisi profonda degli ideali di destra, fatti cadere in un calderone indistinto, egemonizzato da un sempiterno autocrate, sempre disattento di fronte alle lezioni della storia, viene spesso da ripensare e da riaccostarsi a momenti e vicende di cui la stessa area fu orgogliosa protagonista.

Oltre alle pagine dimenticate da tantissimi ma imperitura per molti altri, scritte a Trieste, un altro di questi passaggi è costituito dalla “rivolta di Reggio Calabria”, apertasi il 1° marzo 1969 e conclusa il 24 dicembre 1971. Poco meno di 3 anni travagliati, esaltanti e poi disperati, sanguinosi (5 morti e centinaia di feriti), trascorsi senza velleitarismi, con coraggio e disinteresse difficilmente eguagliabili.

In un convegno, promosso dall’Istituto di Studi corporativi, tenutosi il 7 e l’8 dicembre 1990, e nei successivi “Atti”, predisposti da Gianni Rossi, natura, ragioni e riflessi sono rivissuti, analizzati e giudicati con forti e dense motivazioni.

Opportuna e centrata è la sintesi di quei lavori, tracciata dal curatore: ” Due sono gli elementi che si evincono con grande chiarezza dalla gran parte degli interventi: la consapevolezza che la rivendicazione del capoluogo – radicata nella storia – non era fine a se stessa, meramente localistica, bensì sintomo del desiderio dei reggini di partecipare da protagonisti allo sviluppo della Nazione; e il cosciente rifiuto della partitocrazia espressa attraverso la ribellione dall’interno delle singole formazioni politiche contro un sistema che non riusciva più ad interpretare la volontà popolare tradendo così lo stesso ruolo che la Costituisce attribuisce ai partiti”.

Un altro punto cruciale è quello colto da Gaetano Rasi, allora direttore dell’Istituto organizzatore. E’ un nodo storico, ieri sostenuto ed oggi smarrito nel marasma indistinto dei raggruppamenti, indirizzo di qualità assai più scadente rispetto al bipartitismo: ” Se oggi non c’è nessuno che non usi in senso spregiativo il termine partitocrazia, allora, 20 anni fa, l’uso di questo termine era solo di coloro che venivano essere accusati di essere fascisti, che cioè rappresentavano o erano indicati come forze eversive rispetto al regime esistente, mentre oggi è espressione acquisita come scontata di tutte o quasi tutte le forze politiche esistenti”.

Astrattezza, genericità, fuga dalla responsabilità, insipienza furono le caratteristiche dell’intervento governativo, con uomo di punta, il ministro dell’interno, il democristiano siciliano Franco Restivo.

Chi scrive partecipò al convegno, con una relazione sulle ripercussioni parlamentari dei moti, sostenendo tra l’altro che “esaminando oggi le vicende reggine, esse ci appaiono un segnale di grande rilevanza su un malessere , sempre più evidente, e una denunzia sempre più ampia ma disperata contro la partitocrazia antinazionale e antipopolare. I reggini non intendevano minimamente disgregare lo Stato, volevano anzi che esso fosse di nuovo sensibile alle loro istanze, alle loro richieste e alle loro necessità. Volevano uno Stato vivo e presente, non uno Stato semplicemente esattore, non uno Stato che chiedesse senza dare”.

Si tratta di una considerazione viva anche oggi, dopo le linee perdenti successive, principalmente sterili, il sogno del Ponte presentato ieri e oggi da Renzi, una linea ferroviaria adeguata al XXI secolo, una autostrada meno disastrata, dal funzionamento più garantito e più sicuro. Sui disagi, sulle inadeguatezze, sulla tranquillità pubblica, sulla sicurezza poco o nulla ha raggiunto o conseguito il tanto strombazzato bipolarismo, camuffata ripetizione della partitocrazia deteriore.