Non ricordo esattamente quando ho conosciuto Marzio Tremaglia. Dev’essere stato verso la fine del 1977 o l’inizio del 1978.

Ci incontrammo all’Università Cattolica, dove entrambi frequentavamo giurisprudenza. A Milano correvano gli anni di piombo che per noi, militanti della destra, erano soprattutto gli anni delle spranghe, dei pestaggi e dell’azzeramento, pressoché totale, dell’agibilità politica. La Cattolica era diventata per molti di noi una specie di enclave, dove per lo meno potevamo studiare in pace e tentare di abbozzare, sempre sottotraccia, un minimo di attività politica senza subire i soprusi e la violenza dell’estrema sinistra, allora onnipotente e molto pericolosa, che spadroneggiava in Statale e nel resto della città.

Molti ragazzi, anche solo genericamente simpatizzanti di destra, avevano fatto la stessa scelta e il clima all’università era tutto sommato accettabile, almeno secondo la logica (folle) di quei tempi. Certo dall’aula Ho Chi Min, sede dei gruppuscoli violenti dell’ultrasinistra, uscivano ogni giorno tazebao deliranti carichi di minacce che invadevano, come un’erba infestante, i chiostri, le pareti e l’ingresso di Largo Gemelli, luogo deputato ai quasi quotidiani volantinaggi. A ciò rispondevano, con altri tazebao e volantini, i ciellini che avendo Don Giussani tra i docenti dell’ateneo si consideravano i padroni di casa e cercavano di riprodurre a modo loro le iniziative di quelli di sinistra imitandone le forme e i vezzi.

I due schieramenti convivevano più o meno pacificamente polemizzando tra loro e contendendosi gli spazi per i tazebao. Nessuno dei due, ovviamente, era disposto a tollerare una presenza politica della destra. In un contesto del genere il nostro gruppo non poteva fare molto: agendo un po’ come carbonari cercavamo di sensibilizzare e raccogliere i simpatizzanti, diffondevamo libri e riviste di area (era appena uscita Linea) e organizzavamo gruppi di discussione fuori dall’Università sperando che la situazione generale migliorasse e ci consentisse, prima o poi, di presentare una lista alle elezioni universitarie. Non era una cosa facile, ovviamente.

L’ultimo tentativo, qualche tempo prima, maldestramente organizzato dall’esterno come una specie di azione dimostrativa, era ovviamente finito male, cioè a sprangate, e aveva ottenuto solo di unire nella circostanza picchiatori ultrasinistri, ciellini e autorità universitarie nella comune condanna della “grave provocazione fascista”. Il nostro gruppo di militanti, praticamente tutti di giurisprudenza, era composto quasi interamente da rautiani: seguaci di Linea Futura e Andare Oltre; leggevamo avidamente Linea dalla prima all’ultima riga, imbastivamo interminabili discussioni su come cambiare il sistema e osservavamo quasi increduli sbocciare il mondo dei Campi Hobbit e della musica alternativa.

Marzio Tremaglia non era, ovviamente, dei nostri ma non fu affatto difficile andare d’accordo con lui. Era immune dal settarismo un po’ ottuso che caratterizzava l’atteggiamento di molti militanti della parte “ortodossa” del MSI; era un ragazzo serio, pacato e intelligente e sapeva bene che, al di là delle inevitabili differenze di approccio, le cose che ci univano – anche per ragioni generazionali – erano molte di più di quelle che ci dividevano. Se da una parte non evitava di criticare, anche in modo deciso, certi eccessi o certi vezzi del nostro approccio politico, non poteva, dall’altra, non vedere i problemi e i limiti della gestione burocratica e verticistica che caratterizzava all’epoca il MSI e i suoi quadri dirigenti, vizi di cui vedeva bene i pericoli e che non mancò mai di denunciare e di stigmatizzare. Si unì perciò, senza problemi, al nostro gruppo mostrando subito leadership naturale, maturità e capacità di mediazione.

Era evidente a tutti che fosse un predestinato. Divenimmo subito amici. Ci accomunava soprattutto la passione per l’approfondimento e l’elaborazione culturale e la convinzione che senza una adeguata preparazione non avesse molto senso fare politica. Eravamo soffocati dalla pesantissima egemonia culturale marxista che costituiva per tutti, amici e “nemici” (cattolici, liberali, laici), il riferimento obbligato col quale confrontarsi. Detestavamo questo stato di cose, che non potevamo accettare, e soprattutto volevamo cancellare lo stereotipo del militante di destra ignorante e violento che gli avversari, la stampa, la televisione lottizzata del consociativismo cattocomunista propinavano in continuazione.

Così, tra un esame e l’altro, passavamo ore a discutere di Carl Schmitt (era appena uscito “Le categorie del politico”, una rivelazione), di Pasolini, del corporativismo di Bottai, di futurismo, di Evola, dell’Impresa di Fiume, di Gentile, di Pound, del terrorismo stragista – allora ancora acriticamente attribuito alla “destra eversiva neofascista” ma che a noi sembrava tutt’altro – del “Male Americano” di de Benoist e Locchi uscito proprio in quel periodo e che a Marzio piaceva molto, nonostante l’ortodossia di partito lo considerasse un testo quasi proibito e cercasse di bandire in tutti i modi l’eresia della Nouvelle Droite, argomento che invece che ci appassionava. Discutevamo di tutto questo e di molto altro, sempre stupiti della ricchezza della nostra cultura di riferimento e sempre increduli di fronte all’incapacità di utilizzarla adeguatamente.

