A 20 anni dalla scomparsa di Marzio Tremaglia Mattia Feltri lo ha ricordato, a modo suo, su La Stampa innescando una riflessione proseguita poi su Huffington Post. In tempi di neoantifascismo con la bava alla bocca e di zitelle isteriche politicamente corrette che urlano continuamente al lupo al lupo fascista-populista-sovranista, un po’ di attenzione seria verso la destra più seria sarebbe, in teoria, utile ed anche opportuna. Sarebbe, ma non è.

Perché quello che Feltri jr in realtà propone, travestito da riflessione apparentemente originale ed obiettiva, è solo un vecchio e ritrito stereotipo: la destra è un fenomeno deteriore per “cavernicoli” beceri ed ignoranti, anche se qualche volta può spuntare qualcuno più civile e presentabile che si dimostra tale perché fa o dice cose omologate che piacciono alla sinistra o agli altri illuminati politicamente corretti.

Marzio Tremaglia ne sarebbe un esempio, come oggi Guido Crosetto che Feltri jr assimila a Marzio Tremaglia per aver avuto parole di comprensione e solidarietà nei confronti di Silvia Romano, il che basterebbe per fare di lui un uomo di destra illuminato, presentabile ed accettabile, lodevole eccezione alla solita marmaglia impresentabile.

In sostanza la destra è dignitosa solo se diventa conformista e fa o dice qualcosa di sinistra o che piace al mainstream politico-intellettuale.

L’approccio è banale e scontato e l’accostamento tra Guido Crosetto e Marzio Tremaglia non potrebbe essere più sbagliato e fuorviante. Avendo conosciuto bene Marzio, col quale ho condiviso gli anni dell’università e della difficile militanza nel MSI al tempo delle spranghe e delle chiavi inglesi, credo che difficilmente avrebbe apprezzato un accostamento del genere. Con tutto il rispetto per Crosetto, tra lui e Marzio Tremaglia c’è un abisso, di spessore politico e di preparazione culturale.

Marzio, autentico modello di una generazione di militanti di destra rigorosi prima di tutto sul piano culturale ed ideologico, aperti al confronto ma intransigenti sul piano dei valori, difficilmente avrebbe apprezzato di essere associato ad un ex democristiano-forzista approdato a destra tardivamente più per circostanze contingenti che per ragioni ideali, rimasto sempre trasversale ed incline a compromessi e mediazioni, a smussare, comporre, conciliare con toni sommessi e modi felpati, abilissimo ad andare sempre d’accordo con tutti ed a piacere sempre alla gente che piace, come quando in un talk show pur di non contraddire Roberto Speranza si proclamò disposto ad andare a sfilare con l’ANPI il 25 aprile.

Una versione moderna, riveduta e corretta, della vecchia gelatina democristiana capace di adattarsi docilmente alla forma del contenitore in cui viene versata, impregnata di quella prudenza benpensante e blandamente conservatrice che ha sempre caratterizzato un certo centrismo perennemente “moderato”, sempre distante da posizioni nette, eternamente in equilibrio tra decisione e mediazione, con riferimenti culturali sfumati ed incerti tra liberalismo, pragmatismo e luoghi comuni.

Credo di poter dire che Marzo Tremaglia, che era di tutt’altra pasta, avrebbe riso di un paragone del genere.

Sosteneva, come molti di noi, la necessità del confronto ideologico e culturale e ne percepiva il grande valore, ma non certo nei termini buonisti che ci propina oggi Mattia Feltri per omologarlo, utilizzando a sproposito termini contemporanei e retorici per nulla pertinenti come “contaminazioni, meticciato del pensiero, recinti per scavalcarli”.

Concetti richiamati, sia pure in modo più sfumato, anche dal deputato PD Marantelli su Huffington Post in un suo ricordo, comunque bello e sincero.

Prospettiva falsata e deformante: la consapevolezza di esserci formati con una cultura ricchissima e profonda, di essere portatori di idee importanti ma misconosciute portava Marzio Tremaglia (e molti di noi) a credere nel confronto delle idee, a cercarlo ed a stimolarlo non tanto per cercare di mettere insieme l’intruglio ibrido e contaminato cucinato da Mattia Feltri, ma piuttosto per dimostrare il valore delle nostre idee, la loro forza e la loro dignità, restando aperti a quelle dell’altra parte ma ben coscienti che in un confronto serio e profondo il valore delle nostre sarebbe stato riconosciuto ed avrebbe prevalso. Male assistiti sul piano politico, allora come oggi, da soggetti politici ancorati a schemi superati e stereotipati ed a visioni miopi e limitate.

