Prima del voto. Certo è che la Bindi è sempre stata sottovalutata. Il suo muoversi in modo spesso disarticolato e le battute sulla sua avvenenza (si fa per dire), che da sempre l’hanno perseguitata, alla fine l’hanno fatta diventare una macchietta.
Se poi si aggiungono il suo passato clerical-democristiano, il suo voto di castità (non capiremmo una scelta diversa…) ed il suo legame con tutto ciò che ha odor di sagrestia, si comprende come tutti questi elementi abbiano proiettato all’esterno la sua immagine come quella di una mite signora d’altri tempi. Magari un po’ noiosa, magari un po’ ammuffita, ma non bellicosa e certamente non pericolosa.
Non per nulla nella distribuzione delle cariche, giusto per segare a fondo la sua carriera politica, il fiorentino Presidente del Consiglio l’aveva ibernata in una delle più inutili ed inefficaci istituzioni della nostra Repubblica: la Commissione Antimafia. Quella che di mafiosi veri, non ho mai visto uno da vicino e di mafiosi pericolosi non ne ha mai fatto andare in galera alcuno. Ma che, in compenso, nei decenni mai si è accorta di quanti mafiosi a 24 carati affollassero il Parlamento e le varie istituzioni resistenzial-repubblicane.
Ma, come talvolta capita, i soggetti miti quando si arrabbiano diventano feroci, sanguinari ed incontrollabili. E così la nostra suffragetta all’odor di incenso, forte della propria carica istituzionale (una sorta di Prefetto Mori dei poveri) è andata alla resa dei conti.
A pochi giorni dal voto per le regionali 2015 ha sparato una bordata al cui confronto i cannoni della Bismarck erano dei fucili a molla. Infatti, ha dato in pasto alla stampa, sempre famelica di scandali e scandaletti, i nomi dei cosiddetti “impresentabili”. Cioè dei candidati alle elezioni che avevano qualche rogna o qualche pecca. Insomma, gente che, in un paese civile, sarebbe stata cacciata a pedate dalle liste elettorali.
E poco importa se una buona parte di quei nomi appartenevano al suo attuale partito di residenza. La nostra Rosi ha proseguito come un rompighiaccio nell’Artico e, addirittura, ha sparato – in guisa di fuoco amico – il nome che nessuno osava fare: De Luca, il sindaco di Salerno. Anche lui (per la Bindi) “impresentabile”, anche lui del PD ma, inspiegabilmente, presentato (e fortemente sostenuto) alle elezioni proprio dal segretario del Partito Democratico. Cioè quel trasparentone da burletta di Renzi da Firenze!
Ecco, dunque, la triste romanza di un partito che, fino a pochi anni fa, poteva vantare (almeno sotto il profilo storico) una gloriosa storia, ma che oggi, ingloriosamente, non riesce nemmeno a farsi prendere sul serio con la propria cronaca.
Tutto si è ridotto alla guerra per bande, anche i trinariciuti di sempre scappano, o rimangono silenti e cupi, colpiti dal sinistro morbo dell’attaccamento alla poltrona.
In questo pandemonio generale, persino una illustre signora come la Bindi, tanto per vendicarsi un po’, si è tramutata in una sorta di Passator Cortese e, forse accontentando la sua spasmodica sete di vendetta, ha fatto fuori il candidato più “illustre” del suo partito in questa tornata elettorale. Svelando così la sua vera natura, quella del coniglio mannaro.
Ma che cosa ce ne facciamo di candidati che vengono additati come appestati dagli stessi compari di partito? E che cosa ce ne facciamo di una presidente di una Commissione Antimafia, una che dovrebbe passare le giornate ad occuparsi di questioni epocali, che si mette a fare liti da cortile con un ex sindaco e (forse) futuro presidente di regione appartenente alla sua stessa compagine politica?
Se questa gente nemmeno è capace di difendere i propri simboli ed i propri cantoni, come può pretendere di vantarsi di difendere i cittadini?
Questo momento politico non può che portarci ad un’unica conclusione: cominciamo a rottamare proprio quelli che, fanfara in testa, hanno troppe volte annunciato il cambiamento e la volontà di rottamare. Ma lo hanno fatto essendo solo in grado di rottamare… qualche sodale sgradito.

Dopo il voto. E, alla fine, sono arrivati i risultati elettorali. In Liguria ha vinto il centro-destra, frantumando così la candidata di Renzi. In Veneto ha vinto la Lega, sbriciolando l’altra candidata di Renzi, quella dallo sguardo dolce, che tanto ha fatto innamorare un conduttore televisivo, ma che davvero poco ha convinto l’elettore del nord-est. E fin qui è solo una storia di spacconi della politica (ma convinti di essere degli assi pigliatutto) al lavoro per far trottare dei ronzini di razza.
Poi viene la Campania: il De Luca, grande per il putto fiorentino, ma “impresentabile” per la Bindi ha vinto. Ed ha vinto, nonostante la grande probabilità di essere dichiarato decaduto appena dopo aver impegnato il secondo gradino della scalinata del palazzo della regione. E nonostante una campagna di stampa tanto avversa da far sembrare il bombardamento di Dresda una scanzonata avventura dei ragazzi della via Pal.
E di tutto ciò di chi è la colpa?
Certo, in parte di Renzi il quale, vista la sgangherata legge Severino, non avrebbe dovuto transumare in lista un candidato genuino come una banconota da dodici euro e mezzo. Un po’ dello stesso De Luca, il quale avrebbe dovuto farsi da parte, rinunziare alla lucrosa poltrona e non esporre i cittadini alla dannosa beffa del possibile scioglimento del novello consiglio regionale. Con tanto di costi, ritardi nell’amministrazione e soliti furbi che in campagna elettorale si comportano come i Quaranta Ladroni di Ali Babà.
Ma tanto – ed una volta per tutte diciamolo – è colpa degli elettori. I quali, questa volta, avevano a disposizione una selva di segnali per trasformare il “sindaco dell’anno” in “trombato del secolo”. Ma loro hanno ignorato l’ottusa arroganza di Renzi, lo spavaldo menefreghismo del candidato, gli appelli di mezzo PD contro De Luca. Per non parlare delle catilinarie di Vespa e delle continue insinuazioni dell’intero campionario della casta giornalistico-televisiva.
Tutto questo a nulla è servito, se l’onda della sinistra è quella che “tira”, si vota a sinistra. Punto e basta, a costo di eleggere magari pure un cercopiteco, ma a patto di far felice il satrapo di turno.
A questo punto a Renzi non rimane che, nella patria del codice di Giustiniano, inventarsi una fesseria giuridica per lasciare De Luca al suo posto. E se lo farà, a noi non disturberà più di tanto. Se i cittadini desiderano essere trattati, dai vassalli in servizio permanente effettivo, come servi della gleba si accomodino. E, un presidente così, se lo tengano stretto. Ma davvero stretto, stretto.
Così soddisferanno i loro ideali e… la democrazia!