Non trascuravamo comunque l’azione politica neppure quella più spicciola, come quando ci mobilitammo per un comizio di suo padre in Piazza Duomo, dovevano essere le politiche del 1979 o le amministrative del 1980. Col nuovo decennio l’atmosfera iniziò a cambiare; la sinistra violenta e gli schemi politici degli anni ’70 entrarono in crisi, e si intravedevano finalmente nuove prospettive per il futuro. L’azione politica del MSI, però, continuava ad essere superficiale ed inadeguata: l’allora segretario nazionale (nominato non eletto) del Fronte, reiterando gli stereotipi e la demagogia spicciola che detestavamo, aveva lanciato una inutile e rumorosa campagna per istituire in Italia la pena di morte. Un’iniziativa priva di senso, nient’altro che un pretesto per raccattare qualche consenso momentaneo, che Marzio, come noi, non poteva certo condividere pur restando sempre rispettoso dei ruoli e della disciplina di partito.

Nel nuovo clima l’obiettivo di presentare alle elezioni universitarie una lista di destra, di cui Marzio sarebbe stato capolista, non sembrava più irraggiungibile (ed in effetti si realizzò finalmente poco tempo dopo). Io però, che ero più vecchio di un anno, oramai mi ero laureato e non potevo più essere della partita. Iniziai la pratica forense continuando a frequentare, per quanto possibile, gli amici all’università.

Con Marzio, ad esempio, ci ritrovammo lì il pomeriggio del 24 febbraio 1981 a commentare il tentato golpe del tenente colonnello Tejero in Spagna. La scena vista al telegiornale ci sembrava incredibile e ci chiedevamo quanto sarebbe durata quella strana storia che ci ricordava tanto il cosiddetto golpe Borghese in questo caso, però, portato a termine (molti anni dopo Javier Cercas in “Anatomia di un istante” spiegherà come e perché si sia trattato di una ben riuscita provocazione, come avevamo sospettato quel pomeriggio).

L’Esercito prima, con il corso ufficiali, e il lavoro lontano da Milano poi mi allontanarono definitivamente da Marzio e dall’Università. Negli anni successivi una comune amica che viveva a Bergamo ci teneva saltuariamente informati sui fatti rilevanti delle nostre rispettive vite, portando all’uno i saluti dell’altro. Seguivo la sua promettente carriera politica dai giornali, anche se la storia della destra politica stava prendendo una piega ben diversa da quella che avevamo sognato negli anni dell’Università e non ero per nulla ottimista riguardo al futuro. La nomina di Marzio ad assessore alla cultura della Regione Lombardia nel 1995 fu una ventata di speranza. Era, naturalmente, la persona giusta al posto giusto, come i fatti dimostreranno ampiamente.

Quell’incarico avrebbe potuto essere utilissimo anche ad un partito troppo preoccupato di farsi omologare, sempre meno attento alla cultura e oramai molto distante dai suoi valori di riferimento. Purtroppo i molti ed articolati documenti inviati da Marzio al leader del partito su temi e problemi della politica culturale furono sempre ignorati e restarono tutti senza risposta. Le sue scelte da assessore furono serie, profonde e rigorose, lontane da stereotipi e superficialità ed incentrate su linee guida originali, come ad esempio il rapporto tra arte politica e società, con l’obiettivo di rivalutare adeguatamente la dimensione culturale negli anni tra le due guerre e contrastare la vulgata di una storiografia faziosa e manipolatrice che sosteneva (e sostiene) da sempre l’inconciliabilità tra fascismo e cultura.

Elencare tutte le sue iniziative sarebbe impossibile, ma possiamo ricordare quelle più significative: la mostra su Sironi (“Il lavoro e l’arte”); la mostra su Dudovich (“Da Dudovich a Depero”) con un’interessante rassegna sulla grafica degli anni Trenta; “Milano caffeina d’Europa”, interessantissimo convegno-mostra sul futurismo milanese; “Muri ai pittori”, sulla pittura murale tra gli anni Trenta e Cinquanta. E ancora: i convegni sulle ”intelligenze scomode del Novecento”, come le definiva Giano Accame: Guareschi, Pound, Gentile, Eliade, Evola nel centenario della nascita con la proposta della sua pittura, allora quasi sconosciuta ed oggi riscoperta e rivalutata. I convegni sulla rivoluzione ungherese del 1956 (con Bettiza, Curzi e Sergio Romano), sulla Guerra Civile Spagnola, sulla RSI, sulle “Insorgenze popolari nell’Italia napoleonica”, quello sulla crisi delle ideologie e la modernità, con Nolte e Furet, il convegno su De Felice e il revisionismo storiografico (con Nolte, Galasso e Gregor), quello su Gioacchino Volpe, che si tenne appena due mesi prima della sua scomparsa. L’istituzione del Centro studi della RSI, con sede a Salò, diretto dal professor Roberto Chiarini, con lo scopo di salvare la memoria del Paese, o l’attenzione alla moderna cultura popolare dei fumetti, dei gialli, della fantascienza.

Un destino spietato se lo è portato via nel 2000, a soli 42 anni, proprio quando ci sarebbe stato più bisogno di lui, della sua mente, della sua visione e delle sue non comuni capacità politiche.

La notizia fu un pugno nello stomaco, inaccettabile.

Pensai allo strazio della famiglia e a quello che anche la nostra comunità aveva perso. Mi chiedo spesso cosa avrebbe fatto Marzio di fronte allo sfacelo della destra politica, alla quale aveva dedicato tanto impegno e tante energie, distrutta da quell’opportunismo e quella mediocrità che aveva sempre detestato.

Noi che siamo rimasti sappiamo bene quanto ci sia costato perdere troppo presto Marzio Tremaglia.