Una sfida intellettuale che, come è chiaro ancora oggi, dall’altra parte ben pochi sono in grado di raccogliere, tra conformismo, isteria ed oscurantismo. Per far tornare i conti dell’omologazione Mattia Feltri deve forzare la realtà, cercando di farci credere che le idee di Marzio Tremaglia fossero “profondamente diverse” da quelle di suo padre Mirko, volontario della RSI ed autorevole esponente della nomenclatura missina, e che tra loro ci fosse “disaccordo”.

Una manipolazione senza fondamento per poter giustificare l’arruolamento d’ufficio del figlio in una immaginaria “destra” perbene marcando la differenza col padre e la sua storia, fascista e quindi impresentabile per definizione. Come ha fatto notare con molto garbo sempre su Huffington Post Andrea Tremaglia, figlio di Marzio e nipote di Mirko, niente del genere è mai esistito.

Si può dire, casomai, che lo scontro generazionale che attraversò in un certo momento anche il MSI, scuotendolo profondamente, nel loro caso fu anche un classico confronto tra padre e figlio che però, come dice Andrea Tremaglia, condivisero sempre e senza nessuna vera divergenza le stesse idee e gli stessi e valori.

Operazione banale e scontata, dunque, quella di Mattia Feltri che non risparmia nemmeno l’endorsement per chi come Flavia Perina, militante di destra convertitasi al politicamente corretto dopo aver animato il fallimentare esperimento politico di Gianfranco Fini, “provò a cambiare la destra” cioè a crearne una che andasse bene alla sinistra e ai circoli politico-culturali che contano e le girano intorno, riuscendo a mettere insieme solo un tentativo particolarmente confuso, poco credibile e totalmente avulso dalla realtà (per tacere di tutto il resto).

A Mattia Feltri ha fatto pappagallescamente eco il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, sempre garrulo nonostante i tempi, prontissimo a sfruttare l’argomento per una polemica politica spicciola e di bassa lega, cioè in linea con il livello del personaggio: “Oggi @mattiafeltri ricorda Marzio Tremaglia, giovane assessore regionale del Msi scomparso vent’anni fa, mio concittadino, uomo di destra illuminato e gentile. Anche a me fa pensare a @GuidoCrosetto  e ad un modo diverso d’essere “di destra”, che all’Italia farebbe molto bene.”

Un “modo diverso di essere di destra”, cioè quello che farebbe comodo alla sinistra che si arroga, non si capisce in base a cosa, il diritto di decidere chi omologare e chi no e cosa faccia bene all’Italia e cosa no.

Detto questo, non si può sorvolare sulla pesantissima inadeguatezza della destra politica attuale. Se è assurda e senza senso la pretesa della dittatura intellettuale politicamente corretta di plasmare l’avversario politico a sua immagine e somiglianza scomunicando senza appello tutto ciò che non rientra nei canoni omologati, non si può non prendere atto della lontananza dalle aspettative, dalla necessità storica, dalla cultura e dai valori di rifermento di chi rappresenta oggi la destra politica, che dal canto suo non fa niente per smentire pregiudizi e preconcetti e per dimostrarsi diversa dalla goffa caricatura che dipingono gli avversari.

Priva di una seria elaborazione culturale, incapace di elaborare un progetto politico che vada oltre il tatticismo del momento, abilissima nello sfornare slogan urlati per raccattare consenso spicciolo ma impreparata a confrontarsi  seriamente sui problemi (vedi, ad esempio, lo stravagante dilettantismo in materia economica), con una classe dirigente improvvisata, cooptata per fedeltà e non per preparazione o raccattata qua e là per convenienza, senza nessuna traccia di dibattito interno o di un minimo confronto di idee, la destra politica da talk show e social network è esattamente quello che i suoi avversari si augurano.

Contrapporre il trend favorevole dei sondaggi, che restano un dato virtuale, lascia il tempo che trova: come avrebbe dovuto insegnare la fallimentare esperienza di AN/PDL l’aritmetica senza la politica, quella vera, serve a poco e dura poco, perchè prendere più voti non basta, bisogna anche essere capaci di utilizzarli.